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 La pastorale della scuola: aspetti emergenti e progettazione del futuro

Italia del Sud

 

La pastorale scolastica, nell’attuale contesto della società meridionale, merita un’attenta riflessione.

Innanzitutto, è bene premettere che la sottolineatura esagerata delle difficoltà, in termini di svantaggi socio-culturali, di arretratezza occupazionale, di disagio economico, che indubbiamente si riscontrano particolarmente nelle regioni del Sud più che in quelle del Nord, non devono demotivare, né costituire alibi per adagiarsi e dire che poco si può fare.

Un assunto questo, che non deve contaminare la pastorale della scuola. Le difficoltà, in termini di pressanti e urgenti istanze sociali, vanno considerate come un punto di partenza e uno stimolo per risolverle.

La pastorale scolastica in ragione alle sue essenziali finalità, della visione concreta della dimensione culturale ed universale della fede cristiana, concentrandosi sulla rilevazione dei problemi educativi, deve tendere a trovare soluzioni adeguate e a dare delle risposte idonee alle istanze sociali avendo come proprio punto di forza il riferimento al valore dei valori, Cristo Gesù, che permette il superamento di quanto di effimero, contingente, utilitaristico investe la società.

 E’ possibile farlo con un impianto progettuale strutturalmente forte. E un impianto è forte nella misura in cui è duttile e aperto all’interscambio di esperienze, di idee, di opinioni, di interventi, di strategie e di pratica educativa. Un interscambio

 

che va sviluppato oltre che tra i singoli membri di uno stesso gruppo, anche nell’ambito di gruppi che operano nei diversi contesti provinciali e regionali.

Un’attiva rete di relazioni, una comunicazione aperta e sistematica da cui non si può prescindere senza impoverire l’azione educativa, ha bisogno di un ricco e diversificato apporto di risorse.  Oggi peraltro, tutte le procedure della comunicazione sono facilitate dalla tecnologia multimediale che sempre più declina tempestività e semplicità.

 Bisogna superare le distanze, create da chiusure e da schematismi mentali, e sormontare gli ostacoli generati dalle resistenze a fare da sé e per sé.

I progetti elaborati dopo un’attenta lettura della realtà si faranno più ricchi ed efficaci, grazie all’impegno attivo e fattivo di una pluralità di figure educanti (psicologo, pedagogista, ecc.) oltre agli operatori ecclesiali, con le quali operare unitariamente, pur nella specificità e nel rispetto dei ruoli, e per le quali è utile una formazione ricorrente con incontri periodici volti a permettere tra l’altro, la condivisione delle finalità e degli obiettivi progettuali della pastorale della scuola.

                                                                                    

LE ESPERIENZE COMUNI

Ho sentito i responsabili di alcune Regioni del Sud e anche di alcune Diocesi con cui ho avuto degli incontri periodici e con cui ho condiviso percorsi comuni. Non sempre è stato facile, in quanto esiste una certa difficoltà o meglio una qualche resistenza nella rete di relazioni e nella condivisione di esperienze.

 

I direttori laici degli uffici di pastorale scolastica, lamentano che nella Chiesa continuano ancora ad esistere strategie politiche dettate più che dal bene comune, da interessi che portano a considerare la disponibilità dei governi nei confronti della scuola cattolica. Chiedono pertanto che la pastorale della scuola si liberi dall’esclusivo interesse per la scuola cattolica e per gli insegnanti di religione. Sono convinti che la pastorale della scuola debba concentrarsi sulla formazione, che metta i docenti nelle condizioni di superare la mera azione istruttiva finalizzandola all’educazione affinché la scuola diventi una comunità che educa persone mentre le istruisce.

I direttori degli uffici di pastorale scolastica (e non responsabili degli IRC) lamentano la scarsa incisività dei docenti di religione nel mondo della scuola e

chiedono di diffondere la pratica di progetti comuni su argomenti di particolare rilievo educativo.

I direttori con doppio incarico IRC e Pastorale Scolastica dichiarano che esiste una scarsa collaborazione tra i parroci e la scuola.

Quasi tutti rilevano che il problema dell’emergenza educativa spesso viene risolto con pubbliche conferenze a cui partecipano esperti, e poi nient’altro.              

La pastorale della scuola chiede di pensare l’oggi e, nel contempo,  di progettare il domani.

Nell’oggi è possibile analizzare gli aspetti emergenti nell’esistente e le istanze dei bisogni concreti; mentre il futuro prevede una progettazione che tenga presente il

 

contesto d’azione, che relativamente alle riforme, si adegui a ciò che cambia e sostenga ciò che rimane; che abbia finalità estese alla crescita della persona.    

 

Pur mantenendo la stessa prospettiva, in ordine di finalità formative, le istanze sociali del Sud sono differenti dalle regioni del Centro e dal Nord, pur nella stessa prospettiva.

L’incertezza del proprio futuro, legata al lavoro porta spesso le nuove generazioni a non poter creare una progettualità.

 Molti ritengono che al Sud ci sia un problema di capacità didattiche e professionali, che i docenti compensano le loro incompetenze con una valutazione morbida, non aderente alla realtà (al Sud la media dei voti è più alta ma i risultati dei test OCSE e INVALSI sