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SACRA CONGREGAZIONE
PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA
IL LAICO TESTIMONE
CATTOLICO
DELLA FEDE NELLA SCUOLA
INTRODUZIONE
1. I laici cattolici,
uomini e donne, impegnati nella scuola elementare e media, hanno acquistato
progressivamente in questi ultimi anni una importanza sempre più
rilevante.(1) Importanza meritata, che si estende sia alla scuola in genere
sia alla scuola cattolica in particolare. Da essi infatti e da tutti i
laici, credenti o no, dipende sostanzialmente la riuscita della scuola per
realizzare i suoi progetti e per conseguire i suoi obiettivi.(2)
Il ruolo e la responsabilità di tutti i laici cattolici, che. in qualsiasi
scuola svolgono attività diverse (di insegnamento, di direzione, di
amministrazione o ausiliarie), sono stati riconosciuti dal Concilio Vaticano
II, in particolare nella Dichiarazione sull'educazione cristiana, che ci
invita ora a un ulteriore approfondimento del suo contenuto. Con ciò non si
intende misconoscere o minimizzare le grandi realizzazioni conseguite in
questo campo dai cristiani di altre confessioni e dai non cristiani.
2. Il motivo
fondamentale dell'importanza del laicato cattolico, considerato positivo e
arricchente dalla Chiesa, è teologico. L'autentica figura del laico nel
popolo di Dio si è andata riscoprendo nella Chiesa soprattutto in
quest'ultimo secolo, fino a concretarsi nei due documenti del Concilio
Vaticano II che approfondiscono l'interiore ricchezza e peculiarità della
vocazione laicale: la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa e il Decreto
sull'apostolato dei laici.
3. A questo
approfondimento teologico hanno contribuito le situazioni sociali,
economiche e politiche dei tempi recenti. Il livello culturale, intimamente
legato ai progressi scientifici e tecnici; si è gradualmente elevato e di
conseguenza esige una maggiore preparazione per l'esercizio di qualsiasi
professione. A questo si deve aggiungere la presa di coscienza sempre più
estesa del diritto della persona all'educazione integrale, che risponda cioè
a tutte le esigenze della persona umana. Queste due conquiste dell'umanità
hanno esigito e in parte ottenuto un notevole sviluppo dell'istituzione
scolastica in tutto il mondo e un grande aumento di educatori che vi sono
impegnati, e di conseguenza anche del laicato cattolico che in essa lavora.
Questo processo ha
coinciso in questi ultimi anni con una notevole diminuzione di sacerdoti,
religiosi e religiose dediti all'insegnamento. Ciò è dovuto, in particolare,
alla scarsità di vocazioni, all'urgenza di impegnarsi anche ad altre
attività apostoliche e, in alcuni casi, perfino all'erronea teoria che la
scuola non fosse un campo atto alla pastorale della Chiesa.(3) Tuttavia la
Chiesa, per l'efficace e stimato lavoro apostolico che tradizionalmente
viene realizzato dalle numerose famiglie religiose nell'insegnamento, non
può far a meno di lamentare questa diminuzione di personale che ha colpito
la scuola cattolica specialmente in alcuni Paesi. Essa infatti considera che
la presenza dei religiosi e dei laici cattolici è necessaria per
l'educazione integrale dei fanciulli e dei giovani.
4. Questo insieme di
fatti e cause ha mosso questa S. Congregazione a vedere in ciò un autentico
«segno dei tempi» per la scuola e un invito a riflettere in particolare sul
laico cattolico come testimone della fede in un ambiente cosi privilegiato
per la formazione dell'uomo; inoltre, senza pretendere di esaurire
l'argomento, ma dopo serio e prolungato approfondimento della importanza del
tema, essa desidera ofl'rire alcune considerazioni che, completando quelle
già fatte nel documento « La Scuola Cattolica », possano aiutare gli
interessati al problema e sollecitarne ulteriori e più profondi sviluppi.
I.
IDENTITÀ DEL LAICO CATTOLICO
NELLA SCUOLA
5. In primo luogo
sembra necessario cercare di delineare la identità del laico cattolico nella
scuola poiché il suo modo di essere testimone della fede dipende dalla sua
peculiare identità nella Chiesa e nel campo di lavoro. Questo Sacro
Dicastero, volendo contribuire a questa ricerca, desidera offrire un
servizio sia al laico cattolico che lavora nella scuola e deve conoscere
chiaramente i caratteri specifici della sua vocazione, sia al Popolo di Dio,
che ha bisogno di avere una chiara immagine del laico che ne è parte attiva
e svolge con il suo lavoro un ruolo importante per la Chiesa.
IL LAICO NELLA CHIESA
6. Come ogni cristiano
il laico cattolico, che agisce nella scuola, è membro del Popolo di Dio e,
come tale, unito al Cristo per il Battesimo, partecipa della fondamentale e
comune dignità di quanti vi appartengono, poiché infatti «comune è la
dignità dei membri per la loro rigenerazione nel Cristo, comune la grazia
dei figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola
speranza e una indivisa carità».(4) Benché nella Chiesa «alcuni per la
volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e
pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo
alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il Corpo di
Cristo».(5)
Come ogni cristiano
anche il laico è partecipe «dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di
Cristo»,(6) e il suo apostolato è « partecipazione alla stessa, salvifica
missione della Chiesa e a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore
stesso».
7. Questa vocazione
alla santità personale e all'apostolato, comune a tutti i fedeli, acquista
in molti casi aspetti caratteristici che trasformano la vita laicale in una
vocazione specifica e « stupenda » all'interno della Chiesa. «Per la loro
vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio».(8) I laici, trovandosi a vivere in
tutte le attività e professioni del mondo e nelle condizioni ordinarie della
vita familiare e sociale, « là sono da Dio chiamati a contribuire, quasi
dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante
l'esercizio del loro proprio ufhcio, guidati dallo spirito evangelico e, in
questo modo, a manifestare il Cristo agli altri, principalmente con la
testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della
loro speranza e carità ».(9)
8. Il rinnovamento e
l'animazione cristiana dell'ordine temporale che compete in modo specifico
ai laici li impegnano a risanare «le istituzioni e le condizioni del
mondo»(10) se ve ne siano che spingano i costumi al peccato, a elevare le
realtà umane in modo che si conformino per quanto è possibile al Vangelo e
«il mondo sia a.nimato dallo spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente
il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace».(11) «Con la loro
competenza, quindi, nelle discipline profane e con la loro attività, elevata
intrinsecamente dalla grazia di Cristo, contribuiscano validamente perché i
beni creati siano fatti progredire per l'utilità di tutti gli uomini, e
siano tra essi più convenientemente distribuiti».(12)
9. L'evangelizzazione
del mondo si trova di fronte a tale varietà e complessità di situazioni che
molto spesso solo i laici possono essere testimoni efficaci del Vangelo in
determinate realtà e a molti uomini. Per questo essi «sono soprattutto
chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle
circostanze in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo
loro ».(13) Per questa presenza dell'intera Chiesa e del Signore, che essa
annunzia, i laici dovranno essere pronti ad annunziare il messaggio con le
parole e testimoniarlo con le opere.
10. L'esperienza
acquisita dai laici per il loro genere di vita e per la loro presenza nei
diversi campi dell'attività umana li rende particolarmente capaci a
segnalare con esattezza i segni dei tempi che caratterizzano il periodo
storico che sta vivendo il Popolo di Dio. Le loro iniziative, la loro
creatività, il loro lavoro competente, conscienzioso ed entusiasta in questo
campo - cose proprie alla loro vocazione - faranno si che tutto il Popolo di
Dio possa distinguere con più precisione i valori evangelici e i
controvalori che questi segni racchiudono.
IL LAICO CATTOLICO NELLA SCUOLA
11. Le caratteristiche
della vocazione dei laici nella Chiesa corrispondono anche a quelle di
quanti. vivono la loro vocazione nella scuola. Il fatto che i laici
realizzino la loro vocazione specifica nei diversi settori e aree della vita
umana fa si che la loro comune vocazione acquisti caratteristiche peculiari
secondo gli ambienti e gli stati di vita in cui si realizza. Per meglio
comprendere la vocazione del laico cattolico nella scuola, si ritiene
necessario fare alcune precisazioni.
La scuola
12. Sebbene i genitori
siano i primi e principali educatori dei propri figli(14) e il loro
diritto-dovere in questo ruolo è « originale e primario rispetto al dovere
educativo degli altri »,(15) la scuola ha un valore e un'importanza basilare
tra i mezzi di educazione che aiutano e completano l'esercizio di questo
diritto e dovere della famiglia. Quindi, in virtù della sua missione, spetta
alla scuola coltivare con assidua cura le facoltà intellettuali, creative ed
estetiche dell'uomo, sviluppare rettamente la capacità di giudizio, la
volontà e l'affettività, promuovere il senso dei valori; favorire le giuste
attitudini e i saggi comportamenti, introdurre nel patrimonio culturale
acquisito dalle generazioni precedenti, preparare per la vita professionale
e alimentare il rapporto amichevole tra alunni di diversa indole e
condizione, inducendoli ad aprirsi alla reciproca comprensione.(16) Anche
per questi motivi la scuola entra nella missione specifica della Chiesa.
13. La scuola esercita
una funzione sociale insostituibile poiché fino ad oggi si è rivelata come
la risposta istituzionale più importante della società al diritto di ogni
uomo all'educazione e quindi alla realizzazione di se stesso e come uno dei
fattori più decisivi per la strutturazione e la vita della società stessa.
La crescente importanza dell'influsso dell'ambiente e degli strumenti della
comunicazione sociale con le loro contraddittorie e a volte nocive
influenze, la continua estensione dell'ambito culturale, l'urgenza di una
preparazione alla vita professionale sempre più complessa, più varia e
specializzata, e la progressiva incapacità della famiglia ad affrontare da
sola tutti questi gravi problemi fanno sì che divenga sempre più necessaria
la presenza della scuola.
14. A motivo
dell'importanza della scuola tra i mezzi di educazione dell'uomo, compete
allo stesso educando e, quando ne sia ancora incapace, ai suoi genitori -
poiché ad essi spetta in primo luogo l'educazione dei propri figli (17) - la
scelta del sistema di educazione e di conseguenza del tipo di scuola che
preferiscono.(18) Appare chiaro così come sia inammissibile, in linea di
principio, il monopolio della scuola da parte dello Stato,(19) e come il
pluralismo delle scuole renda possibile il rispetto dell'esercizio di un
diritto fondamentale dell'uomo e della sua libertà, quantunque tale
esercizio sia condizionato da molteplici circostanze secondo la realtà
sociale di ciascun Paese. In questa pluralità di scuole la Chiesa offrire il
suo specifico contributo e arricchimento con la scuola cattolica.
Ora il laico cattolico
svolge una missione evangelizzatrice nelle diverse scuole, non solo nella
scuola cattolica, nell'ambito concessogli dai contesti socio-politici
esistenti nel mondo contemporaneo.
Il laico
cattolico educatore
15. Lo stesso Concilio
Vaticano II sottolinea in modo speciale la vocazione di educatore che
compete sia ai laici(20) di educatore sia a coloro che abbracciano nella
Chiesa altre forme di vita.
Essendo educatore ogni
persona che contribuisce alla formazione integrale dell'uomo, gli
insegnanti, che hanno fatto di un tale lavoro la propria professione,
meritano particolare considerazione nella scuola sia per il loro numero sia
per la finalità stessa della istituzione scolastica. A questi bisogna
aggiungere tutti coloro che partecipano in diverso grado a detta formazione,
soprattutto se hanno incarichi direttivi, quali consiglieri, tutori e
coordinatori, completando l'azione educativa dell'insegnante oppure con
ruoli amministrativi o ausiliari. L'analisi del concetto laico cattolico
come educatore, incentrata nel suo ruolo di insegnante, può illuminare
tutti, secondo le proprie attività, e costituire un elemento di profonda
riflessione personale.
16. Effettivamente qui
non si intende parlare dell'insegnante come di un professionista che si
limiti a trasmettere sistematicamente nella scuola una serie di conoscenze,
bensi dell'educatore, del formatore di uomini. Il suo compito supera di gran
lunga quello del semplice docente, però non lo esclude. Per questo si
richiede come per quello e anche più una adeguata preparazione
professionale. È questo il fondamento umano senza il quale sarebbe illusorio
affrontare qualsiasi azione educativa.
Tuttavia la
professionalità dell'educatore possiede una specifica caratteristica che
raggiunge il suo senso più profondo nell'educatore cattolico: la
trasmissione della verità. In effetti per l'educatore cattolico una
qualsiasi verità sarà sempre una partecipazione dell'unica Verità, e la
comunicazione della verità come realizzazione della sua vita professionale
si trasforma in carattere fondamentale della sua partecipazione peculiare
alla missione profetica del Cristo, che egli prolunga con il suo
insegnamento.
17. La formazione
integrale dell'uomo come finalità dell'educazione comprende lo sviluppo di
tutte le facoltà dell'educando, la sua preparazione alla vita professionale,
la formazione del suo senso etico e sociale, la sua apertura al trascendente
e la sua educazione religiosa. Ogni scuola e ogni educatore devono procurare
di «formare personalità forti e responsabili, capaci di scelte libere e
giuste», preparando in tal modo i giovani «ad aprirsi progressivamente alla
realtà e formarsi una determinata concezione della vita».(21)
18. Ogni educazione si
ispira inoltre ad una determinata concezione dell'uomo. Nell'attuale mondo
pluralista l'educatore cattolico è chiamato a ispirare coscienziosamente la
propria azione alla concezione cristiana dell'uomo in comunione con il
magistero della Chiesa. Concezione che, includendo la difesa dei diritti
umani, pone l'uomo nella dignità di figlio di Dio, e nella più completa
libertà perché liberato dal peccato da Cristo stesso, nel più alto destino
che è il possesso definitivo e totale di Dio attraverso l'amore. Lo pone
nella più stretta relazione di solidarietà con tutti gli uomini attraverso
l'amore fraterno e la comunità ecclesiale, lo stimola al conseguimento del
più alto sviluppo del genere umano perché è stato costituito signore del
mondo dal suo Creatore, gli presenta infine come modello e meta il Cristo,
il figlio di Dio Incarnato, uomo perfetto la cui imitazione costituisce per
l'uomo la fonte inesauribile di superamento personale e collettivo. In
questo modo l'educatore cattolico può essere sicuro che rende l'uomo più
uomo.(22) Toccherà soprattutto all'educatore laico rivelare esistenzialmente
ai propri alunni che l'uomo immerso nelle cose terrene - colui che vive
pienamente la vita secolare e costituisce la grande maggioranza della
famiglia umana - ha una così alta dignità.
19. La vocazione di
ogni educatore cattolico comporta una tensione di continua proiezione
sociale, poiché egli prepara l'uomo al suo inserimento nella società
disponendolo ad assumere un impegno sociale atto a migliorarne le strutture
conformandole ai principi evangelici, e per realizzare tra gli uomini una
convivenza pacifica e fraterna. Il mondo attuale con i suoi gravi problemi:
fame, analfabetismo, sfruttamento dell'uomo, acuti contrasti tra il livello
di vita delle persone e dei Paesi, aggressività e violenza, crescente
diffusione della droga, legalizzazione dell'aborto e, per molti aspetti,
svilimento della vita umana, esige che l'educatore cattolico sviluppi in sé
e alimenti nei suoi alunni una spiccata sensibilità sociale e una profonda
responsabilità civile e politica. L'educatore cattolico viene coinvolto in
ultima analisi nel compito di formare uomini che attuino la « civiltà
dell'amore ».(23)
L'educatore laico è
chiamato allo stesso tempo a recare a questa progettazione e sensibilità
sociale la sua esperienza di vita, affinché l'inserimento dell'educando
nella società permetta di elevare la fisionomia specificamente laicale che
la quasi totalità degli alunni sono chiamati a vivere.
20. La formazione
integrale dell'uomo trova nella scuola un suo mezzo specifico: la
comunicazione della cultura. Per l'educatore cattolico è di notevole
importanza considerare la profonda relazione esistente tra la cultura e la
Chiesa. Quindi, questa non solo influisce nella cultura ed è, a sua volta,
condizionata da essa, ma l'assume in tutto ciò che è compatibile con la
Rivelazione e le è necessaria per proclamare il messaggio di Cristo
esprimendolo adeguatamente secondo le caratteristiche culturali di ciascun
popolo e delle diverse epoche. Nella relazione tra la vita della Chiesa e la
cultura si manifesta con particolare chiarezza l'unità esistente tra la
creazione e la redenzione.
La trasmissione della
cultura, poi, per meritare la qualifica di educativa, oltre ad essere
organica deve essere critica e valutativa, storica e dinamica. La fede offre
all'educatore cattolico alcune premesse essenziali per realizzare questa
critica e questa valutazione, e gli mostra le vicende umane come una storia
della salvezza chiamata a sfociare nella pienezza del regno che situa
costantemente la cultura in una linea creatrice di continuo
perfezionamento.
Anche nella
comunicazione della cultura è l'educatore laico, quale autore e partecipe
degli aspetti più laicali della medesima, colui che, dal suo punto di vista
laico, ha la missione di far comprendere all'educando il carattere globale
proprio della cultura, la sintesi che in essa raggiungono gli aspetti
laicali e religiosi, e l'apporto personale che gli spetta di offrire nel suo
stato.
21. La trasmissione
della cultura sotto l'aspetto educativo si realizza nella scuola attaverso
una metodologia i cui principi e le cui applicazioni si trovano nella sana
pedagogia. All'interno dei diversi orientamenti pedagogici deve esserci
l'aspirazione dell'educatore cattolico in virtù della stessa concezione
cristiana dell'uomo alla pratica di una pedagogia che dia particolare
rilievo al contatto diretto e personale con l'alunno. Tale contatto,
realizzato da parte dell'educatore convinto del ruolo fondamentalmente
attivo che l'alunno ha sulla propria autoeducazione, deve condurre a un
rapporto di dialogo che consenta un cammino spedito alla testimonianza di
fede che deve configurare la propria vita.
22. Questo lavoro
dell'educatore cattolico nella scuola si situa in una struttura, la comunità
educativa, costituita dall'incontro e dalla collaborazione delle diverse
categorie - alunni, genitori, insegnanti, ente gestore e personale non
docente - la quale caratterizza la scuola come istituzione di formazione
integrale. La concezione della scuola come comunità, sebbene non si
esaurisca in essa, e la coscienza diffusa di questa realtà è una delle
conquiste più arricchenti dell'istituzione scolastica contemporanea.
L'educatore cattolico esercita la sua professione come parte di una
categoria fondamentale di questa comunità. Il che gli offre, proprio
attraverso la sua struttura professionale, la possibilità di vivere
personalmente e far vivere ai suoi alunni la dimensione comunitaria della
persona, alla quale è chiamato ogni uomo come essere sociale e come membro
del Popolo di Dio.
La comunità educativa
della scuola viene così a essere scuola di appartenenza a comunità sociali
più vaste, e quando è anche cristiana, come è chiamata a essere la comunità
educativa della scuola cattolica, diventa lo spazio nel quale l'educatore
trova la grande opportunità di insegnare all'educando a vivere
sperimentalmente che cosa significhi essere membro della grande comunità che
è la Chiesa.
23. La struttura
comunitaria della scuola pone l'educatore cattolico a contatto con un numero
molto grande e vario di persone; non solamente con gli alunni, che sono la
ragione stessa dell'esistenza della scuola e della sua professione, ma anche
con i suoi colleghi, con i genitori degli alunni, con tutto il personale
della scuola, con l'ente gestore. Con tutti questi, con gli organismi
scolastici e culturali con i quali la scuola è in contatto, con la Chiesa
locale e con le parrocchie, con l'ambiente umano nel quale essa è inserita e
nel quale in diversi modi deve proiettarsi, l'educatore cattolico è chiamato
a svolgere un'attività di animazione spirituale che può comprendere
differenti forme di evangelizzazione.
24. Possiamo dire, in
sintesi, che l'educatore laico cattolico è colui che esercita la sua
missione nella Chiesa vivendo nella fede la sua vocazione secolare nella
struttura comunitaria della scuola, con la maggior qualificazione
professionale possibile e con un progetto apostolico ispirato alla fede per
la formazione integrale dell'uomo, nella trasmissione della cultura, nella
pratica di una pedagogia di contatto diretto e personale con l'alunno,
nell'animazione spirituale della comunità alla quale appartiene e in quelle
categorie di persone con le quali la comunità educativa è in rapporto. A
lui, come membro della comunità, le famiglie e la Chiesa affidano il compito
educativo nella scuola. L'insegnante laico deve convincersi profondamente
che entra a partecipare alla missione santificatrice ed educatrice della
Chiesa, ma non può ritenersi staccato dal complesso ecclesiale.
II.
COME VIVERE LA PROPRIA IDENTITÀ
25. Il lavoro è la vocazione dell'uomo e una delle
caratteristiche che lo distinguono dal resto delle creature;(24) è evidente
che non basta avere una identità vocazionale, che permea il suo essere, se
questa identità non si vive. Più in concreto, se col suo lavoro l'uomo deve
contribuire «soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della
società»,(25) l'educatore che non realizza la sua missione educativa cessa
per ciò stesso di essere educatore. E se la realizzasse senza che in essa
trasparisse orma alcuna della sua condizione di cattolico, ben poco egli
potrebbe dirsi tale. Questo aspetto pratico dell'identità comprende alcuni
elementi comuni, essenziali, che non potranno mancare in al cun caso,
comunque sia la scuola nella quale l'educatore laico vive la sua vocazione;
vi saranno però altre caratteristiche che dovranno essere proprie dei
diversi tipi di scuole secondo la loro natura.
CARATTERISTICHE COMUNI DI UNA IDENTITÁ VISSUTA
Realismo aperto alla speranza
26. L'identità dell'educatore laico cattolico assume
necessariamente i caratteri di un ideale di fronte al quale si pongono
innumerevoli ostacoli. Questi provengono dalle circostanze personali e dalle
deficienze della scuola e della società che si ripercuotono in maniera
particolare sui fanciulli e sui giovani. Le crisi di identità, l'assenza di
fiducia nelle strutture sociali, la conseguente insicurezza e mancanza di
convinzioni personali, il contagio della progressiva secolarizzazione della
società, la perdita del senso di autorità e del debito uso della libertà
sono alcune delle molteplici difficoltà che gli adolescenti e i giovani del
nostro tempo presentano, più o meno, secondo le diverse culture e i vari
paesi, all'educatore cattolico, il quale, per la sua condizione di laico, si
vede generalmente amareggiato dalle crisi della famiglia e del mondo.
Le difficoltà esistenti vanno riconosciute con sincero
realismo; contemporaneamente devono essere considerate e affrontate con quel
sano ottimismo e quel coraggioso sforzo che è richiesto a tutti i credenti
dalla speranza cristiana e dalla partecipazione al mistero della Croce.
Inoltre, il primo e indispensabile fondamento per vivere l'identità
dell'educatore laico cattolico è condividere cordialmente e fare proprie le
indicazioni che su tale identità la Chiesa, illuminata dalla divina
Rivelazione, ha espresso, e procurare di acquistare la necessaria fortezza
nella personale identificazione con il Cristo.
Professionalità. Concezione cristiana dell'uomo e
della vita
27. Se la professionalità è uno dei caratteri
dell'identità di ogni laico cattolico, la prima cosa che deve sforzarsi di
raggiungere il laico educatore - desideroso di vivere la propria vocazione
ecclesiale - è quella di conseguire una solida formazione professionale, il
che comprende, in questo caso, un vasto ventaglio di competenze culturali,
psicologiche e pedagogiche.(26) Non è sufficiente, tuttavia, raggiungere
inizialmente un buon livello di preparazione. Occorre mantenerlo ed elevarlo
aggiornandolo. Sarebbe vivere al di fuori della realtà ignorare le grandi
difficoltà che questo implica, perché l'educatore laico, che spesso non è
adeguatamente retribuito, deve svolgere talvolta più occupazioni quasi
incompatibili con il suo lavoro di perfezionamento professionale, sia per il
tempo che ciò richiede, sia per la stanchezza che provoca. Queste difhcoltà
sono per ora insolubili in molti Paesi, particolarmente in quelli meno
sviluppati.
Gli educatori sanno comunque che la scadente qualità
dell'insegnamento, causata dall'insufficiente preparazione delle lezioni o
dal ristagno dei metodi pedagogici, ridonda necessariamente in danno della
formazione integrale dell'educando, alla quale essi sono chiamati a
concorrere, e della testimonianza di vita che sono obbligati a offrire.
28. Il compito dell'educatore cattolico deve essere
orientato alla formazione integrale di un uomo al quale si scopre il
meraviglioso orizzonte di risposte che la Rivelazione cristiana offre
intorno al senso ultimo dello stesso uomo, della vita umana, della storia e
del mondo. Queste risposte vanno offerte all'educando partendo dalla
profonda convinzione di fede dell'educatore, con il massimo, delicato
rispetto della coscienza dell'alunno. È certo che le diverse situazioni
esistenziali del discente, in relazione alla fede, contemplano diversi
livelli di presentazione della visione cristiana dell'esistenza, che possono
andare dalle forme più elementari di evangelizzazione fino alla piena
comunione della stessa fede. In qualunque caso, però, tale presentazione
dovrà rivestire sempre il carattere di una offerta, per quanto pressante e
urgente, mai quello di una imposizione.
D'altra parte tale offerta non può farsi freddamente e
da un punto di vista puramente teorico, ma come una realtà vitale che merita
l'adesione dell'essere intero dell'uomo sì da far parte della sua stessa
vita.
Sintesi tra fede, cultura e vita
29. Questo vasto compito non si raggiunge senza la
convergenza di diversi elementi educativi in ciascuno dei quali l'educatore
cattolico laico deve comportarsi come testimone della fede. La trasmissione
organica, critica e valutativa della cultura(27) comporta evidentemente una
trasmissione di verità e conoscenze, e sotto questo aspetto l'educatore
cattolico deve star continuamente attento ad instaurare un dialogo aperto
tra cultura e fede - profondamente collegate tra loro - per facilitare la
dovuta sintesi interiore nell'educando. Sintesi che l'educatore dovrà aver
conseguito in se stesso antecedentemente.
30. Questa comunicazione critica tuttavia comporta da
parte dell'educatore anche la presentazione di una serie di valori e
controvalori la cui considerazione, come tale, dipende dalla concezione di
vita e dell'uomo. Di conseguenza l'educatore cattolico non può accontentarsi
di presentare positivamente e con abilità una serie di valori di carattere
cristiano come semplici oggetti astratti meritevoli di stima, ma deve
suscitare dei comportamenti negli alunni: la libertà rispettosa degli altri,
il senso di responsabilità, la sincera e continua ricerca della verità, la
critica equilibrata e serena, la solidarietà e il servizio verso tutti gli
uomini, la sensibilità verso la giustizia, la speciale coscienza di sentirsi
chiamati a essere agenti positivi di cambiamento in una società in continua
trasformazione.
Dato l'ambiente generale di secolarizzazione e
miscredenza nel quale l'educatore laico spesso esercita la sua missione, è
importante che, superando una mentalità puramente sperimentale e critica,
possa aprire la coscienza dei suoi alunni alla trascendenza e disporli così
ad accogliere la verità rivelata.
31. A partire da tali attitudini l'educatore potrà
anche mettere in evidenza, con maggiore facilità, l'aspetto positivo di
alcuni comportamenti conseguenti a queste attitudini. La sua massima
aspirazione deve essere di fare in modo che detti comportamenti giungano a
essere motivati e uniformati dalla fede interiore dell'educando, conseguendo
così la loro massima ricchezza e estendendosi a realtà che, come la orazione
filiale, la vita sacramentale, la carità fraterna e la sequela del Cristo,
sono patrimonio specifico dei credenti. La piena coerenza del sapere, delle
attitudini e dei comportamenti con la fede sfocerà nella sintesi personale
tra la vita e la fede dell'educando. Pochi cattolici sono qualificati come
l'educatore per conseguire il fine dell'evangelizzazione, che è
l'incarnazione del messaggio cristiano nella vita dell'uomo.
Testimonianza di vita. Contatto diretto e
personale con l'alunno
32. Di fronte all'alunno in formazione occupa un posto
di particolare rilievo la preminenza che la condotta ha sempre sulla parola.
Quanto più l'educatore vive il modello di uomo che presenta, come ideale,
tanto più sarà credibile e imitabile, perché l'alunno possa contemplarlo
come ragionevole e come degno di essere vissuto, vicino e attuabile.
Specialissima importanza acquista qui la testimonianza di fede
dell'educatore laico. In lui l'alunno potrà vedere quegli atteggiamenti e
comportamenti cristiani che tante volte mancano nell'ambiente circostante
secolarizzato nel quale vive, tanto da lasciargli supporre che siano
irrealizzabili nella vita. Non si dimentichi, nelle crisi «che colpiscono
soprattutto le giovani generazioni», che l'elemento più importante nel
compito educativo è «sempre l'uomo e la sua dignità morale, la quale procede
dalla verità dei suoi principi e dalla conformità delle sue azioni a questi
principi».(28)
33. Sotto questo aspetto acquista una notevole
importanza ciò che è stato detto del contatto diretto e personale
dell'educatore con l'alunno,(29) mezzo privilegiato per la testimonianza di
vita. Questa relazione personale, che non deve mai essere un monologo ma un
dialogo, e deve nell'educatore coesistere con la convinzione che essa
costituisce un mutuo arricchimento, esige contemporaneamente dall'educatore
cattolico il continuo ricordo della propria missione. L'educatore non può
dimentieare che l'alunno, durante la sua crescita, sente la necessità di
amicizia, di una guida ed ha bisogno di aiuto per poter superare i propri
dubbi e disorientamenti. Deve, inoltre, nel suo rapporto con l'alunno,
equilibrare, con prudente realismo e adattamento ad ogni singolo caso,
avvicinamento e lontananza. La familiarità facilita la relazione personale,
ma è indispensabile anche un certo distacco perché l'educando giunga a
sviluppare la propria personalità, senza condizionamenti; occorre evitare la
inibizione nell'uso responsabile della libertà.
Conviene ricordare qui che l'uso responsabile di tale
libertà comprende la scelta del proprio stato di vita. Nei rapporti con i
suoi alunni credenti, l'educatore cattolico non può trascurare il tema della
vocazione personale dell'educando all'interno della Chiesa. Qui subentrano
sia la scoperta e la cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita
religiosa, sia la chiamata a vivere un particolare impegno negli Istituti
secolari o in movimenti cattolici di apostolato, compiti molte volte
trascurati, sia l'aiuto al discernimento della chiamata al matrimonio o al
celibato, anche consacrato, in seno alla vita laicale.
D'altra parte il contatto personale e diretto non è
solo una metodologia appropriata perché l'educatore vada formando
l'educando, ma è la sorgente stessa dalla quale l'educatore attinge la
necessaria conoscenza dell'alunno che gli permetta di formarlo
adeguatamente. Tale conoscenza è oggi tanto più indispensabile in quanto
maggiori sono stati - in profondità e frequenza - i cambiamenti delle
generazioni in questi ultimi tempi.
Aspetti comunitari
34. Contemporaneamente a una equilibrata affermazione
della propria personalità e come parte di questa, l'alunno deve essere anche
orientato dall'educatore cattolico a un atteggiamento di socialità verso gli
altri membri della comunità educativa, delle altre comunità di cui fa parte
e dell'intera comunità umana. D'altra parte l'appartenenza alla comunità
educativa e l'influenza che la scuola deve esercitare, e spera ricevere
dall'ambiente sociale circostante, richiede che l'educatore laico cattolico
estenda le sue relazioni e i suoi lavori in «équipe» con i suoi colleghi, in
rapporto con le altre categorie di detta comunità e abbia la disponibilità
necessaria a collaborare nei diversi settori che il compito educativo comune
comporta.
Essendo la famiglia «la prima e fondamentale scuola di
socialità»,(30) egli dovrà specialmente accettare volentieri e suscitare i
debiti contatti con i genitori degli alunni. Questi contatti sono per altro
necessari perché l'impegno educativo della famiglia e della scuola si
orienti congiuntamente negli aspetti concreti, per facilitare «il grave
dovere dei genitori di impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e fattivo
con gli insegnanti e i dirigenti delle scuole»,(31) e soddisfare alla
necessità di aiuto di molte famiglie per poter educare convenientemente i
propri figli e compiere così la funzione «insostituibile e inalienabile»(32)
che spetta a loro.
35. Nel medesimo tempo è anche necessario che
l'educatore presti una costante attenzione all'ambiente socio-culturale,
economico e politico della scuola; sia a quello più prossimo del quartiere e
della circoscrizione nella quale la scuola si trova inserita, sia ai
contesti regionale e nazionale che, molte volte, attraverso i mezzi di
comunicazione sociale, esercitano una notevole influenza sugli altri. Solo
seguendo con attenzione la situazione reale e nazionale e internazionale,
l'educatore avrà i dati precisi per rispondere alle esigenze poste dalla
formazione dei suoi alunni e potrà prepararli al futuro come lo prevede
ora.
36. Sebbene sia giusto sperare che l'educatore laico
cattolico dia preferibilmente la sua adesione alle associazioni
professionali cattoliche, tuttavia non può considerare come estraneo al suo
compito educativo il partecipare e collaborare con altri gruppi e
associazioni professionali o connesse alla educazione e recare il suo
contributo, per quanto modesto possa essere, al conseguimento di una
adeguata politica educativa nazionale e la sua eventuale attività sindacale
in consonanza sempre con i diritti umani e i principi cristiani
sull'educazione.(33) Rifletta l'educatore laico quanto possa rimanere
separata, a volte, la sua vita professionale dai movimenti "associativi, e
le gravi ripercussioni che il suo disinteresse potrebbe recare in problemi
educativi importanti.
È vero che molte di queste attività non sono retribuite
e il realizzarle dipende dalla generosità di coloro che vi partecipano. È
necessario fare, senza dubbio, un invito pressante a questa generosità
quando sono in gioco le realtà di una trascendenza che non possono essere
estranee all'educatore cattolico.
Una vocazione più che una professione
37. L'educatore laico esercita un lavoro che ha
innegabilmente un aspetto professionale, ma che non può ridursi ad esso. La
professionalità è inclusa ed assunta nella sua sopran naturale vocazione
cristiana. Deve, quindi, viverla effettivamente come una vocazione personale
nella Chiesa e non solo come l'esercizio di una professione. Vocazione nella
quale, per la sua stessa natura laicale, mirerà a fondere il disinteresse e
la generosità con la legittima difesa dei propri diritti, tuttavia, in
sostanza, una vocazione con tutta la pienezza di vita e di impegno personale
che detta parola racchiude, e che spalanca vastissime prospettive per essere
vissuta con entusiasmo.
È poi vivamente auspicabile che ogni educatore laico
cattolico acquisti la massima coscienza dell'importanza, ricchezza e
responsabilità di una simile vocazione e si sforzi di rispondere a quanto
essa esige, con la consapevolezza che questa risposta è fondamentale per la
costruzione e il costante rinnovamento della città terrena e per
l'evangelizzazione del mondo.
CARATTERISTICHE SPECIFICHE DEL LAICO CATTOLICO
NELLE DIVERSE SCUOLE
Nella scuola cattolica
38. Nota caratteristica della scuola cattolica «è dar
vita a un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico
di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della
propria personalità crescano insieme se condo quella nuova creatura, che in
essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l'insieme della
cultura umana con il messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del
mondo, della vita, dell'uomo, che gli alunni via via acquistano, sia
illuminata dalla fede».(34) Per tutti questi motivi è ovvio che la scuola
cattolica «rientra nella missione salvifica della Chiesa e particolarmente
nell'esigenza della educazione alla fede»(35) e include un'adesione sincera
al magistero della Chiesa, una presentazione di Cristo come modello supremo
dell'uomo e una speciale sollecitudine della qualità dell'insegnamento
religioso scolastico.
Di fronte a questi ideali e obiettivi specifici, che
costituiscono il progetto educativo generale della scuola cattolica, il
laico cattolico, che vi lavora, deve esserne cosciente e essere convinto
quindi che la scuola cattolica è lo spazio scolastico nel quale può
sviluppare la sua completa vocazione con maggior libertà e approfondimento
ed è il modello della sua azione apostolica in qualsiasi scuola, secondo le
possibilità offerte. Tutto ciò deve stimolarlo a contribuire
corresponsabilmente al conseguimento di questi ideali e obiettivi, in
atteggiamento di piena e sincera adesione a essi. Ciò non implica la
mancanza di difficoltà, tra le quali occorre ricordare per le sue molte
conseguenze la maggior eterogeneità interna degli alunni e di professori
nelle scuole cattoliche di molti Paesi.
39. All'interno dei caratteri comuni a tutte le scuole
Cattoliche esistono diverse realizzazioni possibili, che, in pratica,
corrispondono in molti casi al carisma specifico dell'istituto religioso che
le ha fondate e le promuove. Però sia che abbia la sua origine in una
istituzione del clero secolare, di religiosi, o di laici, ogni scuola
cattolica può conservare le proprie caratteristiche, che si esprimeranno nel
progetto educativo particolare o nella sua pedagogia. In questo caso il
laico cattolico, che vi lavora, dovrà cercare di comprendere tali
caratteristiche e le ragioni che le hanno ispirate e procurare di
identificarsi con le stesse in maniera sufficiente perché gli elementi
propri della scuola si realizzino attraverso il suo lavoro personale.
40. È importante che, in accordo con la fede che
professano e la testimonianza di vita che sono chiamati a dare,(36) i laici
cattolici che operano in questa scuola partecipino con semplicità e in modo
attivo alla vita liturgica e sacramentale che in essa si svolge. Gli alunni
comprenderanno meglio, attraverso l'esempio vivo, l'importanza che questa
vita ha per i credenti. È sommamente positivo che in una società
secolarizzata - dove gli alunni facilmente costatano che molti laici, i
quali si dicono cattolici, vivono abitualmente al di fuori della liturgia e
dei sacramenti - possano vedere il comportamento di altri laici adulti che
prendono con serietà queste realtà come fonte e alimento della propria vita
cristiana.
41. La comunità educativa deve aspirare a costituirsi
nella scuola cattolica in comunità cristiana, ossia in vera comunità di
fede. Ciò è irrealizzabile, neppure inizialmente, senza la partecipazione
cristiana condivisa almeno da una parte delle principali categorie -
genitori, professori e alunni - della comunità educativa. È sommamente
auspicabile che il laico cattolico, e specialmente l'educatore, sia disposto
a partecipare attivamente ai gruppi di animazione pastorale o ad altri
nuclei capaci di fermento evangelico.
42. Frequentano talvolta le scuole della Chiesa alunni
che non professano la fede cattolica o che forse mancano di ogni credenza
religiosa. Come risposta volontaria dell'uomo a Dio che gli si rivela, la
fede non ammette violenza. Quindi gli educatori cattolici, nel proporre la
dottrina in consonanza con le loro convinzioni religiose e con la identità
della scuola, avranno massimo rispetto della libertà degli alunni non
cattolici. Saranno sempre aperti a un dialogo autentico, convinti che
l'apprezzamento affettuoso e sincero per chi onestamente cerca Dio
rappresenta, in tali circostanze, la testimonianza più opportuna della
propria fede.(37)
43. La scuola cattolica, come comunità educativa che ha
per aspirazione ultima di educare alla fede, sarà tanto più idonea a
compiere il suo mandato quanto più rappresenterà la ricchezza della comunità
ecclesiale. La presenza simultanea in essa di sacerdoti, religiosi,
religiose e laici costituisce per l'alunno un riflesso vivo di questa
ricchezza che gli facilita una maggior assimilazione della realtà della
Chiesa. Consideri il laico cattolico che, da questo punto di vista, la sua
presenza nella scuola cattolica, come quella dei sacerdoti, religiosi o
religiose, è importante. Poiché ciascuna di queste forme di vocazione
ecclesiale reca all'educando un esempio di incarnazione vitale distinta: il
laico cattolico, l'intima dipendenza delle realtà terrene da Dio in Cristo,
la professionalità secolare, come ordinazione del mondo a Dio; il sacerdote,
le molteplici sorgenti di grazia che il Cristo ha lasciato nei sacramenti a
tutti i credenti, la luce rivelatrice della Parola, il carattere di servizio
che riveste la struttura gerarchica della Chiesa; i religiosi e le
religiose, lo spirito innovatore delle beatitudini, la continua chiamata al
Regno come unica realtà definitiva, l'amore del Cristo e degli uomini in
Cristo come scelta totale della vita.
44. Le caratteristiche di ciascuna vocazione devono far
pensare a tutti alla grande convenienza della mutua presenza e
complementarietà per assicurare il carattere della scuola cattolica, e
animare tutti alla ricerca sincera dell'unione e della coordinazione.
Contribuiscano anche i laici con il loro atteggiamento al debito inserimento
della scuola cattolica nella pastorale d'insieme della Chiesa locale -
prospettiva che mai deve dimenticarsi - e nei campi convergenti della
pastorale parrocchiale. Offrano anche le loro iniziative e la loro
esperienza per una maggiore relazione e collaborazione delle scuole
cattoliche tra loro e con le altre scuole, particolarmente con quelle che
partecipano di una medesima concezione cristiana, e con la società.
45. I laici educatori cattolici pensino anche molto
seriamente alla minaccia di impoverimento che potrebbe derivare alla scuola
cattolica dalla scomparsa o dalla diminuzione in essa di sacerdoti,
religiosi e religiose. Il che deve essere evitato nella misura del possibile
mentre nel contempo ci si deve preparare in maniera adeguata per essere
capaci di mantenere, da soli, qualora fosse necessario e conveniente, le
scuole cattoliche attuali o future. Infatti il dinamismo storico che opera
nella scuola contemporanea fa prevedere che, almeno per un periodo di tempo
abbastanza vicino, l'esistenza della scuola cattolica in alcuni Paesi di
tradizione cattolica dipenderà fondamentalmente dai laici, come è dipeso e
dipende, con gran frutto, in tante giovani Chiese. Simile responsabilità non
può risolversi in attitudini meramente passive di timore o lamentele, ma
stimolare ad azioni decise ed efficaci, che si dovrebbero già prevedere e
pianificare con l'aiuto di quegli stessi istituti religiosi che vedono
diminuire le loro possibilità per un immediato futuro.
46. Talvolta i Vescovi, approfittando della
disponibilità di laici competenti e desiderosi di dare una chiara
testimonianza cristiana nel campo educativo, affidano loro la gestione
totale di scuole cattoliche, incorporandoli così alla missione apostolica
della Chiesa.(38)
Data l'estensione sempre crescente del campo
scolastico, la Chiesa ha bisogno di approfittare di tutte le risorse
disponibili per educare cristianamente la gioventù, e in conseguenza
incrementare la partecipazione di educatori laici cattolici. Ciò non toglie
nulla all'importanza delle scuole dirette dalle famiglie religiose. La
testimonianza qualificata, sia individuale sia comunitaria dei religiosi e
delle religiose nei propri centri di insegnamento, fa sì che questi siano
più necessari che mai in un mondo secolarizzato.
I membri delle Comunità religiose hanno pochi campi,
come le loro scuole, per dare questa testimonianza. In esse i religiosi e le
religiose possono stabilire un contatto immediato e duraturo con la
gioventù, in un contesto che spontaneamente reclama spesso le verità della
fede per illuminare le varie dimensioni dell'esistenza. Questo contatto ha
una speciale importanza in un'età in cui le idee e le esperienze lasciano
un'impronta permanente nella personalità dell'alunno.
Tuttavia, la chiamata che fa la Chiesa agli educatori
laici cattolici per inserirli in un attivo apostolato scolastico non si
limita ai propri centri scolastici ma si estende a tutto il vasto campo
dell'insegnamento, nella misura in cui sia possibile dare in esso una
testimonianza cristiana.
Nelle scuole con progetti educativi diversi
47. Si prendono qui in considerazione le scuole statali
e non Statali ispirate a progetti educativi distinti da quelli della scuola
cattolica, purché tali progetti non siano incompatibili con la concezione
cristiana dell'uomo e della vita. Queste scuole, che sono la maggioranza tra
quelle esistenti nel mondo, possono essere orientate nel loro progetto
educativo verso una determinata concezione dell'uomo e della vita, o più
semplicemente e riduttivamente a una derminata ideologia,(39) o ammettere
all'interno di una cornice di principi sufficientemente generali la
coesistenza di diverse concezioni o ideologie tra gli educatori. Si intende
questa coesistenza come una pluralità manifestata giacché, in tali scuole,
ogni educatore impartisce il suo insegnamento, espone i suoi criteri e
presenta come positivi determinati valori in funzione della sua concezione
dell'uomo o della sua ideologia. Non si adopera qui il termine «scuola
neutra», perché in pratica questa non esiste.
48. Nella nostra società pluralista e secolarizzata la
presenza del laico cattolico è spesso l'unica presenza della Chiesa in dette
scuole. In esse si verifica la situazione sopra citata, per cui solo
attraverso il laico la Chiesa può raggiungere determinati ambienti o
istituzioni.(40) La chiara coscienza di questa situazione aiuterà molto il
laico cattolico ad assumere le sue responsabilità.
49. L'educatore laico cattolico dovrà impartire le sue
materie da un'ottica di fede cristiana, in accordo con le possibilità di
ogni materia e con le situazioni ambientali degli alunni e della scuola. In
questo modo aiuterà gli educandi a scoprire gli autentici valori umani e,
sebbene con le limitazioni proprie di una scuola che non ha nel programma
l'educazione alla fede e nella quale molti fattori possono anche essere
contrari ad essa, contribuirà ad iniziare nei suoi alunni quel dialogo tra
la cultura e la fede che potrà giungere un giorno alla sintesi auspicabile
tra entrambe. Tale compito potrebbe essere particolarmente fecondo per gli
alunni cattolici e costituirà per gli altri una forma di evangelizzazione.
50. Simile atteggiamento di coerenza con la propria
fede va accompagnato nella scuola pluralista da un particolare rispetto
verso le convinzioni e la fatica degli altri educatori, purché essi non
conculchino i diritti umani dell'alunno. Detto rispetto deve aspirare a
giungere a un dialogo costruttivo soprattutto con i fratelli cristiani
separati e con tutti gli uomini di buona volontà. Così apparirà con maggior
chiarezza che la fede cristiana appoggia in pratica la libertà religiosa e
umana che difende e che si concreta logicamente nella società in un ampio
pluralismo.
51. La partecipazione attiva del laico cattolico nelle
attività della propria categoria, nelle relazioni con gli altri membri della
comunità educativa, e in particolare con i genitori degli alunni, è inoltre
di grande importanza perché gli obiettivi, i programmi e i metodi educativi
della scuola nella quale lavora si impregnino progressivamente dello spirito
evangelico.
52. Per la sua serietà professionale, per il suo
sostegno della verità, della giustizia e della libertà, per la sua apertura
di vedute e il suo abituale atteggiamento di servizio, per il suo personale
coinvolgimento con gli alunni e la sua fraterna solidarietà con tutti, per
la sua vita morale integra in tutti i suoi aspetti, il laico cattolico deve
essere in questo tipo di scuola lo specchio nel quale tutti e ciascuno dei
membri della comunità educativa possano veder riflessa l'immagine dell'uomo
evangelico.
In altre scuole
53. Si considerano qui più particolarmente quelle altre
scuole esistenti in Paesi di missione o in Paesi scristianizzati nella
pratica, dove si accentuano, in maniera speciale le funzioni che il laico
cattolico, per esigenza della sua fede, deve disimpegnare quando egli è
l'unica o quasi esclusiva presenza della Chiesa, non solo nella scuola, ma
anche nel luogo nel quale essa è situata. In queste circostanze, egli sarà
l'unica voce per far giungere agli alunni, ai membri della comunità
educativa e a tutti gli uomini, coi quali ha relazioni come educatore e come
persona, il messaggio evangelico.(41) Ciò che è stato detto sulla coscienza
della propria responsabilità; la prospettiva cristiana dell'insegnamento e
dell'educazione, il rispetto delle convinzioni altrui, il dialogo
costruttivo con gli altri cristiani e con i non credenti, la partecipazione
attiva nelle diverse categorie della scuola e specialmente la testimonianza
di vita, acquista in questo caso un rilievo eccezionale.
54. Non si possono infine dimenticare quei laici
cattolici che lavorano in scuole di Paesi nei quali la Chiesa è perseguitata
e dove la stessa condizione di cattolico costituisce una proibizione per
esercitare la funzione di educatore. I laici sono costretti a nascondere la
loro condizione di credenti per poter lavorare in una scuola di orientamento
ateo. La loro sola presenza, di per se stessa già tanto difficile, se si
adatta silenziosa, ma vitale alla immagine dell'uomo evangelico è già un
annunzio efficace del messaggio di Cristo che contrasterà la nociva
intenzione che persegue l'educazione atea nella scuola. La testimonianza
della vita e il comportamento personale con gli alunni potrà anche condurre,
superando tutte le difflcoltà, a una evangelizzazione più esplicita. Per
molti giovani di questi Paesi; l'educatore laico, che per motivi umani e
religiosamente dolorosi si vede costretto a vivere il proprio cattolicesimo
nell'anonimato, può essere l'unico mezzo per conoscere genuinamente il
Vangelo e la Chiesa che sono sfigurati e attaccati nella scuola.
55. In qualsiasi tipo di scuole, soprattutto in alcune
regioni, l'educatore cattolico si incontrerà, non rare volte, con alunni non
cattolici. Egli dovrà avere verso di loro non solo un atteggiamento
rispettoso ma accogliente e aperto al dialogo, motivato dall'amore
universale cristiano. Tenga inoltre presente che la vera educazione non si
limita a impartire soltanto conoscenze, ma promuove la dignità e la
fraternità e prepara ad aprirsi alla Verità che è Cristo.
L'EDUCATORE LAICO CATTOLICO COME PROFESSORE DI RELIGIONE
56. L'insegnamento della religione è caratteristico
della scuola in generale, purché questa aspiri alla formazione dell'uomo
nelle sue dimensioni fondamentali, tra le quali la religiosità. In realtà,
l'insegnamento religioso scolastico è un diritto - con il relativo dovere -
dell'alunno e dei genitori e, per la formazione dell'uomo, è anche uno
strumento importantissimo, almeno nel caso della religione cattolica, per
raggiungere un'adeguata sintesi tra fede e cultura sulla quale tanto si è
insistito. Per questo l'insegnamento della religione cattolica, distinta e
nel medesimo tempo complementare della catechesi propriamente detta,(42)
dovrebbe essere impartito in qualsiasi scuola.
57. L'insegnamento religioso scolastico è dunque, come
la catechesi, «una forma eminente di apostolato laicale»,(43) e sia per
questo sia per il numero di professori che tale insegnamento esige nelle
dimensioni raggiunte dall'organizzazione scolastica del mondo attuale,
toccherà ai laici impartirlo nella maggioranza delle circostanze,
soprattutto ai livelli d'insegnamento di base.
58. Prendano quindi coscienza gli educatori cattolici
laici, secondo i luoghi e le situazioni del grande compito che si offre loro
in questo campo. Senza la loro generosa collaborazione, l'insegnamento
religioso scolastico non potrà adeguarsi alle necessità esistenti, come già
accade in alcuni paesi. La Chiesa ha bisogno in questo caso, come in molti
altri, della collaborazione dei laici. Questa urgenza può essere
particolarmente impellente nelle giovani Chiese.
59. Senza dubbio l'insegnante di religione ha una
funzione di primo piano per il fatto che «non si vuole che ciascuno
trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma
l'insegnamento di Gesù Cristo».(44) Di conseguenza nella trasmissione della
medesima, tenendo presente l'uditorio al quale si rivolgono, gli insegnanti
di religione, come quelli di catechesi, «avranno ... la saggezza di cogliere
nel campo della ricerca teologica ciò che può illuminare la loro riflessione
ed il loro insegnamento, attingendo ... alle vere fonti, nella luce del
Magistero» dal quale dipendono nel disimpegno della loro funzione e «si
asterranno dal turbare l'animo dei fanciulli e dei giovani ... con teorie
peregrine».(45) Seguano con fedeltà le norme degli episcopati locali per ciò
che concerne la propria formazione teologica e pedagogica e la
programmazione della materia; specialmente tengano presente la grande
importanza che la testimonianza della vita e una spiritualità intensamente
vissuta hanno in questo campo.
III.
FORMAZIONE DEL LAICO CATTOLICO
PER ESSERE TESTIMONE DELLA FEDE
NELLA SCUOLA
60. L'esperienza vissuta di una vocazione così ricca e
così profonda come quella del laico cattolico nella scuola richiede la
corrispondente formazione sia sul piano professionale sia su quello
religioso. Si richiede specialmente nell'educatore una personalità
spirituale matura che si manifesti in una profonda vita cristiana. «Una tale
vocazione - dice il Concilio Vaticano II riferendosi agli educatori - esige
... una preparazione molto accurata»,(46) «Essi (gli insegnanti) ... devono
prepararsi scrupolosamente, per essere forniti della scienza sia profana sia
religiosa, attestata dai relativi titoli di studio, e ampiamente esperti
nell'arte pedagogica, aggiornata con le scoperte del progresso
contemporaneo».(47) La necessità di questa formazione tende ad accentuarsi a
livello religioso e spirituale in cui con frequenza il laico cattolico non
perfeziona la sua formazione iniziale al medesimo grado come lo fa
nell'ordine culturale e generale e soprattutto professionale.
COSCIENTIZZAZIONE E STIMOLO
61. I laici cattolici che si preparano a lavorare nella
scuola sono abitualmente molto coscienti del bisogno di una buona
preparazione professionale per poter realizzare la loro missione educatrice,
per cui hanno una autentica vocazione umana. Questo tipo di coscienza, anche
all'interno del campo professionale, non è, tuttavia, quella caratteristica
di un laico cattolico che vuol vivere il suo compito educativo come mezzo
fondamentale di santificazione personale e di apostolato. È precisamente la
coscienza di voler vivere così la sua vocazione quella che viene richiesta
al laico cattolico che lavora nella scuola. Fino a che punto posseggano
questa coscienza è proprio ciò che si devono chiedere gli stessi laici.
62. In relazione a questa coscienza specifica del laico
cattolico vi è quella che si riferisce alla necessità di ampliare e
aggiornare la sua formazione religiosa in modo che accompagni parallelamente
e con equilibrio la sua intera formazione umana. Infatti da parte del laico
è necessaria la viva coscienza di questa formazione religiosa perché da essa
dipende non solo la sua possibilità di apostolato, ma anche il debito
esercizio di un compito professionale, specialmente quando si tratta di
compito educativo.
63. Le considerazioni fatte mirano ad aiutare a
risvegliare questa coscienza e a riflettere sopra la situazione personale su
tale punto fondamentale per giungere a vivere in pienezza la vocazione laica
di educatore cattolico. L'essere o non essere che si pone in gioco dovrà
stimolare il massimo sforzo che sempre suppone il cercare di acquisire una
forrnazione che si è trascurata o mantenerla al suo debito livello. In tutti
i casi, all'interno della comunità ecclesiale, l'educatore laico cattolico
potrà fondatamente sperare dai Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose,
soprattutto da coloro che sono dediti all'apostolato della educazione e dai
movimenti e dalle associazioni di educatori laici cattolici che lo aiutino
ad acquistare una piena coscienza delle sue necessità personali nel campo
della formazione e lo stimolino, nella forma più adatta, per dedicarsi più
interamente all'impegno sociale che tale formazione esige.
FORMAZIONE
PROFESSIONALE E RELIGIOSA
64. Conviene rilevare che non tutti i centri di
formazione dei docenti offrono in egual maniera all'educatore cattolico la
base professionale più idonea per realizzare la sua missione educativa, se
si tiene presente la profonda relazione esistente tra il modo di esporre il
contenuto delle discipline, soprattutto di quelle più umanistiche, e la
concezione dell'uomo, della vita e del mondo. Può capitare facilmente che
nei centri di formazione dei docenti, nei quali esista un pluralismo
ideologico, il futuro insegnante cattolico debba fare uno sforzo
supplementare per conseguire in determinate discipline una sua sintesi tra
fede e cultura. Non può dimenticare facilmente, mentre si forma, che la
situazione sarà uguale quando dovrà insegnare ai propri alunni in modo da
stimolare in essi, in primo luogo, il dialogo e la ulteriore sintesi
personale tra la cultura e la fede. Tenendo presenti questi molteplici
aspetti, è particolarmente raccomandabile la frequenza degli insegnanti ai
diversi centri di formazione diretti dalla Chiesa, dove esistono, così anche
la creazione di questi, se possibile, ove non esistano ancora.
65. La formazione religiosa dell'educatore cattolico
non può fermarsi al termine dei suoi studi medi. Occorre che egli accompagni
e completi la sua formazione professionale per essere al livello della sua
fede di uomo adulto, della sua cultura umana e della sua specifica vocazione
laicale. Infatti la formazione religiosa deve essere orientata alla
santificazione personale e all'apostolato, elementi inseparabili della
vocazione cristiana. «La formazione all'apostolato suppone che i laici siano
integralmente formati dal punto di vista umano, secondo il genio e le
condizioni di ciascuno» e richiede «oltre alla formazione spirituale ... una
solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica, filosofica».(48) Non
si può inoltre dimenticare, nel caso dell'educatore, una adeguata formazione
circa l'insegnamento sociale della Chiesa che è «parte integrante della
concezione cristiana della vita»(49) e aiuta a mantenere intensamente viva
la indispensabile sensibilità sociale.(50)
Riguardo al piano dottrinale e riferendosi ai
professori, occorre ricordare che il Concilio Vaticano II parla della
necessità di una scienza religiosa garantita dai debiti titoli.(51) È poi
molto raccomandabile che tutti i laici cattolici che lavorano nella scuola e
specialmente gli educatori seguano, nelle facoltà ecclesiastiche e negli
istituti di scienze religiose a essi destinati ove sia possibile, corsi di
formazione religiosa fino a ottenere i titoli corrispondenti.
66. Abilitati con detti titoli e con un'adeguata
preparazione in pedagogia religiosa, diventeranno fondamentalmente capaci
per l'insegnamento della religione. Gli episcopati promuoveranno e
faciliteranno tutta questa preparazione per l'insegnamento religioso e per
la catechesi, senza dimenticare ïl dialogo di mutua illuminazione con i
professori che si stanno formando.
AGGIORNAMENTO. FORMAZIONE PERMANENTE
67. Lo straordinario progresso scientifico e tecnico e
la permanente analisi critica alla quale ogni tipo di realtà, situazioni e
valori sono sottomessi in questo nostro tempo, han fatto sì, tra le altre
cause, che la nostra epoca si caratterizzi per una continua e accelerata
trasformazione che tocca l'uomo e la società in tutti i campi. Questo
cambiamento provoca il rapido invecchiamento delle conoscenze acquisite e
delle strutture vigenti, ed esige nuove attitudini e metodi.
68. Di fronte a questa realtà che il laico è il primo a
sperimentare, è ovvia l'esigenza di un costante aggiornamento che si
presenta all'educatore cattolico riguardo alle sue attitudini personali, nei
contenuti delle materie che insegna e nei metodi pedagogici che utilizza.
Bisogna ricordare che la vocazione di educatore esige «una capacità pronta e
costante di rinnovamento e di adattamento».(52) La richiesta di
aggiornamento, perché costante, postula una formazione permanente. Questa
non interessa solamente la formazione professionale, ma anche quella
religiosa e in generale l'arricchimento di tutta la personalità, per cui la
Chiesa cerca sempre di adattare la sua missione pastorale alle circostanze
degli uomini di ogni epoca per far giungere in modo comprensibile e
appropriato alle loro condizioni il messaggio cristiano.
69. Per la varietà degli aspetti che abbraccia, la
formazione permanente esige una costante ricerca personale e comunitaria
delle sue forme di realizzazione. Tra i suoi molti mezzi: lettura di riviste
e libri appropriati, partecipazione a conferenze e corsi di aggiornamento,
partecipazione a riunioni, incontri e congressi, disponibilità di certi
periodi di tempo libero risultano strumenti ordinari e praticamente
imprescindibili di detta formazione. Inoltre tutti i laici cattolici che
lavorano nella scuola procurino di inserirli abitualmente nella loro vita
umana, professionale e religiosa.
70. Nessuno ignora che tale formazione permanente, come
lo stesso nome indica, è un compito arduo di fronte al quale molti cedono,
particolarmente se si considera la crescente complessità della vita attuale,
le difficoltà che la missione educativa comporta e le insufficienti
condizioni economiche che tante volte l'accompagnano. Nonostante ciò nessun
laico cattolico che lavora nella scuola può esimersi da queste sfide del
nostro tempo e rimanere ancorato a conoscenze, a criteri e ad atteggiamenti
superati. La sua rinunzia alla formazione permanente in ogni campo umano,
professionale e religioso, lo collocherà al margine di questo mondo che deve
portare al Vangelo.
IV.
SOSTEGNO DELLA CHIESA
AL LAICATO CATTOLICO NELLA SCUOLA
71. Le diverse situazioni nelle quali si svolge il
lavoro del laico cattolico nella scuola fanno sì che molte volte egli si
senta isolato, incompreso e, quindi, tentato di scoraggiamento e di
abbandono delle sue responsabilità. Per far fronte a queste situazioni e, in
generale, per una migliore realizzazione della vocazione alla quale è
chiamato, il laico cattolico che lavora nella scuola dovrà poter contare
sempre nel sostegno e nell'aiuto della Chiesa intera.
SOSTEGNO
NELLA FEDE, NELLA PAROLA E NELLA VITA SACRAMENTALE
72. È innanzitutto nella propria fede che il laico
cattolico troverà il sostegno; nella fede troverà con sicurezza l'umiltà, la
speranza e la carità che gli sono necessarie per perseverare nella sua
vocazione.(53) Ogni educatore infatti ha bisogno di umiltà per riconoscere i
suoi limiti, i suoi errori, le necessità di costante superamento e per
rendersi conto che l'ideale che persegue lo supererà sempre. Ha bisogno
anche di ferma speranza perché mai nessuno potrà giungere a raccogliere i
frutti del lavoro che svolge con i suoi alunni. Gli occorre infine una
costante e crescente carità che ama sempre nei suoi alunni l'uomo fatto a
immagine e somiglianza di Dio ed elevato a figlio suo per la redenzione di
Gesù Cristo.
Ora questa fede umile, questa speranza e questa carità
ricevono il loro aiuto dalla Chiesa attraverso la Parola, la vita
sacramentale e la preghiera di tutto il popolo di Dio. Perché la Parola
ripete e ricorda all'educatore l'immensa grandezza della sua identità e il
suo compito; la vita sacramentale gli dà la forza per viverla e lo sostiene
quando sbaglia; la preghiera di tutta la Chiesa presenta a Dio per lui e con
lui, nella sicurezza di una risposta promessa da Gesù Cristo, ciò che il suo
cuore desidera e chiede e perfino quello che non arriva a desiderare e a
chiedere.
SOSTEGNO
COMUNITARIO
73. Il compito educativo è arduo e molto importante, e
per ciò stesso di delicata e complessa realizzazione. Richiede calma, pace
interiore, non eccessivo lavoro e un continuo arricchimento culturale e
religioso, condizioni queste che poche volte possono trovarsi insieme nella
società attuale. La natura della vocazione dell'educatore laico cattolico
dovrebbe esser fatta conoscere con più frequenza e approfondimento a tutto
il Popolo di Dio da tutti coloro che, nella Chiesa, sono in grado di farlo.
Il tema dell'educazione, con tutte le sue implicazioni, dovrebbe essere
affrontato con più insistenza poiché l'educazione è uno dei grandi campi di
azione della missione salvifica della Chiesa.
74. Da questa conoscenza nascerà logicamente la
comprensione e la debita stima. Tutti i fedeli dovrebbero essere coscienti
che senza l'educatore laico cattolico l'educazione alla fede nella Chiesa
sarebbe carente di uno dei suoi fondamenti. Per questo tutti i credenti
devono collaborare attivamente, nella misura della loro possibilità, perché
l'educatore abbia quel rango sociale e quel livello economico che merita,
unito alla debita sicurezza e stabilità nell'esercizio del suo compito.
Nessun membro della Chiesa deve considerarsi estraneo allo sforzo per far sì
che nel suo paese la politica educativa rifletta il più possibile, nella
legislazione e nella pratica, i principi cristiani sull'educazione.
75. Le condizioni del mondo contemporaneo devono
indurre la gerarchia e gli istituti religiosi consacrati all'educazione a
incoraggiare i gruppi, i movimenti e le associazioni cattoliche esistenti di
tutti i laici credenti impegnati nella scuola e a crearne altri nuovi,
cercando le forme più adeguate ai tempi e alle diverse realtà nazionali.
Molti degli obiettivi educativi, con le loro implicazioni sociali e
religiose, che la vocazione del laico cattolico nella scuola esige, saranno
difficilmente raggiungibili senza l'unione delle forze che suppongono
organismi associativi.
SOSTEGNO
DALLE PROPRIE ISTITUZIONI EDUCATIVE.
LA SCUOLA CATTOLICA E I LAICI
76. L'importanza della scuola cattolica invita a
rivolgerle una speciale riflessione che serva di esempio concreto alle altre
istituzioni cattoliche, per gli aiuti che devono offrire ai laici che in
esse lavorano. Anche questa S. Congregazione, riferendosi ai laici, non ha
esitato ad affermare che «gli insegnanti, con la loro azione e
testimonianza, sono tra i protagonisti più importanti che mantengono alla
Scuola Cattolica il suo carattere specifico».(54)
77. I laici devono trovare, innanzitutto, nella scuola
cattolica un ambiente di sincera stima e cordialità, dove possano stabilirsi
autentiche relazioni umane tra tutti gli educatori. Mantenendo ciascuno la
sua caratteristica vocazionale(55) sacerdoti, religiosi, religiose e laici
devono integrarsi pienamente nella comunità educativa e avere in essa un
atteggiamento di vera uguaglianza.
78. Due elementi sono fondamentali per vivere insieme
un medesimo ideale da parte dell'ente gestore e dei laici che lavorano nella
scuola cattolica. Primo, un'adeguata retribuzione economica, garantita da
contratti ben definiti, del lavoro fatto nella scuola; retribuzione che
permetta ai laici una vita degna senza necessità di altri impieghi né di
sovraccarichi che ostacolino il compito educativo. Ciò non è attuabile senza
imporre un grave peso finanziario alle famiglie e far sì che la scuola, così
costosa, diventi riservata a una piccola élite. Finché questa retribuzione
pienamente adeguata non sarà conseguita, i laici devono poter apprezzare nei
dirigenti della scuola almeno la preoccupazione per raggiungere questa
meta.
Secondo, un'autentica partecipazione dei laici alle
responsabilitá della scuola, adatta alla loro capacità, in tutti i campi, e
la loro sincera identificazione con i fini educativi che caratterizzano la
scuola cattolica. Questa deve procurare inoltre con tutti i mezzi di
coltivare tale identificazione senza la quale non si potranno conseguire
tali fini. Non si deve dimenticare che la scuola stessa si crea
incessantemente grazie al lavoro condotto a termine da tutti coloro che vi
sono impegnati e più specialmente dai docenti.(56) Per conseguire questa
auspicabile partecipazione saranno condizioni indispensabili l'autentica
stima della vocazione laicale, la debita informazione, la fiducia profonda
e, quando lo si riterrà necessario, il trapasso ai laici delle distinte
responsabilità di insegnamento, amministrazione e governo della scuola.
79. Appartiene altresì alla missione della scuola
cattolica la sollecita cura della formazione permanente, professionale e
religiosa dei suoi membri laici. Essi infatti sperano dalla scuola quegli
orientamenti e quegli aiuti necessari - compresa la sufficiente
disponibilità di tempo richiesto - per questa formazione indispensabile,
pena l'allontanamento progressivo della scuola dai propri obiettivi. La
scuola cattolica, unita con altri centri educativi e con associazioni
professionali cattoliche, potrà organizzare utilmente conferenze, corsi e
incontri che facilitino detta formazione. Secondo le circostanze questa
potrà estendersi anche ad altri educatori cattolici laici che non lavorano
nella scuola cattolica, offrendo un servizio di cui spesso hanno bisogno e
che non trovano facilmente altrove.
80. Il miglioramento continuo della scuola cattolica e
l'aiuto che essa, unita alle altre istituzioni educative della Chiesa, può
recare all'educatore laico cattolico dipendono in gran parte dal sostegno
che le offrono le famiglie cattoliche in genere e più in particolare quelle
che mandano alla scuola cattolica i propri figli. Le famiglie devono
sentirsi fortemente responsabili di questo doveroso sostegno che deve
estendersi a tutti gli aspetti: all'interesse, alla stima, alla
collaborazione generale ed economica. Non tutte potranno offrire questa
collaborazione nel medesimo grado e nel medesimo modo, tuttavia, devono
essere disposte alla maggior generosità possibile secondo le loro
disponibilità. Tale collaborazione deve applicarsi anche alla partecipazione
a raggiungere gli obiettivi e alle responsabilità della scuola. Questa da
parte sua deve loro offrire informazioni sulla realizzazione e il
perfezionamento del progetto educativo, sulla formazione,
sull'amministrazione e, in certi casi, sulla gestione.
CONCLUSIONE
81. I laici cattolici che lavorano nella scuola con
cariche educative, direttive, amministrative o ausiliarie, non possono aver
alcun dubbio sul fatto che essi costituiscono per la Chiesa una grande
speranza. In essi la Chiesa ha posto la sua fiducia, per la progressiva
integrazione delle realtà temporali nel Vangelo e per farlo giungere a tutti
gli uomini. In modo tutto particolare ha posto in essi la sua fiducia per il
loro impegno della formazione integrale dell'uomo e per l'educazione alla
fede della gioventù, da cui dipende la maggiore o minore adesione al Cristo
nel mondo di domani.
82. La S. Congregazione per l'Educazione Cattolica,
facendosi eco di questa speranza e considerando la grande ricchezza
evangelica che rappresentano nel mondo i milioni di cattolici laici che
dedicano la loro vita alla scuola, ricorda le parole conclusive del decreto
conciliare sull'apostolato dei laici: «Il Sacro Concilio scongiura ... nel
Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio
di cuore alla voce di Cristo che in quest'ora li invita con maggiore
insistenza ...; l'accolgano con alacrità e magnanimità ... e, sentendo come
proprio tutto ciò che è di Lui (cfr. Fil 2, 5), si associno alla sua
missione salvifica ... affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie
forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente
adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente
nell'opera del Signore, ben sapendo che faticando nel Signore non faticano
invano (cfr. 1 Cor 15, 58)».(57)
Roma, 15 Ottobre, Festa di S. Teresa di Gesù, nel IV
Centenario della sua morte.
WILLIAM
Card. BAUM
Prefetto
Antonio M.
Javierre, Segretario
Arcivescovo tit. di Meta
(1) Conc.
Ec. Vat. II: Cost. Lumen Gentium,
n. 31: « Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei
membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa ».
(2) Cf.
Conc. Ec. Vat. II: Dich. Gravissimum educationis, n. 8.
(3) Cf. S.
Congregazione per l'Educazione Cattolica: La Scuola Cattolica 19
marzo 1977, nn. 18-22.
(4) Lumen
Gentium, n. 32.
(5) Ibid.
(6) Ibid.,
n. 31.
(7)
Ibid., n. 33.
(8) Ibid., n.31.
(9)
Ibid.
(10)
Lumen Gentium,
n. 36; Cf. Conc. Ec. Vat.
II: Decr. Apostolicam
actuositatem n. 7.
(11)
Lumen Gentium, n. 36.
(12)
Ibid.
(13)
Ibid., n. 33.
(14) Cf.
Gravissimum educationis, n. 3.
(15) Giovanni Paolo II,
Esort. ap. Familiaris
consortio, 22 novembre
1981, AAS 74 (1982) n. 36, p. 126.
(16)
Cf. Gravissimum educationis,
n. 5.
(17) Ibid., n. 3.
(18) Ibid., n. 6; cf.
Dichiarazione universale dei Diritti Umani, art. 26, 3.
(19)
Cf. Gravissimum educationis,
n. 6.
(20)
Ibid., n. 5; cf. Paolo VI, Esort. ap.
Evangelii nuntiandi,
8 dicembre 1975 AAS 68 (1976) n. 70, pp. 59-60.
(21) La Scuola
Cattolica, n. 31 .
(22) Cf. Paolo VI, Enc.
Populorum progressio, 26 marzo 1967, AAS 59 (1967) n, 19, pp.
267-268; cf. Giovanni Paolo II, Discorso all'UNESCO, 2 giugno 1980,
AAS 72 (1980) n. 11, p. 742.
(23) Paolo VI,
Discorso nella notte di Natale, 25 dicembre 1975, AAS 68 (1976) p. 145.
(24) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens,
14 settembre 1981, AAS 73 (1981) paragrafo iniziale, p. 578.
(25) Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens,
ibid., p. 577.
(26) Cf. supra n. 16.
(27) Cf. supra n. 20.
(28) Giovanni Paolo II, Discorso all' UNESCO, 2
giugno 1980, AAS 72 (1980) n. 11, p. 742.
(29) Cf. supra n. 21.
(30) Giovanni Paolo II, Esort. ap.
Familiaris consortio, AAS 74 (1982) n. 37, p.
127.
(31) Ibid., n. 40, p. 132.
(32) Ibid., n. 36, p. 126.
(33) Cf. Giovanni Paolo II, Enc.
Laborem exercens, AAS 73 (1981) n. 20, pp.
629-632.
(34) Gravissimum educationis, n. 8; cf. « La
Scuola Cattolica», n. 34.
(35) « La Scuola Cattolica», n. 9.
(36) Cf supra nn. 29 e 32.
(37) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Dich. Dignitatis Humanae,
n. 3.
(38) Cf. Apostolicam Actuositatem, n. 2.
(39) È compreso qui, ampiamente, come un sistema di
idee legato a strutture sociali, economiche e/o politiche.
(40) Cf. supra n. 9.
(41) Cf. Conc. Ec. Vat.
II: Decr. Ad gentes, n. 21.
(42) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso al clero di Roma
sull' « Insegnamento della Religione e Catechesi : ministeri distinti e
complementari », 5 marzo 1981, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981,
IV, I, n. 3 p. 630.
(43) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi
tradendae, 16 ottobre 1979, AAS 71(1979) n. 66, p. 1331.
(44) Ibid., n. 6.
(45) Ibid., n. 61.
(46) Gravissimum educationis,
n. 5.
(47) Ibid., n. 8.
(48) Apostolicam actuositatem,
n. 29.
(49) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del
90° anniversario della « Rerum Novarum», 13 maggio 1981 (non pronunziato
dal Papa), « L'Osservatore Romano », 15 maggio 1981, p. 2, n. 8; cf.
Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981, IV, I, pp. 1190-1202.
(50) Cf. Ibid.
(51) Cf. Gravissimum educationis,
n. 8.
(52) Gravissimum educationis, n. 5.
(53) Cf. « La Scuola Cattolica », n. 75.
(54) «Scuola Cattolica », n. 78.
(55) Cf supra n. 43.
(56) Cf. Giovanni Paolo II, Enc.
Laborem exercens, AAS 73. (1981) n. p. 614.
(57) Apostolicam actuositatem, n. 33.
30/11/2006 - Insegnamento
religione cattolica
Messaggio della Presidenza CEI
"Siamo ogni giorno spinti a fermarci all’immediato, a guardare solo a ciò
che ci sta vicino, dimenticando ciò che costituisce l’orizzonte in cui la
vita quotidiana prende significato, perché vi trova fondamento e
orientamento. A questi condizionamenti culturali occorre reagire. Lo
ribadisce con forza e continuità il Papa Benedetto XVI, ricordandoci quanto
sia pericoloso togliere all’uomo la prospettiva di Dio e la testimonianza
che della sete di lui danno le religioni; soprattutto la rivelazione che di
lui ci offre la religione cristiana nel volto e nell’opera del Figlio Gesù.
La nostra Europa, il mondo occidentale sarà in grado di ritrovare se stesso
e la capacità di parlare al mondo, “soltanto se cresce di nuovo la fede in
Dio, se Dio sarà di nuovo presente per noi e in noi”, perché “senza Dio i
conti non tornano”. Si apre così il Messaggio della Presidenza CEI in vista
della scelta di avvalersi dell'insegnamento della relgione cattolica per il
prossimo anno scolastico. "Gli ambienti e le occasioni per questa ricerca e
questo ascolto non mancano. La scuola è uno di questi - si legge nel
messaggio -. Essa può e deve dare il suo contributo alla riflessione sul
mistero della vita, soprattutto oggi che, per la presenza di un numero in
continua crescita di bambini e ragazzi provenienti da altri paesi, sta
diventando sempre più un luogo di confronto di tradizioni culturali e
religiose. Memoria viva del passato, progettazione creativa del futuro, la
scuola è innanzitutto un tempo dedicato alla maturazione integrale degli
alunni, quindi anche della dimensione spirituale e religiosa, all’interno e
in dialogo con il contesto culturale e sociale in cui essi sono inseriti".
Conferenza Episcopale Italiana
Commissione Episcopale per l'educazione cattolica,
la cultura, la scuola e l'università
Per la Scuola
una Lettera agli Studenti, ai Genitori,
a tutte le Comunità educanti
Volgendo al termine il quinquennio di attività per il quale sono
stati eletti, i Vescovi della Commissione per l'Educazione cattolica, la
Scuola, la Cultura e l'Università propongono alle Componenti della Scuola
italiana, fra le quali vanno annoverate a giusto titolo le Famiglie degli
alunni, questa Lettera. Hanno cercato di darle un tono familiare e
colloquiale, anche se i problemi che essa tocca sono ardui, le difficoltà
annose, le prospettive non del tutto chiare e invitanti.
Muove i Vescovi a questo impegno, che vuol essere nella sua
modestia e nella forma sommessa servizio e dono insieme, il desiderio di
giovare in qualche misura alla crescita del comune interesse verso il mondo
della Scuola, nel quale sono racchiuse potenzialmente e vengono via via
messe in atto le risorse più promettenti della nostra comunità nazionale, le
speranze più concrete per il futuro delle famiglie, della società civile,
della nostra stessa Chiesa.
Confidiamo che questo umile contributo possa raggiungere il suo
scopo ed auguriamo in questo senso ogni desiderato bene a coloro che
vorranno prestarvi un'attenzione non fuggevole.
Roma,
29 aprile 1995,
S.Caterina da Siena, patrona d'Italia
A nome dei
Vescovi della Commissione C.E.I.
per l'educazione cattolica, la cultura,
la scuola e
l'università
† Pietro G.
Nonis, presidente
1. Il servizio di Vescovi ci porta a condividere le ansie e le speranze
che accompagnano la vita del Paese e ad offrire al cammino comune il
contributo che è proprio della nostra missione. Abbiamo dunque pensato di
scrivere una lettera a quanti sono attenti e impegnati nei confronti dei
problemi dell'educazione e della scuola, convinti dell'importanza che oggi
assumono tali problemi e per testimoniare l'amore che la Chiesa ha sempre
avuto per la scuola.
Vorremmo anche, in questo modo, impegnare le comunità cristiane a
far fruttificare per il bene comune il patrimonio di sapienza educativa, che
alla luce del Vangelo hanno saputo maturare nei secoli, sia con l'esperienza
delle scuole cattoliche, sia con la presenza dei cristiani nella scuola
statale.
Ci auguriamo che il nostro desiderio di comunicare e di
collaborare incontri l'attenzione di quanti ne sono i destinatari, e che
insieme sia possibile costruire qualcosa di valido per la nostra Italia.
L'EDUCAZIONE: QUESTIONE CENTRALE
2. Pure noi ci interroghiamo spesso su come sia oggi possibile
conservare l'orientamento e la fiducia indispensabili per affrontare le
incertezze e le fatiche dell'esistenza. La nostra fede ci assicura che Dio
porta nel cuore la vita di ogni suo figlio; ma le difficoltà ci rendono
pensosi, e ci preoccupiamo di non venir meno alle responsabilità che
incombono su ciascuno.
In questa riflessione si fa chiara una convinzione: le
trasformazioni che stiamo vivendo, così rapide e sconvolgenti; le tensioni e
i conflitti, armati o di tipo sociale ed economico, che ogni giorno mietono
le loro vittime; le tecnologie, sempre più potenti e sempre meno
controllabili, che l'umanità si trova a disposizione; il degrado ambientale
e lo sperpero delle risorse naturali, ci avvertono che il pianeta Terra
avrà un futuro solo se verrà riconosciuta la centralità della persona umana
e se ci saranno uomini capaci di dominare e guidare i processi della vita
personale e sociale, nella direzione dello sviluppo umano pieno e solidale.
Si tratta di pensare alla formazione di un'umanità nuova. Si
tratta di capire che il futuro è legato alla scelta dell'educazione.
Infatti nessuno nega l'urgenza e la necessità di profonde riforme di
struttura (istituzionali, economiche, politiche...). Ma anche il meccanismo
più sofisticato e più funzionale può incepparsi e degenerare, se non viene
usato da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta
tensione morale e con una forte passione per l'uomo e i suoi destini.
Per questo ci pare necessario che la tematica educativa assuma il
posto centrale nella vita e nelle scelte della società civile e delle sue
istituzioni.
3. Da tale convinzione nasce spontanea l'attenzione al mondo della
scuola, che -all'interno della società civile e nel rispetto della
funzione primaria dei genitori- rappresenta lo spazio educativo comunitario
più organico e più intenzionale.
Scuola significa una varietà di istituzioni (e, prima ancora, di
persone e di relazioni) che prende per mano il bambino nella scuola materna;
lo accompagna lungo i passaggi successivi della scuola elementare e media,
della media superiore e della formazione professionale, fino a condurlo al
conseguimento di una maturità personale, che apre l'accesso al lavoro o allo
studio universitario, anch'esso partecipe -seppure in modo proprio- della
fisionomia educativa della scuola, per ciò che offre alla formazione
personale dei giovani.
Sappiamo bene che tale mondo porta in sé non pochi problemi.
Infatti, dopo gli entusiasmi degli anni '70, che avevano sottolineato la
funzione culturale, sociale e politica della scuola, sembra di assistere ora
a un diffuso senso di stanchezza e -forse- di delusione. Un motivo di
difficoltà sembra essere anche questo: si sono dilatati i tempi, le
strutture, i compiti della scuola (fino a sovraccaricarla di responsabilità
non proprie); si sono perfezionati metodi e tecniche; ma sembra venuta meno
la trasparenza dei fini che orientano l'azione educativa e danno significato
alla fatica quotidiana che essa costa. Anche il rapporto tra scuola e
società (in particolare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro) sembra
bisognoso di un nuovo equilibrio, per evitare ad entrambe i rischi della
frattura o della confusione.
Saremmo veramente lieti se questo nostro contributo fosse
avvertito come un riconoscimento delle preziose risorse alle quali la scuola
può attingere: la dedizione di tante persone (docenti, dirigenti scolastici,
genitori, esperti di pedagogia e didattica); il patrimonio inesauribile
costituito dalle nuove generazioni; la lunga tradizione culturale,
pedagogica e didattica che va sempre rinnovata, ma che è comunque in grado
di rispondere alle sfide dei tempi nuovi.
Saremmo ancora più lieti se tale riconoscimento facesse crescere
la fiducia e il desiderio di reagire alla stanchezza, con nuovi progetti e
nuove realizzazioni.
LINEE
PER UN PROGETTO EDUCATIVO
4. Siamo pienamente convinti che centrale sia la necessità di dare una
consistenza sempre più limpida e decisa alla funzione educativa della
scuola, attraverso una progettualità globale che animi tale
funzione.
Con questo non vogliamo dire che fino ad ora la scuola italiana
sia stata priva di consapevolezza dei propri percorsi e dei propri
obiettivi. Si tratta piuttosto di riconoscere che il nostro tempo esige un
ripensamento degli uni e degli altri, per dar vita ad un quadro di
riferimento unitario, adeguato ai compiti che ci attendono.
Non ignoriamo le difficoltà alle quali va incontro questa
elaborazione progettuale. Viviamo infatti in un pluralismo culturale povero
di evidenze condivise, caratterizzato dalla "convivenza" passiva dei diversi
orientamenti e talora dalla pretesa della "neutralità" della scuola circa i
valori. Le carenze normative, strutturali e finanziarie di cui soffre la
scuola, poi, scoraggiano spesso ogni sforzo di rinnovamento -o anche solo di
adeguamento!- culturale, pedagogico e didattico.
Siamo però convinti che risorsa fondamentale siano sempre le
persone (con la loro competenza e dedizione): questo ci fa pensare che sia
possibile ritrovare la fiducia nella ragione che pensa e progetta. Così
pure continuiamo a credere nella validità della ricerca fatta insieme, a
condizione che essa non si accontenti dell'accordo sul minimo consenso
contrattabile, ma accetti le dinamiche -talora difficili- di un cammino nel
quale le differenze contribuiscono lealmente alla costruzione di un
orizzonte comune di significati, per il bene dei giovani.
Nello stesso tempo abbiamo fiducia che il non facile impegno dei
responsabili politici per il risanamento anche economico dello Stato sarà
accompagnato dalla volontà di ridistribuire le risorse secondo un ordine di
priorità che non penalizzi ciò che è fondamentale per lo sviluppo delle
persone e della società, cioè l'educazione e quindi la scuola.
5. Il contributo che noi Vescovi possiamo dare a tale impresa
progettuale si limita a riprendere e a rimotivare, secondo l'originalità
cristiana, alcuni temi educativi fondamentali: la riflessione pedagogica li
ha già ampiamente esplorati, ma talora essi rischiano di essere perduti di
vista nella fatica di fronteggiare i problemi quotidiani della vita
scolastica.
Proponiamo il riferimento a un'idea di scuola per la persona
e di scuola delle persone, cioè a uno spazio relazionale, nel quale
alcuni soggetti personali concorrono alla costruzione di identità
personali libere e consapevoli, tramite una proposta culturale seria e ricca
di significati validi e condivisi.
Scuola e persona
6. E' senz'altro un fatto positivo che, negli ultimi anni, la scuola
sia vista sempre meno come un obbligo da assolvere ("scuola dell'obbligo"),
e sempre più come la doverosa risposta della società e delle sue istituzioni
al diritto all'educazione e all'istruzione delle persone.
Tale mutamento di prospettiva mette al centro la persona, e chiede
alla scuola di rendere sempre più flessibili e adeguati i propri percorsi e
le proprie strutture, così da rispondere all'originalità e alla varietà
delle situazioni personali e ambientali. Ciò risulta particolarmente
importante là dove l'esistenza di svantaggi psico-fisici o culturali rende
difficile l'inserimento scolastico o domanda integrazioni e recuperi in
vista del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Non si tratta
ovviamente di dilatare oltre misura i tempi e le funzioni della scuola,
anche perché lo sviluppo personale si svolge e si arricchisce in un ampio
sistema di opportunità e di soggetti educativi, all'interno del quale la
scuola ha la sua funzione, ma non può mortificare quella della famiglia,
della comunità religiosa di appartenenza, dell'associazionismo giovanile,
dei diversi spazi della cultura e del tempo libero.
Crediamo invece che la scuola possa adempiere al suo servizio alla
persona, anzitutto ponendosi come spazio intenzionale di comunicazione
interpersonale. L'educazione infatti -come scrive Giovanni Paolo II nella
Lettera alle famiglie- "è una comunicazione vitale, che non solo
costruisce un rapporto profondo tra educatore ed educando, ma li fa
partecipare entrambi alla verità e all'amore, traguardo finale a cui è
chiamato ogni uomo" (n.16).
La comunicazione sarà tanto più costruttiva quanto più saprà
abbracciare -nei modi culturali propri della scuola- tutte le dimensioni
della persona, sottolineandone le attese più profonde ed esplicitando quei
significati che facilmente vengono trascurati dalla mentalità corrente: la
ricerca della verità, la comprensione dell'identità e della dignità propria
delle persone, l'educazione alla responsabilità e alla solidarietà, il senso
religioso.
Da parte sua la Chiesa, che nel volto
di Gesù di Nazareth, Uomo e Dio, riconosce i tratti essenziali del volto
dell'uomo, è lieta di dare il suo contributo alla ricerca della scuola circa
i valori che garantiscono la verità e la dignità della persona, e indica,
come sintesi di tali valori, quella "cultura della vita" alla quale ci
richiama il Papa (cf. Lettera enciclica Evangelium vitae, nn. 29-51).
Scuola e comunità
7. Da molte parti raccogliamo i segni di una preoccupante crisi di
appartenenza che i giovani manifestano nei confronti del mondo adulto e
delle sue istituzioni sociali e politiche. Le conseguenze di tale
sradicamento sono l'autoemarginazione e la solitudine, alle quali si tenta
di sfuggire identificandosi con gruppi fortemente caratterizzati (magari per
la violenza ideologica e comportamentale) oppure disperdendosi nei riti di
massa ormai propri di molta parte del mondo giovanile (la discoteca, il tifo
sportivo...).
Ora se è naturale che i giovani esprimano una soluzione di
continuità rispetto a ciò che li ha preceduti, diventa invece preoccupante
il pensare che il distacco possa dipendere dal non sentirsi coinvolti in una
comunità di persone che permette di vivere la condivisione e la
partecipazione di cui ciascuno ha bisogno.
Per questo sembra necessario creare le condizioni -anche nella
scuola- per una nuova ed efficace formazione alla cittadinanza, cioè
alla relazione interpersonale di reciprocità, che va fondata e vissuta nel
rispetto dei diritti e dei doveri, nell'accoglienza e nella solidarietà, e
anche nella sobrietà circa l'uso dei beni, per garantire giuste condizioni
di vita per tutti, per oggi e per domani. L'educazione alla cittadinanza
infatti aiuta a non dimenticare -data l'interdipendenza che ormai lega tutti
i paesi del mondo- che tutte le nostre scelte hanno ripercussioni molto
ampie, e spesso si traducono in un aggravio di peso caricato sulle spalle
dei popoli meno fortunati. Tale educazione, inoltre, non può dimenticare che
le nostre città e i nostri paesi stanno sempre più assumendo un volto
multietnico e multiculturale, per l'immigrazione di uomini e donne in cerca
di lavoro e di dignità.
E' dunque compito della scuola contribuire alla crescita di tale
nuova cittadinanza, offrendo l'immagine e l'esperienza di una comunità di
persone, dove, nel rispetto della diversità di ruoli e di competenze, i
giovani possono imparare e vivere concretamente i processi della
partecipazione, della democrazia, della responsabilità personale nel lavoro,
dell'attenzione agli altri, soprattutto a chi è meno dotato o ha più
problemi. In tal modo la scuola potrà costituirsi anche come comunità
educante, attorno a valori progettuali condivisi e in dialogo con la
società civile.
C'è anzi una sfida culturale e morale che oggi travaglia il nostro
paese e interpella pure la scuola: è l'impegno a dar vita a una cultura e a
un ordinamento socio-politico che sappiano salvaguardare contemporaneamente
i valori propri delle identità locali, e l'apertura solidale al più vasto
àmbito nazionale, europeo e mondiale.
Una possibilità positiva circa tale problema potrà nascere per la
scuola dal confronto in atto circa l'autonomia scolastica, se
l'autonomia saprà armonizzare le esigenze e le risorse locali, in un quadro
unitario di riferimento, che garantisca eque opportunità e obiettivi comuni
a tutto il Paese in vista di uno sviluppo autenticamente unitario e
democratico.
Scuola e cultura
8. Tutti noi ci troviamo oggi sommersi da una molteplicità confusa e
spesso contraddittoria di messaggi, diversi per contenuto e provenienza. E'
un mondo frastornante nel quale è difficile, se non impossibile, orientarsi
e trovare qualche criterio di selezione e di ordine. Di fatto ne vediamo le
conseguenze, particolarmente pesanti nei bambini e nei giovani: uno stato
diffuso di disorientamento, che conduce allo scetticismo e al relativismo, o
a un'adesione qualunquistica a idee che sono frutto di esperienze
occasionali o della comunicazione anonima del cosiddetto "tempo libero" o
magari del tempo bruciato nel pendolarismo quotidiano.
In questa situazione, la scuola (come ogni altra istituzione
educativa, famiglia compresa) si rende conto di perdere terreno nei
confronti della possibilità di incidere sulla mentalità delle giovani
generazioni. Pensiamo che ciò non deve indurre nella tentazione di stare al
passo con i giovani inseguendo ciò che stuzzica l'attenzione del momento,
oppure limitandosi ad indagare e descrivere i fenomeni propri del mondo
giovanile: i fatti dell'attualità hanno sempre radici lontane e complesse
che vanno studiate; e l'educatore non è un osservatore passivo, ma una guida
alla scoperta di significati e di risposte. In tal senso si può dire,
piuttosto, che compito della scuola è offrire un sapere per la vita,
e questo in due direzioni.
La prima consiste nell'offerta di strumenti che permettono
ai giovani di interpretare e ordinare criticamente i molteplici messaggi
ricevuti in vario modo. Ciò comporta, da parte della scuola, l'impegno di
predisporre percorsi di conoscenza e di valutazione dei linguaggi e dei
quadri di riferimento, che caratterizzano la fitta rete della comunicazione.
La seconda è la paziente e continuativa introduzione nel
mondo dei significati umani (personali e collettivi), che sono stati e sono
continuamente intuiti, comunicati e custoditi nella letteratura e nell'arte,
nella ricerca scientifica e filosofica, nell'esperienza spirituale e
religiosa. Da questo orizzonte di valori della persona, i giovani potranno
trarre i criteri per una valutazione sapienziale e morale dei messaggi e
delle esperienze.
Un sapere per la vita è dunque il possesso di strumenti mentali,
di informazioni corrette e di riferimenti ideali, che rende possibile il
distacco critico e l'autonomia personale, senza dei quali non ci sono
libertà e responsabilità.
9. La riflessione che abbiamo svolto fin qui sul progetto educativo
della scuola dovrebbe rendere comprensibile anche il contributo che la
Chiesa offre alla scuola con l'insegnamento della religione cattolica,
impartito nel rispetto della natura e dei fini della scuola stessa, e in un
quadro di reciproca e leale collaborazione con lo Stato.
Siamo convinti infatti che tale insegnamento concorra in modo
costruttivo alla definizione dell'orizzonte di valori propri della vocazione
umana integrale; rappresenti il filone interpretativo più profondo della
cultura e della storia del nostro popolo; e si ponga non come fattore di
divisione, ma come elemento valido per la costruzione di una convivenza
civile che sia frutto della collaborazione tra le diverse anime del nostro
Paese.
I
PROTAGONISTI DEL PROGETTO
10. Abbiamo già avuto modo di dire che l'anima e l'energia di ogni
progetto per la scuola sono le persone che operano in essa o che, nella
comunità civile, esprimono compiti e responsabilità attinenti alla vita del
mondo scolastico.
Con tali persone vorremmo ora poter dialogare direttamente,
offrire un contributo alla maturazione di una coscienza sempre più
collaborativa. La scuola infatti non può correre il rischio di essere
considerata un àmbito a sé, o di diventare spazio e oggetto di
rivendicazioni settoriali derivanti dalle sue componenti o da soggetti
politici e sociali di parte ad essa interni.
I ragazzi e i giovani
11. Scegliamo come primi interlocutori i ragazzi e i giovani, perché in
essi riconosciamo i protagonisti centrali, e non i destinatari o gli utenti
della scuola. Con loro vorremmo riflettere sui motivi che rendono talora
problematico e poco significativo il rapporto che vivono con la scuola,
anche se periodicamente li vediamo esprimere dei tentativi (o movimenti) di
"riappropriazione" della scuola stessa. Ci sembra infatti di capire che non
manchi la serietà nell'impegno dello studio, ma che tale impegno sia vissuto
spesso come una specie di percorso obbligato per avere accesso al lavoro e
ai compiti sociali, più che come un'esperienza significativa per la vita
attuale e per la crescita personale verso il futuro.
E' ovvio che, in una relazione responsabilmente educativa, tocca
alla scuola fare il primo passo per accogliere i valori e le attese del
mondo giovanile e per aprire spazi concreti di dialogo e di partecipazione.
Ma è anche nei giovani che speriamo di veder crescere -nella misura e nei
modi propri dell'età- il senso del dialogo e della partecipazione verso la
scuola, superando atteggiamenti e interessi di tipo individualistico e
sviluppando la collaborazione, nel rispetto della diversità dei ruoli e
delle competenze.
Per tutti, e quindi anche per i ragazzi, il primo luogo di impegno
è la vita quotidiana della classe, dove si possono costruire insieme
percorsi culturali attivi e condivisi, e relazioni interpersonali di
rispetto e di reciproco aiuto, con particolare attenzione a chi è più
debole.
Un secondo passo sarà poi la collaborazione ad animare la vita
dell'istituto, con una presenza responsabile negli organismi di
partecipazione assembleari o consiliari; con la valorizzazione dei
"progetti" via via elaborati per vitalizzare la funzione educativa della
scuola; con l'impegno nella promozione di attività culturali e di
aggregazione capaci di far crescere le persone, i rapporti personali, la
sensibilità civile nei confronti delle problematiche sociali e morali.
Le famiglie
12. Nella Lettera alle famiglie (n.16) Giovanni Paolo II ha
ricordato ai genitori che essi sono "i primi e principali educatori dei
propri figli" e che "avendo in questo campo una fondamentale competenza...essi
condividono la loro missione educativa con altre persone e istituzioni, come
la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta
applicazione del principio di sussidiarietà", e cioè nel rispetto della
diversità dei compiti e delle responsabilità.
Vogliamo far eco alla parola del Papa, invitando famiglie e scuola
a una più ampia intesa reciproca. Sappiamo infatti che la collaborazione tra
scuola e famiglia, anche se nata da una generosa volontà di incontro, ha
registrato non poche difficoltà: da una parte la scuola, già appesantita dai
problemi interni, si è mostrata talora perplessa e diffidente verso
l'ingresso dei genitori; dall'altra i genitori, anche per le difficoltà che
la famiglia vive al proprio interno circa i rapporti tra generazioni, non
sempre hanno mostrato di credere alle opportunità offerte dalla scuola e si
sono limitati a interessi e interventi circoscritti. Per questo riteniamo
importante che la famiglia e la scuola ripensino le ragioni della loro
vocazione educativa, e che lo spazio decisivo di collaborazione sia
costituito proprio dal progetto educativo, da far crescere con il
contributo di tutti.
L'impegno dei genitori nella scuola ha bisogno però di essere
sostenuto e condiviso da parte delle famiglie, in uno spirito autenticamente
comunitario. E' quindi auspicabile che esse si sentano e si costituiscano
come comunità viva all'interno della scuola, anche valorizzando
l'associazionismo familiare, allo scopo di elaborare insieme -e in dialogo
con i docenti- le competenze e gli strumenti necessari per una presenza
incisiva e corretta nella vita scolastica.
Docenti e dirigenti scolastici
13. La società italiana deve molto ai docenti e ai dirigenti scolastici
di ogni ordine e grado, importanti protagonisti e quasi custodi della
tradizione e del significato della scuola. Va riconosciuto però che alcuni
cambiamenti, intervenuti nel sistema scolastico a più riprese, a diversi
livelli e in modo non sempre coordinato, hanno influito talvolta anche
pesantemente sulla loro identità e sul loro ruolo: pensiamo, ad esempio,
alle regole per il reclutamento del personale, alla formazione iniziale e in
servizio, alla riorganizzazione della funzione docente richiesta dalle
riforme di programmi e di ordinamenti... Diventano allora comprensibili il
disorientamento, la sensazione di delusione e di stanchezza, e anche la
frustrazione che caratterizzano diffusamente la vita di questi preziosi
operatori della scuola.
Sentiamo perciò di dover condividere con i dirigenti scolastici e
con gli insegnanti l'esigenza urgente di ridefinire secondo un più alto
profilo la figura dell'educatore nella scuola, facendo sintesi tra
competenze professionali e motivazioni educative, con una particolare
attenzione alla capacità di dialogo oggi richiesta dall'esercizio sempre più
collegiale della professionalità docente. Infatti nelle attese dei giovani e
delle famiglie, l'educatore viene visto e desiderato come un interlocutore
accogliente e preparato, capace di motivare i giovani a una formazione
integrale; di suscitare e orientare le loro energie migliori verso una
positiva costruzione di sè e della vita; e anche di essere un testimone
serio e credibile della responsabilità e della speranza di cui la scuola è
debitrice verso la società.
C'è ancora un dato che merita di essere preso in considerazione:
la presenza femminile che è divenuta preponderante nel corpo docente.
Si tratta di un elemento che rappresenta una potenzialità in più per la vita
scolastica, in quanto valorizza la particolare ricchezza che il "genio
femminile" esprime, soprattutto con l'attenzione alla concretezza delle
persone e alla qualità delle relazioni umane (cf.
Giovanni Paolo II, Mulieris
dignitatem, n.30).
I responsabili delle istituzioni pubbliche
14. Ai responsabili delle istituzioni pubbliche spetta il compito
fondamentale di attuare la mediazione tra le esigenze e le funzioni della
scuola, e le dinamiche dello sviluppo del Paese, alla luce del bene comune.
E' doveroso da parte di tutti riconoscere quanto di buono è stato
fin qui fatto, in particolare con le riforme della scuola dell'obbligo e con
i "progetti" per ragazzi, giovani e genitori. E' anche giusto però ricordare
che i ritardi e i disguidi che si vanno accumulando rischiano di far perdere
alla scuola il contatto con le istanze del nostro tempo e di accentuare
ulteriormente la divaricazione tra scuola e società.
Ci auguriamo perciò che il mondo politico possa costruire e
garantire un quadro di riferimento legislativo unitario che assicuri la
crescita equilibrata della scuola in tutto il Paese, e apra il sistema
scolastico alla partecipazione effettiva delle famiglie, dei cittadini, dei
gruppi sociali legittimamente interessati. Ciò comporterà l'impegno a
riarticolare le istituzioni scolastiche in una concreta prospettiva di
decentramento, di autonomia e di parità normativa ed economica fra strutture
statali e non statali, nella logica di un sistema scolastico integrato che
rispetti senza riserve la libertà educativa dei genitori.
LE
COMUNITA' CRISTIANE E LA SCUOLA
15. Ci rivolgiamo infine alle comunità cristiane per ricordare loro che
prendersi cura dell'educazione e della scuola è un atto d'amore per l'uomo,
e insieme un gesto di fedeltà al Maestro divino, che ha dato la sua vita per
tutti e vuole incontrare ed accompagnare ciascuno in tutti i momenti
significativi dell'esistenza.
L'appello a vivere, testimoniare e annunciare il vangelo della
carità ci impegna a scoprire ogni via opportuna per dire all'uomo che
Dio lo ama, e a dirlo con i segni concreti dell'amore che diventa servizio.
Nel campo dell'educazione e della scuola oggi ancora molte realtà
attendono dalle comunità cristiane segni concreti che rivelino l'amore di
Dio: il numero crescente di immigrati, che hanno bisogno dell'alfabetizzazione
necessaria per inserirsi nella società italiana, e che portano con sè
bambini di età scolare; il legame drammatico, soprattutto in alcune zone
d'Italia e nelle periferie urbane, tra evasione o abbandono scolastico ed
emarginazione sociale, devianza e delinquenza giovanile; il numero crescente
di famiglie fragili e smarrite sul piano educativo, incapaci di far fronte
alla complessità del rapporto con i figli; la preoccupante eclissi delle
grandi tensioni ideali, che porta al ripiegamento su orizzonti sempre più
angusti e consumistici.
Per questo vorremmo compiere un’ideale riconsegna alle comunità
cristiane del Sussidio Fare pastorale della scuola, oggi, in Italia,
predisposto dall'Ufficio C.E.I. per l'educazione cattolica, la cultura, la
scuola e l'università. Con tale gesto chiediamo alle nostre comunità
ecclesiali la decisione e la fiducia necessarie per ravvivare un'organica
pastorale della scuola, per animare la comunità cristiana alla
condivisione e all'impegno missionario verso la scuola; per sostenere,
orientare e far vivere nella comunione l'impegno dei cristiani che, a vario
titolo, vivono nella scuola o operano per essa. Ad essi infatti è affidato
il compito di animare cristianamente l'educazione scolastica, mettendo in
luce e facendo crescere i germi positivi che essa già porta in sè, e
testimoniando al suo interno la potenza salvifica del Risorto che libera
l'uomo e le realtà umane dal peccato e dischiude possibilità nuove e
impensate.
Riteniamo importante richiamare alcune priorità pastorali,
affinchè orientino le scelte operative opportune.
16. Una migliorata attenzione al problema educativo e alla funzione
educativa della scuola dovrebbe condurre le nostre comunità a
interrogarsi sulla loro effettiva capacità di educare alla fede, sulla
possibilità-necessità di progettare e proporre itinerari organici e incisivi
di iniziazione cristiana e di formazione permanente alla vita secondo il
Vangelo.
Talora infatti la preoccupazione di offrire un minimo di proposta
a tutti rischia di tradursi nell'offerta a tutti di una proposta minimale,
occasionale e frammentaria, più legata a temi del momento che non alla
permanente novità e all'organicità dell'annuncio cristiano. E' comunque
essenziale ricordare che soltanto una comunità di adulti nella fede può
diventare luogo di educazione alla fede.
17. Siamo spesso angustiati perchè la nostra pastorale giovanile
non trova facilmente lo slancio missionario di cui ha bisogno: le proposte
di evangelizzazione rischiano di limitarsi ai giovani che già vivono un
rapporto con la comunità cristiana, e non raggiungono coloro che
sperimentano situazioni di marginalità o devianza, nè coloro -sembrano la
maggioranza!- che si lasciano vivere nella banalità quotidiana, senza forti
riferimenti educativi e di valore.
Eppure la grande maggioranza di tali giovani è presente nella
scuola, e nella scuola incontra altri giovani e educatori adulti credenti,
che possono aiutarli a mettersi nell'atteggiamento di ricerca sincera della
verità e possono offrire la testimonianza di una Verità che libera e
arricchisce l'esistenza, nelle diverse modalità culturali e relazionali
proprie della vita scolastica e nel rispetto della coscienza di ciascuno.
Gli insegnanti di religione cattolica, ma non loro soltanto,
possono trovare qui uno spazio significativo per esprimere la propria
particolare professionalità educativa e culturale.
Le associazioni ecclesiali giovanili e, in particolare, le
aggregazioni studentesche di ispirazione cristiana, che dovrebbero trovare
nella comunità sostegno e incoraggiamento, hanno il compito di far maturare
i giovani nella responsabilità pastorale nei confronti della scuola.
18. Il riferimento all'insegnamento della religione cattolica ci
porta a ricordare che, in tale campo, da dieci anni la Chiesa e lo Stato
hanno realizzato congiuntamente un accordo che assicura una presenza
originale e aperta.
Lo sviluppo di questo patto di collaborazione rimane, certo,
tuttora incompleto, perchè alcune questioni importanti e urgenti (come lo
stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica) rimangono ancora
irrisolte, e perchè l'attuazione dei singoli dettati non trova ovunque
risposte lineari e convincenti. Da parte nostra però, sappiamo che l'unica
via per onorare fino in fondo il patto sottoscritto è quella di sviluppare
sempre meglio l'identità e la qualità dell'insegnamento della religione
cattolica, in vista delle potenzialità educative che esso può svolgere
all'interno delle dinamiche scolastiche.
Siamo infatti convinti della valenza educativa e culturale che si
sprigiona dai princìpi del cattolicesimo, quando essi vengono presentati
nella loro integralità e obiettività. E pensiamo che di ciò siano convinti
pure i giovani e le famiglie che continuano a scegliere l'insegnamento della
religione cattolica in numero tanto elevato.
19. Gli adulti credenti che svolgono un compito educativo nella scuola
devono trovare nella comunità cristiana l'aiuto necessario per il servizio
di promozione umana e di evangelizzazione al quale sono chiamati.
Strumenti importanti per l'accompagnamento dei docenti rimangono
le associazioni laicali ecclesiali di categoria: l'Associazione
Italiana Maestri Cattolici (AIMC) e l'Unione Cattolica Italiana Insegnanti
Medi (UCIIM). Per i genitori ricordiamo l'Associazione Genitori (AGe) di
ispirazione cristiana, e l'Associazione Genitori della Scuola Cattolica (AGeSC).
Si tratta di esperienze aggregative che oggi incontrano notevoli difficoltà,
comuni a tutta la realtà associativa: il senso di appartenenza è limitato,
c'è una pluralità di riferimenti legati alla varietà di interessi personali,
il servizio nella scuola non è sempre forza motivante per l'impegno, il
tempo a disposizione è sempre poco.
Alle associazioni interessate raccomandiamo comunque di non
perdere la fiducia e di cercare i modi per riproporre in forme anche nuove
l'esperienza associativa e l'elaborazione comunitaria della sintesi tra fede
e vita professionale, con attenzione ai nuovi problemi della scuola.
Alle comunità cristiane chiediamo di riconoscere e valorizzare la
specifica vocazione dei laici per la missione nel mondo, anche incoraggiando
le forme associative più recenti di impegno e arricchendo il servizio
pastorale delle comunità con il contributo proprio di quanti vivono tale
esperienza.
20. La Chiesa in Italia possiede una grande ricchezza di strutture
educative e scolastiche. Esse esprimono una vocazione e una capacità di
servizio che vanno ben oltre alle prestazioni concrete offerte
quotidianamente agli alunni e alle famiglie, ma che non possono oggi
esprimersi con pienezza, a motivo delle difficoltà che le istituzioni
scolastiche non statali incontrano e che riguardano la loro stessa
sopravvivenza.
Vogliamo allora ribadire quanto hanno affermato nel 1983 i Vescovi
Italiani nel documento La scuola cattolica, oggi, in Italia
(riconsegnato alle comunità cristiane con il Convegno nazionale del novembre
1991): "Specialmente in tempo di crisi e di incertezza, non è utile a
nessuno mettere a tacere voci e presenze dalle quali può venire un aiuto e
un'indicazione per il cammino da fare" (n.2).
Alle scuole cattoliche esprimiamo di nuovo la nostra stima e la
nostra riconoscenza, insieme con l'invito a sviluppare il proprio compito
con viva attenzione al mondo che le circonda, alle sue attese e alle sue
povertà, all'evoluzione della società e ai suoi dinamismi.
Alle comunità cristiane ricordiamo il dovere di condividere la
fatica delle scuole cattoliche, con la comprensione e il sostegno, in attesa
che legislatori e governanti mettano le famiglie in condizione da far fronte
con pari dignità agli impegni derivanti dal diritto -che le famiglie hanno-
di scegliere per i figli la scuola che ritengono più conforme alle loro
convinzioni religiose e al loro progetto educativo.
21. Una responsabile pastorale dell'educazione e della scuola impegna le
comunità cristiane a prestare attenzione anche al mondo dell 'Università.
Su questo tema i Vescovi Italiani già si sono espressi nella
Lettera su alcuni problemi dell'università e della cultura in Italia
(1990). E' qui sufficiente ricordare che il dialogo tra Chiesa e Università
è essenziale per il compito che la Chiesa ha davanti a sè: di inculturare il
Vangelo (cioè di dire la buona notizia dell'amore di Dio in modo
significativo per la cultura del nostro tempo) e di evangelizzare la
cultura, di aprirla alla forza giudicante e rinnovante del Vangelo.
* *
*
22. Scriviamo questa lettera mentre la Chiesa Italiana si sta preparando
al Convegno Ecclesiale di Palermo, con l'impegno di fare del "Vangelo della
carità" una forza viva di rinnovamento per il nostro Paese. Già il terzo
millennio si profila all'orizzonte. Abbiamo davanti agli occhi l'immagine
del Cristo risorto che annuncia: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap
21,5). Egli ci esorta a vedere con occhi nuovi la vicenda umana e ad essere
segno credibile della novità che sta nascendo nel cuore del mondo, al di là
di ogni resistenza e oscurità.
Per questo il nostro appello alla speranza non è un discorso
ritualmente consolatorio: è evocazione delle possibilità più autentiche e
vitali che sono depositate nell'uomo e nella storia, e per chi crede in Gesù
Cristo è certezza che Dio opera in ogni stagione, semina valori in ogni
solco dell'esistenza umana.
A quanti sono impegnati nell'educazione e nella scuola ricordiamo
l'immagine di Gesù che, nella sinagoga di Nazareth, dichiara di essere
venuto per "annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà
gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19).
L'evangelista Luca commenta: "Tutti gli rendevano testimonianza ed erano
meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 3,22).
Infatti Gesù si propone come straordinario Maestro: le sue parole rivelano
l'amore di Dio che si curva sull'uomo, la sua vita manifesta la forza di un
amore supremo che giunge all'offerta di sè, al sacrificio della croce. La
parola è autorevole quando è suffragata dalla vita.
Alla Madre del Maestro di Nazareth chiediamo, per noi e per tutti,
di poter dire parole che fanno sperare, affinchè non manchi in nessuno di
noi amore bastante per fare della nostra vita un dono.
Indice
L'educazione: questione centrale
Linee per un progetto educativo
Scuola e persona
Scuola e comunità
Scuola e cultura
I protagonisti del progetto
I ragazzi e i giovani
Le famiglie
Docenti e dirigenti
scolastici
I responsabili delle
istituzioni pubbliche
Le comunità cristiane e la scuola
Ufficio Nazionale della CEI
Ufficio Nazionale della CEI
per
l’educazione, la scuola e l’università
per i problemi sociali e il lavoro
PER UN SISTEMA
EDUCATIVO
DI ISTRUZIONE E DI
FORMAZIONE
in risposta alle domande dei giovani,
delle famiglie e della società
Sussidio pastorale
INTRODUZIONE
1. Lo scenario dal quale prendono le mosse le
riflessioni contenute in questo sussidio è costituito dalla diffusa
consapevolezza che la qualificazione del sistema educativo di istruzione e
di formazione è un fattore sempre più decisivo non solo ai fini della
crescita e della valorizzazione della personalità dei giovani, ma anche
dello sviluppo complessivo del Paese. L’attuale fase di transizione europea
e mondiale è contrassegnata dal ruolo cruciale che, nella organizzazione
sociale, vanno assumendo i processi di apprendimento come strumento di
crescita personale e collettiva. Nella cosiddetta “società della
conoscenza”, la riforma dei sistemi educativi di istruzione e di formazione
assume una particolare rilevanza. La qualificazione e il potenziamento di
questo settore, infatti, sono avvertiti come un punto chiave al centro
dell’intreccio che collega le politiche sociali (i nuovi sistemi di welfare),
quelle istituzionali (l’autonomia e il decentramento), quelle economiche
(competitività) e del lavoro (produttività). Ai processi di apprendimento si
guarda come ad uno strumento prioritario di crescita dello sviluppo
personale e, grazie a questo, sia della occupabilità sia della coesione
sociale e della cittadinanza attiva. Si delinea un quadro culturale,
sociale, economico, istituzionale tale da imporre una profonda ridefinizione
e innovazione di ciò che viene inteso come educazione, diritti dei
cittadini, libertà di scelta educativa, istruzione e formazione
professionale, competenza, istituzioni formative.
2. Il presente
sussidio intende segnalare all’attenzione della comunità cristiana due
punti chiave del processo di riforma avviato anche nel nostro Paese.
Essi devono essere considerati nel loro insieme e nella loro relazione:
l’autonomia e l’integrazione dei percorsi formativi.
Il primo punto
è che il nostro sistema educativo di istruzione e di formazione è già
stato profondamente trasformato da un processo di riforma a partire
dall’entrata in vigore dell’autonomia e lo sarà ancora di più
dall’introduzione delle ulteriori riforme costituzionali che sono all’ordine
del giorno del dibattito attuale (modifica del Titolo V della Costituzione).
Il secondo
riguarda il fatto che la scuola non può pensarsi al di fuori di un sistema
formativo allargato e sempre più integrato. Infatti, è la complessità della
vita sociale che richiede l’esistenza di un sistema graduale e continuo di
formazione, interconnesso con il sistema, altrettanto graduale e continuo,
dell’istruzione.
Riconoscere e
armonizzare i percorsi educativi in una logica di convergenza e di
integrazione significa non solo realizzare un sistema formativo integrato
fra istruzione generale e formazione professionale, fra scuola statale e non
statale, ma proporsi l’obiettivo comune di maturare insieme la persona,
il cittadino e il lavoratore.
Si tratta, da parte
della comunità cristiana, di acquisire un’ottica pastorale complessiva dei
processi formativi e di farsi carico (secondo le diverse responsabilità dei
pastori e dei laici) della loro progettazione e attuazione. È una
responsabilità del discernimento ecclesiale comunitario non perdere mai di
vista la crescita integrale, insieme critica e solidale, della persona così
come anche il suo inserimento in modo attivo e flessibile nella società e
nel mercato del lavoro che l’innovazione tecnologica ha prodotto. È molto
importante che non manchi il contributo della comunità cristiana affinché
sia garantita l’unità e l’equità del sistema pubblico dell’istruzione così
come anche la sua aderenza alla personalità di ciascuno (i tassi di
dispersione rimangono troppo elevati). Occorre inoltre che sia sostenuta la
capacità del sistema pubblico dell’istruzione di interagire con l’evoluzione
del sistema sociale e produttivo, superando le separazioni tra scuola e
lavoro, tra scuola e formazione professionale, tra scuola statale e non
statale. Si tratta anche di contribuire alla costruzione condivisa di un
sistema educativo di istruzione e di formazione nello stesso tempo unitario
ed espressione autentica dei diritti della società civile e delle sue
articolazioni.
Le politiche
educative e la conversione missionaria delle comunità cristiane
3. Così si esprimono gli orientamenti
pastorali dei vescovi italiani: «Se comunicare il Vangelo è e resta il
compito primario della Chiesa, guardando al prossimo decennio […]
intravediamo alcune decisioni di fondo capaci di qualificare il
nostro cammino ecclesiale. In particolare: dare a tutta la vita quotidiana
della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara
connotazione missionaria; fondare tale scelta su un forte impegno
in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico,
culturale, umano; favorire, in definitiva, una più adeguata ed efficace
comunicazione agli uomini, in mezzo ai quali viviamo, del mistero del
Dio vivente e vero, fonte di gioia e di speranza per l’umanità
intera».
La speranza, oggi, per i giovani del nostro Paese, si edifica in modo sempre
più decisivo nei percorsi istruttivi e formativi che condizionano
profondamente la crescita della persona e la sua compiuta e integrale
maturazione. Mentre celebra i quarant’anni dalla conclusione del Concilio,
la Chiesa italiana vuole riprendere gli intenti e lo slancio per
annunciare il Vangelo della speranza. In questo orizzonte si colloca
anche il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona “Testimoni di Gesù
Risorto, speranza del mondo”.
I temi
dell’istruzione, della valenza educativa dell’istruzione, della cultura del
lavoro, della formazione professionale, del rapporto tra istruzione e
formazione sono strategici. Una missionarietà alimentata dalla speranza non
può non condividere e farsi carico con responsabilità delle prospettive
della formazione delle giovani generazioni essenziali per lo sviluppo del
Paese.
Un impegno
congiunto della pastorale della scuola e della pastorale dei problemi
sociali e il lavoro
4. Il cammino innovativo delle riforme, basato
sull’autonomia e sull’integrazione dei percorsi dell’istruzione e della
formazione, costituisce per la comunità cristiana quasi un appello da
riconoscere e un impegno da assumere con una mobilitazione proporzionata
all’importanza della sfida. La novità è costituita dal fatto che occorre
attualizzare e tradurre, rielaborandoli, principi che per il laicato
cattolico rimandano tanto al magistero sull’educazione e sulla scuola (a
partire dalla Gravissimum Educationis) quanto a quello sui problemi
sociali e sul lavoro contenuti nella Dottrina sociale della Chiesa. La
riforma dei processi formativi, infatti, intreccia questioni essenziali
riguardanti le competenze dei soggetti implicati, la democraticità delle
decisioni, la sussidiarietà orizzontale e verticale (Stato, Regioni, Comuni,
istituzioni scolastiche autonome), l’interconnessione tra processi
produttivi e formativi, le politiche della qualità e quelle
dell’integrazione sociale. È la condizione giovanile, cioè la progettualità
personale e professionale dei giovani, che va posta al centro
dell’attenzione ecclesiale e quindi considerata come questione cruciale nel
dibattito attuale sulle riforme dei percorsi formativi. Sul versante
pastorale, l’avvio di un adeguato discernimento comunitario sul tema dei
processi formativi e della loro integrazione non può essere affrontato se
non si avvia una riflessione congiunta più convinta e vigorosa, anche a
livello locale, sia da parte della pastorale della scuola sia della
pastorale dei problemi sociali e il lavoro.
5. Questo testo è
espressione di un intento comune dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la
scuola e l’università e dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro: un
cammino condiviso con le associazioni, i movimenti e i gruppi ecclesiali e
di ispirazione cristiana che rappresentano i docenti (AIMC, Diesse, UCIIM),
i genitori (AGe, AGeSC, FAES), gli studenti (MSAC, GS, MSC), i dirigenti (DISAL),
il mondo della scuola cattolica (FIDAE, FISM, FOE) e il mondo della
formazione professionale, che ha in FORMA l’associazione di riferimento.
Intende essere uno
strumento per orientare i due settori pastorali a proporre insieme una
riflessione idonea e ad attuare le conseguenti iniziative di
sensibilizzazione della comunità cristiana. In questo senso si tratta anche
di un richiamo ai cattolici singoli e associati, tanto a quelli operanti nel
settore formativo, sociale e del lavoro, quanto a quelli impegnati a vario
titolo nelle comunità cristiane, alle ragioni del camminare insieme.
Se compete ai pastori la
segnalazione delle questioni e dei problemi emergenti soprattutto sotto il
profilo morale, sociale, spirituale e il suggerimento dell’ispirazione
cristiana per la soluzione dei medesimi, spetta ai laici non far mancare al
discernimento comunitario lo studio, l’approfondimento scientifico e la
traduzione nel contesto vitale secondo il compito che è loro “specifico” e
“proprio”. In questo campo dell’istruzione e della formazione i due Uffici
nazionali della CEI hanno ritenuto di dover offrire ai rispettivi settori e
ai laici singoli e associati in essi operanti un sussidio utile per il
discernimento pastorale. Si tratta dunque di uno strumento che viene offerto
anzitutto ai responsabili diocesani e regionali degli uffici di pastorale
dell’educazione e della scuola e di quelli della pastorale dei problemi
sociali e il lavoro, affinché possano orientare e far convergere le scelte
del laicato competente e in linea generale della comunità cristiana.
È una riflessione che
auspichiamo possa essere oggetto di attenzione da parte delle competenti
autorità scolastiche e formative (Ministero della Pubblica istruzione e
Ministero del Lavoro, Direzioni scolastiche regionali, Regioni), delle forze
culturali e di quelle politiche e parlamentari.
PARTE I
Necessità di una politica educativa di
grande respiro
6. L’intensa stagione
riformatrice che ha interessato da almeno un decennio il sistema educativo
italiano nel suo complesso delinea un quadro culturale, sociale, economico,
istituzionale tale da richiedere incisive innovazioni. Il piano adeguato nel
quale collocare tali questioni non è né quello ideologico né quello
corporativo, interessato esclusivamente al destino di una o dell’altra
componente del sistema, e neppure quello limitato all’ingegneria
istituzionale. La prospettiva corretta cui fare riferimento è quella
educativa dello sviluppo della personalità da considerare nel quadro delle
esigenze della cosiddetta “società cognitiva”.
“Società
cognitiva” e nuovi rapporti tra istituzioni e società: il principio guida è
la persona
7. La “società
cognitiva”, caratterizzata dall'avvento delle nuove tecnologie
dell'informazione, dallo sviluppo scientifico e tecnico e dalla
mondializzazione dell’economia, è chiamata a incamminarsi rapidamente verso
nuovi traguardi sociali, ridisegnando i rapporti tra istituzioni e società.
I sistemi di nuovo welfare sono a questo proposito indicativi:
rispetto a quelli usuali, essi devono oggi assicurare ai cittadini di una
società complessa e globalizzata, ma anche frammentata e soggetta a forti
tensioni, le condizioni reali di esercizio dei diritti che mirano alla piena
realizzazione della personalità di ciascuno.
8. La realizzazione
della società dell’innovazione e della conoscenza rappresenta per l’Europa
una sfida di grande valore civile, su scala planetaria, un obiettivo
strategico di grandi ambizioni. Nei programmi dell’Unione Europea si tratta
di un obiettivo da raggiungere con una strategia centrata su tre pilastri:
la competitività, la crescita economica e la coesione sociale.
L’Unione europea sviluppa questa prospettiva concentrandosi sulle seguenti
formule, che costituiscono il fondamento comune delle innovazioni
legislative in tema di educazione e di politiche del lavoro:
-
l’educazione e la formazione lungo tutto il corso della vita;
-
la
centralità dei diritti civili e sociali dei cittadini, nessuno escluso;
-
la
competitività nel quadro dell’economia mondiale globalizzata;
-
l’autonomia e la libertà di educazione;
-
la
rilevanza dell’istruzione e della formazione professionale.
Questa prospettiva,
sotto diversi aspetti troppo funzionale alle esigenze economiche, va fondata
su di una solida visione personalistica e solidaristica.
Politiche
educative e centralità della persona: compiti, criticità e resistenze
9. Auspichiamo che l’educazione della persona
sia assunta come principio-guida della “società cognitiva”, come criterio
positivo a cui tendere nel dare attuazione alle formule sopraindicate.
- L’educazione e la
formazione lungo tutto il corso della vita.
Indica l’acquisizione di un principio di educazione continua e permanente
che supera la frattura tra scuola e lavoro, tra teoria e attività pratica,
tra il momento della formazione e quello dell’azione. Ciò è tanto più
significativo oggi di fronte alla rapida obsolescenza delle competenze
personali e dell’analfabetismo di ritorno, fenomeni che erano assenti dalle
riflessioni che hanno generato i sistemi educativi così come oggi li
conosciamo. Non basta però ritenersi soddisfatti se aumentano gli anni di
scuola, se diminuiscono gli abbandoni, se risulta incrementata la quantità
delle qualifiche, dei diplomi e delle lauree. Occorre guardare alla qualità
della cultura e dell’educazione complessive di chi apprende e di chi
insegna. Se la paideia e l’impostazione culturale di fondo appare
ancora connotata da una separazione tra il sapere da una parte,
l’agire e il fare dall’altra, permane insuperato il vincolo di
una separazione profonda tra scuola e lavoro, tra formazione iniziale e
continua. Occorre riconoscere che sul piano culturale è diffusa una
mentalità per cui non solo la scuola (il sapere), la fabbrica (il fare) e le
relazioni sociali e politiche (l’agire) sono tra loro settori separati, ma
sono anche, al loro interno, ulteriormente sottodistinti (parcellizzazione
dei saperi, eccessivo peso delle discipline…). Anche sul piano istituzionale
c’è una grande resistenza a promuovere una politica dell'educazione
orientata a moltiplicare le istituzioni e i mezzi educativi, ad assicurare
l'accesso più largo alle risorse formative, a diversificare le offerte
educative accreditate nel modo più esteso possibile per cui, a parità di
risultati, sia riconosciuta, in linea generale, l'eguaglianza di tutti i
percorsi formativi, sia formali che informali, sia istituzionalizzati che
non. La sfida che intende porre al centro i processi di apprendimento
necessari ai fini della crescita personale di ciascuno e sociale ed
economica per tutti, non si potrà mai vincere contando soltanto sul
contributo delle strutture educative di istruzione e di formazione che
promuovono gli apprendimenti formali. Nel campo delle politiche attive
giovanili e del lavoro occorrerà guardare con attenzione alle reti (serali,
in alternanza…) che vedono anche la corresponsabilità degli Enti locali,
territoriali (Asl, comunità montane…), delle imprese, dei sindacati.
- La centralità del
cittadino, della sua responsabilità e dei nuovi diritti civili e sociali.
Rappresenta un principio che riscatta la persona a fronte di processi di
omologazione e di sudditanza oltre che di inautenticità che si diffondono
nelle società complesse. Propone soprattutto una nuova prospettiva
all’educazione: offrire effettivamente lo spazio di una partecipazione
attiva del soggetto e di una piena valorizzazione della dimensione
intersoggettiva e comunitaria. Questo indica da un lato la necessità di
riferire il processo di apprendimento alle reali potenzialità del singolo
nel contesto delle comunità di appartenenza piuttosto che a standard freddi
ed omologanti; dall’altro segnala la necessità di coniugare l’eguaglianza
civile e politica dei cittadini con il rispetto dei loro particolari legami
storici e religiosi. Anche se si considera il versante dello sviluppo del
Paese, occorre ribadire che il capitale economico si regge sul capitale
sociale il quale a sua volta si regge sul “capitale umano” personale. Lo
sviluppo economico non può essere autoreferenziale. Ha sempre avuto e ha,
anche oggi, bisogno di sviluppo sociale per alimentarsi. Ma quest’ultimo può
attivarsi e consolidarsi solo dove esista sviluppo educativo e culturale
personale. In questo senso il concetto di competenza assegnato come
compito al sistema integrato di istruzione e di formazione può essere
significativo e utile se viene da tutti assunto univocamente. Uno dei
compiti più importanti e delicati sarà quello di garantire competenze
essenziali per tutti e per ciascuno nel periodo delicato della formazione
iniziale distinguendo, senza separare, i percorsi dell’offerta formativa.
Non va comunque
sottaciuto un fenomeno inedito, ovvero una sorta di “resistenza
all’apprendimento” da parte di una quota di popolazione (che alcune ricerche
indicano almeno nel 12% dei giovani) che – al contrario del passato – può
usufruire di servizi educativi, ma non trae da essi i benefici attesi,
risultando per questo emarginata nel contesto civile e sociale. Ciò segnala
ancor più una debolezza dei dispositivi educativi basati sull’idea del
recupero cognitivo e richiede invece che vengano offerti nuovi modelli di
tipo destrutturato in grado di promuovere il potenziale presente in questi
giovani. Vanno, ad esempio, progettati percorsi graduali di integrazione
sociale partendo dall’idea di lavoro desiderato e creando le occasioni per
esercizi formativi realizzati, mediante l’assegnazione di compiti reali, in
ambienti produttivi organizzati.
- La competitività nel
contesto della globalizzazione.
È più competitivo
il paese in cui ogni persona trova il modo di esprimere un’eccellenza
propria nell’impresa o nel settore in cui opera. Al centro di tutto, come si
è detto, sta sempre la persona con le proprie capacità e competenze. Nella
realtà sembrano acuirsi le fratture tra il livello personale e quello del
sistema produttivo e ne emergono di nuove ancor più contraddittorie. Ad
esempio, oggi, il tema della competitività assegna all’Europa, nel nuovo
scenario del mercato mondiale globalizzato, un ruolo privilegiato
nell’innovazione, nella ricerca applicata, nelle infrastrutture e nei
supporti tecnologici, ma anche nella produzione di beni e di servizi a forte
valore di senso nel campo del benessere o in quello della valorizzazione del
patrimonio naturale e culturale. Invece nella cultura diffusa ed anche nella
riflessione scientifica sembra affermarsi su questo punto una sorta di
“imperativo tecnologico” che non pare peraltro in grado di trasformarsi in
un ideale condiviso, se è vero che le giovani generazioni sembrano
disdegnare, nelle scelte degli studi, le opzioni scientifiche e
tecnologiche, preferendo indirizzi che enfatizzano le dimensioni della
comunicazione e della qualità della vita. In questo modo si accentuano i
fenomeni della precarietà e dell’incertezza circa le opportunità
occupazionali reali.
- L’autonomia e la
libertà di scelta educativa.
La cultura dell’amministrazione scolastica rimane ancora “statocentrica”
nonostante le legittime aperture innovative espresse in un decennio dalla
riforma dell’autonomia, quelle che animano l’attuale dibattito sulla
riscrittura del titolo V della Costituzione e quelle, in effetti, già
sancite dalla Legge 18 ottobre 2001, n.3. Quest’ultima ha sanzionato il
passaggio da un modello gerarchico e accentrato di governance,
fondato sulle esclusive prerogative dello Stato, a uno poliarchico e
decentrato che fa interagire in maniera integrata tre diverse competenze:
quella dello Stato, quella delle Regioni e degli Enti territoriali e quella
delle istituzioni scolastiche autonome, ovviamente al servizio del diritto
all’educazione dei giovani e delle famiglie e sulla base del principio di
sussidiarietà. Naturalmente si dovrà fare attenzione perché tale passaggio
non generi nuovi e gravi squilibri tra le diverse zone del Paese. Al di là
delle inevitabili difficoltà dovute alla fase di avvio di tali innovazioni,
si delinea l’esigenza di un’idea nuova di scuola, che si collega a quella
suggerita dall’Unione Europea: una scuola intesa come ambiente aperto, per
apprendimenti formali e non formali, che favorisce collaborazioni concrete
tra istituti scolastici e il territorio, quali il volontariato, le
associazioni dei genitori, le altre agenzie educative. In favore di questa
“scuola aperta” a carattere policentrico molto possono fare le comunità
cristiane in quanto anch’esse espressione della società civile, molto
possono dare le associazioni culturali, sportive e ricreative, che già
operano sul territorio con creatività e generosità.
Il principio del rispetto delle scelte educative della famiglia, nel
quadro di un sistema pubblico di istruzione e di formazione costituito da
istituzioni statali e non statali, risponde all’applicazione del principio
di sussidiarietà e di valorizzazione convergente e solidale delle formazioni
sociali della società civile, ma trova difficoltà ad essere correttamente e
diffusamente recepito dall’opinione pubblica ecclesiale e civile del nostro
paese. Ne consegue che anche la “cooperazione dei genitori” in una
prospettiva di “partnership educativa”, responsabilizzata sulle attività e i
tempi scolastici, non riesce a superare il tradizionale “compito di
rappresentanza”, finora sperimentato negli organi collegiali e ad
arricchirsi ed integrarsi con spazi e momenti di “effettiva cooperazione e
corresponsabilità” per un’offerta formativa che risulti suggestiva ed
efficace.
- Rilevanza
dell’istruzione tecnica e della formazione professionale.
Risulta sempre più rilevante il ruolo dell’istruzione tecnica e della
formazione professionale. Quest’ultima non va intesa come mero
addestramento, ma come una leva privilegiata capace realmente di contribuire
al consolidamento di una vera politica di integrazione sociale rivolta a
tutti i cittadini. Non è più sostenibile nel sistema educativo la
distinzione di ruoli e funzioni per cui la scuola dovrebbe concentrarsi
sull’acquisizione di saperi in qualche misura astratti dal contesto, mentre
spetterebbe alla formazione professionale di occuparsi della loro
attualizzazione rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. L’istruzione
e la formazione connessa alle professioni qualificate e tecniche non
rappresentano unicamente un segmento “terminale” del processo educativo, ma
costituiscono esse stesse vie di pari dignità pedagogica in grado di
soddisfare i requisiti del profilo educativo, culturale e professionale. Ma
permane nella popolazione – ed è questo un fenomeno molto accentuato nel
nostro Paese – un riflesso condizionato teso a gerarchizzare i percorsi
formativi secondo un pregiudizio idealistico che fa coincidere la cultura
con le discipline umanistiche e scientifiche, meno con quelle tecniche.
Come è noto, la riforma
del Titolo V della Costituzione varata nel 2001, distingue tra “istruzione”
a legislazione concorrente tra Stato e Regioni (salvo che per le “norme
generali” e i “principi fondamentali” che restano alla legislazione
esclusiva dello Stato) e “istruzione e formazione professionale” a
legislazione esclusiva regionale (salvo che per i livelli essenziali di
prestazione – LEP – che competono in via esclusiva allo Stato). Ciò che va
evidenziato è che il dibattito sulla valorizzazione e promozione dei
percorsi dell’”istruzione e formazione professionale”, specie nell’età della
formazione iniziale (14-18 anni) è passato in secondo ordine rispetto a
quello della qualificazione dell’istruzione liceale e universitaria. Permane
la tendenza a “liceizzare” l’istruzione tecnica e professionale secondaria,
mentre quella superiore viene “fagocitata” dai percorsi accademici offerti
dall’università. Permane anche la tendenza delle politiche educative
di separare
nettamente i percorsi della formazione professionale regionale
(riconducendoli ad essere, insieme all’apprendistato, momenti specifici di
addestramento nelle politiche attive del lavoro) da quelli dell’istruzione
obbligatoria specie nell’età cruciale della formazione iniziale (14-16
anni).
PARTE II
Per un sistema educativo di qualità.
L’Italia nel contesto europeo
10. Nel marzo del 2000
il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato un obiettivo strategico di grande
ambizione: entro il 2010 l'Europa dovrà essere il sistema economico basato
sulla conoscenza più competitivo e dinamico al mondo, per favorire una
crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una
maggiore coesione sociale.
Nel 2002, a Barcellona,
questo obiettivo è stato ribadito pur in presenza di difficoltà nel giungere
alla meta prefissata: è stato quindi individuato il nuovo obiettivo
strategico di rendere, sempre per il 2010, i sistemi di istruzione e
formazione dei Paesi dell'Unione un punto di riferimento qualitativo a
livello mondiale, specificando i parametri da soddisfare pienamente:
- i tassi di dispersione
scolastica nel complesso degli Stati membri si dovranno dimezzare rispetto a
quelli rilevati nel 2000, per arrivare nel 2010 ad un valore medio UE non
superiore al 10%;
- dovranno aumentare i
laureati in discipline matematiche, tecnologiche e scientifiche e,
soprattutto, dovrà essere dimezzata la disparità attuale fra i sessi;
- l'istruzione
secondaria superiore dovrà essere stata completata da una quota non
inferiore all'85% della popolazione 22enne;
- gli Stati membri
dovranno dimezzare la percentuale di quindicenni con difficoltà nella
lettura e nel confrontarsi con nozioni matematiche e scientifiche;
- infine, le attività di
life long learning entro il 2010 dovranno interessare non meno del
12,5% in media della popolazione 25-64enne dell'intera Unione europea.
Si tratta di traguardi impegnativi, che
impongono un rigoroso potenziamento dei sistemi formativi di buona parte dei
Paesi dell'Unione, in particolare per quelli – come quello italiano – che
lamentano un ritardo riformatore almeno di due generazioni.
I punti più
critici del nostro sistema di istruzione e di formazione
11. L’Italia sta recuperando terreno rispetto
al suo ritardo storico su alcuni punti importanti, come ad esempio l’aumento
della propensione a proseguire negli studi secondari. Invece su altri
aspetti la carenza permane: la dispersione, la debolezza del sistema di
istruzione e formazione professionale, la distanza tra titoli e attività
lavorative e professionali effettivamente svolte. Si registrano ulteriori
difficoltà per quanto riguarda il livello medio di acquisizione di
conoscenze e abilità linguistiche, matematiche e scientifiche.
Sette
sono i
punti del nostro sistema sui quali concentrare maggiormente l’impegno
migliorativo:
a. la difficoltà a
consentire una formazione culturale più elevata all’insieme della
popolazione: questa presenta un livello di istruzione e di formazione (di
tipo formale) mediamente molto inferiore rispetto a quello dei Paesi di
riferimento: tra i nostri ventenni poco più del 65% possiede un diploma o
una qualifica, mentre in Germania, Francia e Gran Bretagna questa
percentuale sale all’85% e oltre.
b. La difficoltà a
garantire il successo formativo alla popolazione iscritta nei percorsi di
istruzione e universitari. Va ricordato che l’abbandono degli studi è uno
dei segnali più critici della realtà italiana, che “spinge” i giovani alla
scolarità secondaria, ma ne perde una parte rilevante nei primi due anni, in
particolare negli Istituti tecnici e professionali (Rapporto del Gruppo
Ristretto di lavoro, 2001, pp. 25-26). Si ricorda che il grado di
dispersione universitaria supera il 53% degli iscritti, il dato di gran
lunga peggiore di tutti i paesi dell’Unione Europea.
c. La difficoltà
connessa agli apprendimenti: il secondo Progetto pilota sulla valutazione
dell’istruzione conferma una crescente difficoltà di apprendimento degli
studenti per ciò che riguarda la logica, la comprensione dei testi e la
geometria: se nelle elementari gli esiti positivi dei test sono mediamente
intorno al 70%, nella scuola media questi cominciano ad essere inferiori al
60% per crollare fino al 32% negli Istituti professionali. Le prime
rielaborazioni dei dati PISA–OCSE su base regionale mettono in evidenza la
rilevanza della variabile territoriale. È vero però che i dati diffusi dagli
istituti di valutazione nazionali tendono a prospettare un miglioramento
progressivo.
d. La difficoltà
relativa al rapporto tra studio e attività professionale: le ricerche
comparative evidenziano una decisa incoerenza tra percorso di studio e
attività lavorativa successiva, visto che solo il 54% dei giovani dichiara
tale coerenza, contro una media europea del 75% circa. Si tratta di un dato
strutturale che delinea un’offerta tendenzialmente autoreferenziale, non
intesa come “risposta” ai fabbisogni rilevati.
e. La difficoltà
connessa alla efficienza: il sistema scolastico italiano presenta, rispetto
ai Paesi di riferimento, i costi più elevati nel rapporto tra risorse
impiegate e risultati ottenuti.
f. La difficoltà
originata da una realizzazione ancora molto formale della libertà di scelta
educativa: nonostante la legge n.62/2000, la libertà di scelta educativa non
ha trovato una attuazione soddisfacente nel nostro Paese. Il riconoscimento
effettivo della parità sotto il profilo economico non è pienamente
realizzato in nessun ordine e grado di scuola; anche se sono stati compiuti
progressi nella scuola dell’infanzia e nella primaria, nella secondaria di
1° e di 2° grado permane la discriminazione a danno dei genitori che
scelgono le scuole paritarie private e degli enti locali. Eppure la libertà
di educazione non è un diritto né di una minoranza, né di una maggioranza,
ma è un diritto di tutti.
g. La difficoltà
riscontrata nel coinvolgere i genitori nella vita scolastica, per cui si
conferma un distacco tra famiglia e scuola; ciò vanifica l’impegno formativo
delle istituzioni e degli operatori, inducendo i fenomeni di abbandono e di
insuccesso. Manca un’azione di sensibilizzazione nei riguardi delle
famiglie, che sia condivisa da parte di tutte le agenzie formative del
territorio. Si riscontrano pure resistenze culturali e sociali che non
valorizzano opportunamente quanti già partecipano e non sostengono
prontamente le reti associative desiderose di qualificare la partecipazione.
Alcuni punti
chiave
12. Le prospettive sulle
quali la comunità cristiana è invitata a riflettere per superare tale
situazione critica sono le seguenti.
- È importante favorire
il pluralismo dell’offerta formativa, la diversificazione e la
personalizzazione dei percorsi formativi, superando l’illusione che
l’istruzione obbligatoria possa da sola risolvere tutti i problemi sociali.
Ciò porta alla tentazione anacronistica di percorsi omologanti per tutti
fino ai 18 anni. Una soluzione di questo genere, intesa rigidamente, rischia
di produrre più danni che vantaggi, confinando il sistema istruttivo in
un’area indistinta tra assistenza e socializzazione giovanile ed impedendo
di contro di valorizzare approcci diversificati ma di pari dignità, in grado
quindi di incontrare meglio le variegate domande e culture della popolazione
specie giovanile; se è educazione, la scuola non può essere rappresentata
pressoché esclusivamente in termini di estensione dello Stato assistenziale,
anche se essa non può sottrarsi alla responsabilità di contribuire al
decondizionamento rispetto agli svantaggi economici, sociali, culturali.
- In un quadro di
pluralismo di offerta, in una logica di pari dignità, è necessario un forte
recupero della cultura del lavoro e della istruzione e formazione
professionale entro il quadro dell’educazione permanente, avendo al centro
il valore della crescita personale e della più ampia cornice di
responsabilità educative da parte della comunità locale.
- Per le ragioni
descritte sopra e per garantire il diritto all’istruzione uguale per tutti
si richiede che il sistema di offerta formativa sia unitario e nel contempo
flessibile e pluralistico. La flessibilità rappresenta la prospettiva di
ogni strategia di servizio che intenda accompagnare i mutamenti piuttosto
che tentare di ingabbiarli entro schemi rigidi. Occorre cercare di
interpretare e integrare le prospettive dell’istruzione obbligatoria
perseguendo un’idea che consenta a tutti di trovare entro una varietà di
offerte di pari dignità le migliori risposte alle proprie esigenze. Questo
passaggio è possibile se il processo di apprendimento viene costruito, sul
piano ordinamentale, attraverso la ricerca di connessioni tra conoscenze,
abilità e competenze, necessariamente contestualizzate secondo le diverse
motivazioni, caratteristiche e intenzionalità degli studenti e delle loro
famiglie.
- Per questo motivo è necessaria una maggiore
autonomia delle istituzioni formative e una responsabilità primaria degli
enti locali nella creazione di un’offerta formativa essenziale, di qualità,
coerente con i livelli essenziali delle prestazioni previsti al fine di
garantire i diritti civili e sociali dei cittadini su tutto il territorio
nazionale.
- Infine si richiede il
riconoscimento pieno della libertà di scelta educativa, senza del quale il
pluralismo rimane necessariamente carente. La libertà di educazione, come
libertà di scelta della scuola da frequentare, si fonda sul diritto di ogni
persona a educarsi e a essere educata secondo le proprie convinzioni e sul
correlativo diritto dei genitori di decidere dell'educazione e del genere
d'istruzione da dare ai loro figli minori.
PARTE III
Sistema educativo e
criteri di discernimento pastorale
13. Anche tenuto conto
di quanto evidenziato, vogliamo richiamare i punti essenziali di attuazione
di un autentico disegno riformatore, che corrispondono anche a dei criteri
di discernimento pastorale per una adeguata informazione e formazione
ecclesiale.
a. Centralità della
persona e dell’educazione. Principio, soggetto, fine di tutte le
istituzioni sociali è la naturale dignità, socialità, responsabilità di ogni
persona umana.
Essa è la fonte dei diritti, dei doveri e della partecipazione di ognuno
alla società e quindi al conseguimento e alla fruizione del bene comune che
va declinato e ordinato secondo i principi della partecipazione, della
sussidiarietà e della solidarietà.
Oggi questa centralità fondata sulla promozione integrale della persona dev’essere
considerata con particolare attenzione da parte della comunità cristiana
soprattutto con riguardo alle politiche educative che intendano
autenticamente rinnovare il sistema di istruzione e di formazione. Essa,
infatti, “… non è soltanto il primo valore ma anche, come insegna
l’Enciclica Centesimus Annus (n. 32), «la principale risorsa
dell’uomo» e «il fattore decisivo» dello sviluppo e della stessa produzione
di beni. Assume pertanto importanza centrale l’educazione, che comprende
l’istruzione intellettuale e la preparazione tecnica e operativa ma non si
limita a queste, riguardando l’integralità della formazione della persona.
In questo campo il nostro Paese è chiamato a intensificare il proprio
impegno, che chiama in causa non solo le pubbliche autorità, la scuola e le
altre «agenzie educative», ma anzitutto le famiglie e l’intera società
civile”.
b. Il diritto dei
cittadini alla scelta dell’istituzione formativa tra libertà ed equità.
La libertà di scelta è un valore prioritario perché indica il completamento
del disegno di democratizzazione della Repubblica riconoscendo in
particolare il compito educativo delle famiglie e la corresponsabilità dei
vari soggetti sociali nel favorire la piena realizzazione del progetto
formativo di ciascun cittadino, nessuno escluso. La libertà di educazione,
come libertà di scelta della scuola da frequentare, si fonda sul
diritto di ogni persona ad educarsi e ad essere educata secondo le proprie
convinzioni e sul correlativo diritto dei genitori di decidere
dell'educazione e del genere d'istruzione da dare ai loro figli minori. La
libertà di educazione è connessa strettamente con due principi pedagogici
oggi particolarmente sottolineati e cioè che l'educando occupa il centro del
sistema formativo e che l'autoformazione è la strategia principe del suo
apprendimento. Nelle parole del Rapporto Faure del 1972 in cui l’Unesco ha
proposto l’educazione permanente come l'idea madre delle politiche educative
del futuro, tutto questo viene espresso dicendo che la scuola dell'avvenire
deve fare dell'oggetto dell'educazione il soggetto della sua propria
educazione.
La prioritaria
responsabilità di scelta della famiglia rappresenta in questo contesto un
elemento imprescindibile del nuovo disegno costituzionale; essa non può
essere manipolata in base a questo o quell’indirizzo politico contingente
delle istituzioni centrali o locali, né impoverita attraverso la
discriminazione delle istituzioni formative accreditate a livello nazionale
o presso le regioni come le istituzioni paritarie private o degli enti
locali o come i centri di formazione professionale. Si tratta di principi da
sempre affermati dalla Dottrina sociale della Chiesa,
ma che hanno bisogno di essere collocati nel contesto della riforma
auspicabile del sistema di istruzione e di formazione. L’affermazione del
principio di libertà e di sussidiarietà educativa non significa
liberalizzare in modo indiscriminato il mercato dell’istruzione, inseguendo
magari modelli puramente aziendalistici. Non significa nemmeno sminuire il
compito e il diritto-dovere dello Stato di aprire e di gestire scuole
proprie. Significa, invece, dar vita a un sistema capace di valorizzare e
armonizzare tutte le risorse educative della nostra società, facendole
convergere nel contesto di un autentico servizio pubblico. Occorre
promuovere il convincimento diffuso che il diritto allo studio per tutti non
è salvaguardato dalla sola scuola di Stato, ma, da un lato, dal
riconoscimento della pari dignità delle iniziative, anche gestionali, che
nascono dalla società civile e, dall’altro lato, dal ruolo di garanzia e di
controllo che lo Stato stesso si assume nei confronti del loro pubblico
servizio.
c. Pluralismo
formativo e valore educativo della formazione professionale. La
formazione permanente e lo sviluppo integrale dell'uomo sono principi che
richiedono il coinvolgimento lungo l'intero arco dell'esistenza, oltre che
della scuola, di tutte le agenzie educative in una posizione di pari dignità
formativa, anche se ciascuna di esse interverrà in tempi e forme diverse
secondo la propria natura, la propria metodologia e i propri mezzi (policentricità
formativa). Va affermato il valore del
pluralismo formativo
entro un sistema nel quale operano diversi soggetti di pari dignità
(istituzioni scolastiche e istituzioni formative accreditate dalle Regioni),
che concorrono a fornire ai destinatari, giovani e famiglie, titolari della
scelta, percorsi differenti, e tuttavia coerenti con i livelli essenziali
delle prestazioni definiti dall’autorità statale (caratteristiche
dell’offerta formativa, orario minimo annuale, percorsi formativi, requisiti
dei docenti, valutazione e certificazione delle competenze, strutture e
relativi servizi). In tal modo si pongono in gioco tutti i talenti educativi
presenti nella comunità sociale, con la loro ricchezza etica, culturale,
professionale.
“La missionarietà della Chiesa si manifesta anche nella formazione
professionale, momento di educazione al lavoro che non può prescindere dalla
concezione cristiana dell’uomo e della storia. Il lavoro, infatti, è per
l’uomo un momento fondamentale che gli consente non solo il dominio sulla
natura, ma il completamento nel mondo dell’opera di Dio creatore, da viversi
in profonda comunione con i fratelli nella fede e di universale solidarietà.
In questa luce la formazione professionale permette a ciascuna persona di
acquisire la preparazione culturale e tecnico-operativa, a seconda delle
professionalità, per attuare il raccordo tra valori evangelici e cultura
storicamente vissuta.
La formazione professionale può divenire un momento di autentica
ecclesialità, nel senso che persone e gruppi operanti hanno la possibilità,
e quindi la gioia, di proporre il messaggio evangelico.
Il dialogo e la solidarietà svilupperanno una particolare funzione
laicale di raccordo sociale e culturale tra le condizioni diversificate
degli utenti a cui ci si rivolge, e l’insegnamento della Chiesa”.
Oggi questa prospettiva di promozione della formazione professionale
iniziale va intesa non solo nella direzione delle politiche attive del
lavoro e per la formazione di chi lavora, ma anche come elemento essenziale
di formazione della personalità da riconoscere sia nei percorsi della
formazione professionale iniziale (14-18 anni) sia in quelli della
formazione permanente.
È questa una prospettiva pastorale molto significativa per le comunità
cristiane:
«Alcuni aspetti dovranno soprattutto essere tenuti presenti:
l'equilibrio tra formazione professionale e formazione umana, in una età
ancora segnata dallo sviluppo; la necessità di una fondazione scientifica,
culturale ed etica della formazione professionale; l'attenzione alle
ricorrenti esigenze di "riconversione", tipiche di questo settore; la
proposta di una "cultura del lavoro" che sappia riesprimere alla luce del
vangelo la relazione dell'uomo con la macchina e la materia, nonché la
problematica sociale e sindacale. A tal fine occorre che, anche in sede di
riforma legislativa della scuola secondaria superiore, si assicuri tutela
adeguata a Centri e servizi che hanno arricchito la nostra società e di cui
il Paese ha tuttora bisogno».
d. L’autonomia delle
istituzioni formative. L’affermarsi della solidarietà rinvia a una
impostazione della dinamica sociale a tre dimensioni che abbandoni la
dicotomia stato/mercato, pubblico/privato e che riconosca e potenzi il
terzo settore o privato sociale. Tale concezione corrisponde alla
configurazione attuale della società che è caratterizzata dalla pretesa del
minimo garantito dallo Stato, dalla voglia di mercato e dalla diffusione di
attività solidaristica. Il terzo settore o privato sociale si definisce come
il complesso delle attività di produzione di beni e servizi, create
dall'iniziativa dei privati e condotte senza scopo di lucro, ma con finalità
di servizio sociale. Nei suoi confronti il potere statale non può limitarsi
solo ad ammetterne il contributo nell’ambito dei servizi sociali, ma dovrà
perseguire una politica di promozione effettiva. In questo ambito assume una
particolare rilevanza il principio di sussidiarietà.
Esso va riscoperto secondo una duplice valenza: in senso verticale, nei
rapporti fra enti territoriali di governo; in senso orizzontale, nei
rapporti fra gruppi sociali e in quelli fra pubblico e privato.
Le istituzioni
formative, anche in forma associata, sulla base di una conoscenza specifica
del contesto di riferimento, debbono poter elaborare una proposta formativa
comprendente sia i percorsi liceali sia quelli di istruzione e formazione
professionale. L’autonomia delle istituzioni formative deve poter
comprendere le dimensioni organizzative e formative, compresa la gestione
delle risorse, anche quelle umane e finanziarie.
PARTE IV
Rinnovato impegno
pastorale
14. Il cammino
innovativo delle riforme che collocano il sistema educativo di istruzione e
di formazione al centro dello sviluppo sociale, economico e produttivo del
nostro Paese costituisce per la comunità cristiana un appello da riconoscere
e un impegno da assumere. La possibilità che questo processo si basi
effettivamente su principi capaci di coniugare la promozione della persona e
l’equità sociale, l’autonomia e l’integrazione dei percorsi dell’istruzione
e della formazione, il ruolo imprescindibile dello Stato e il rispetto dei
diritti educativi inalienabili della società civile, dipende anche dal
contributo consapevole dei cattolici italiani. Questo sussidio intende
essere un invito pressante rivolto a quanti, singoli e associati, operano da
cattolici nel campo educativo affinché trovino la forza di avviare quanto
prima, presso gli organismi pastorali nazionali, regionali e diocesani
un discernimento comunitario proporzionato all’importanza della posta
in gioco. I gruppi, i movimenti e le associazioni laicali ecclesiali e di
ispirazione cristiana, unitamente alle federazioni degli Enti gestori di
scuole cattoliche e di centri di formazione, agli Istituti religiosi
coinvolti nei rispettivi settori dell’istruzione e della formazione
professionale hanno oggi la responsabilità di agire non più in ordine
sparso, ma animati da una comune consapevolezza ecclesiale. Spetta ai
responsabili regionali e diocesani di pastorale della scuola, dei problemi
sociali e del lavoro predisporre le condizioni più favorevoli per il
discernimento.
Avviare il discernimento
regionale e promuovere reti collaborative tra percorsi liceali, tecnici,
dell’istruzione e della formazione professionale
15. La riforma dei
processi formativi, come abbiamo visto, intreccia questioni essenziali
riguardanti le competenze dei soggetti implicati, la democraticità delle
decisioni, la sussidiarietà orizzontale e verticale (Stato, Regioni, Comuni,
istituzioni scolastiche autonome), l’interconnessione tra processi
produttivi e formativi, le politiche della qualità e quelle
dell’integrazione sociale. Occorre, pertanto, attualizzare e tradurre
principi che per il laicato cattolico rimandano tanto al Magistero
sull’educazione e sulla scuola (a partire dalla Gravissimum Educationis)
quanto a quello sui problemi sociali e sul lavoro contenuti nella Dottrina
sociale della Chiesa. Per questo motivo suggeriamo che, sulla base delle
riflessioni contenute in questo sussidio, si avvii a livello regionale una
fase di discernimento e si costituisca uno specifico gruppo di lavoro,
promosso congiuntamente dagli incaricati/coordinatori regionali della
pastorale della scuola e della pastorale per i problemi sociali e il lavoro
e composto da persone in rappresentanza dei due settori pastorali e delle
diocesi interessate. Del resto occorre prendere atto dell’accresciuta
responsabilità e competenza delle Regioni e della Conferenza Stato-Regioni
nella progettazione e nella realizzazione delle politiche educative e delle
strategie che integrano istruzione e formazione.
16. La Chiesa in Italia
ha manifestato da lungo tempo una particolare attenzione alle istituzioni
che educano i giovani attraverso la cultura del lavoro, riconoscendo ad esse
una funzione educativa e culturale che domanda molto impegno. L'ispirazione
cristiana infatti richiede di non inserire nella formazione professionale
procedimenti unicamente preoccupati di promuovere e di valutare le abilità
tecniche, ma piuttosto di sviluppare l'attenzione alla totalità della
persona umana. L'impegno della comunità ecclesiale deve quindi farsi ancora
più attento, perché questi centri di ispirazione cristiana, secondo la loro
lunga e collaudata esperienza, sempre meglio possano operare secondo un
progetto educativo valido e chiaramente ispirato all'annuncio evangelico
sull'uomo, sul lavoro, sull’economia.
17. La centralità della
persona e la necessità di dare concreta attuazione a un ethos educativo che
persegua il bene dei destinatari (giovani e famiglie) come criterio centrale
dell’azione, dovrebbero favorire, nel territorio, l’avvio di intese e di
reti collaborative tra licei, istituti tecnici, istituti di istruzione
professionale e centri di formazione professionale nella forma di Campus o
di Poli Formativi o di altre forme associative. Nell’ambito del progetto
qualità avviato da FORMA, si è proceduto a monitorare le esperienze già
avviate. Esse hanno riguardato i temi dell’orientamento, della gestione dei
crediti e dei passaggi, della lotta alla dispersione, della gestione di
sportelli occupazionali, della formazione del personale.
Gli Uffici pastorali a
livello regionale e diocesano sono chiamati a informare adeguatamente le
comunità cristiane e a sostenere questo lavoro di rete che salvaguarda
l’apporto specifico degli enti e dei soggetti interagenti favorendo nel
contempo un valido servizio alla persona.
La formazione
professionale iniziale
18. Nel contesto odierno
le motivazioni e gli orientamenti suggeriti dall’Episcopato sono ancora più
raccomandabili e in linea con una tradizione storica della formazione
professionale di ispirazione cristiana che, attraverso molteplici esperienze
promosse da Istituti religiosi maschili e femminili, ne ha saputo
sperimentare concreti modelli di attuazione e validi riferimenti pedagogici.
Oggi la formazione professionale, intesa non come un addestramento
finalizzato esclusivamente all'insegnamento di abilità manuali, ma come un
principio educativo di formazione globale fondato sull'esperienza reale e
sulla riflessione in ordine alla prassi, può essere pensata anche nell'età
dello sviluppo come una specifica ed esaustiva proposta formativa che può
rispondere agli standard e alle esigenze dell’istruzione obbligatoria
giustamente richieste per il ciclo secondario.
Si tratta però di una
sfida impegnativa perché condizionata da alcune questioni cruciali:
- l’assegnazione di
risorse per una competenza che riguarda sotto diversi aspetti la
responsabilità congiunta del Ministero dell’istruzione, del Ministero del
lavoro e delle politiche sociali e delle Regioni a fronte di un impegno dei
Centri di rispondere pienamente alle richieste dell’accreditamento;
- l’orientamento
educativo dopo la scuola media inferiore allo scopo di superare il
pregiudizio di tante famiglie che valuta la formazione professionale come un
percorso integrativo o riabilitativo;
- l’adeguata
informazione indirizzata alle autorità competenti (ma anche all’opinione
pubblica ecclesiale e civile) circa il cammino di qualificazione effettuato
negli ultimi anni dai centri di formazione aderenti a FORMA e confluito
nell’attivazione di trienni sperimentali tuttora vigenti, ma vincolati da
finanziamenti regionali (là dove si erogano) sempre meno consistenti e
adeguati anche di fronte alle crescenti richieste delle famiglie.
Oggi, nella coscienza
delle nostre comunità ecclesiali e della società civile, va maggiormente
diffusa la consapevolezza delle qualità e delle caratteristiche del servizio
offerto dai centri di formazione professionale.
CONCLUSIONE
Cercare il bene
comune nell’interesse dei giovani e delle famiglie
19. L’idea di fondo
sottostante l’intero processo riformatore dell’ultimo decennio risiede
nel trinomio autonomia – pluralismo – società civile. Si tratta di un
disegno di modernizzazione e di innovazione che mira a superare l’attuale
rottura tra le “tre culture” (accademica, tecnico-scientifica e operativa),
al recupero dell’apprendimento implicito (informale), al successo formativo
per tutti, all’aumento di produttività, al coinvolgimento pieno della
comunità locale nell’opera educativa. Dopo tanti tentativi e interruzioni,
il processo riformatore così delineato nel corso degli ultimi dieci anni – e
non un’“altra riforma” che finirebbe per consumare definitivamente le
energie ancora vitali nel sistema – merita di essere considerato come il
terreno adeguato sul quale unire le energie positive per dare una risposta
ai problemi che investono l’educazione.
Lanciamo l’appello
perché sul disegno complessivo di riforma si trovi un terreno utile a
un’intesa che vada oltre gli schieramenti ideologici e si ponga l’obiettivo
di un sistema educativo veramente di qualità. Si tratta di dare vita ad una
riforma in continua trasformazione, capace di sviluppare i valori
della tradizione e di accogliere le sollecitazioni che vengono dalla scuola,
dal sistema produttivo e dalla società civile. Da qui si può partire per un
patto bipartisan che coinvolga l’intera comunità su pochi ma
veramente condivisi principi ispiratori di fondo.
20. Nel cammino della
Chiesa italiana impegnata a rinnovarsi nella linea di una più incisiva
comunicazione della fede, ciò che è all’orizzonte dell’impegno missionario
che ci viene richiesto è il mondo stesso, lo spazio della vita ordinaria
della gente, in cui immettere la potenza di novità insita nel Vangelo, per
riscattare il tempo e lo spazio dai ripiegamenti e dalle amputazioni a cui
oggi soggiacciono. Ma anche la cultura, il lavoro, l’economia, la produzione
scientifica e tecnologica vanno alimentati dalla fede cristiana in quanto
coinvolgono radicalmente l’uomo, tanto nella sua consistenza biologica
quanto nella sua vocazione sociale e nella sua dignità trascendente.
Anche il campo delle
politiche educative dell’istruzione e della formazione attende il contributo
essenziale dei cattolici italiani, singoli e associati. Questa frontiera
dell’evangelizzazione richiede l’intelligenza di una fede che nasce dalla
conversione missionaria delle Chiese particolari. La presenza del Signore
che accompagna ogni cristiano e tutta la Chiesa, ispiri il lavoro
missionario delle diocesi e delle regioni. A rendere fruttuoso il cammino si
confida possa contribuire il presente sussidio.
Roma, 26 luglio 2006
Memoria dei santi
Gioacchino e Anna.
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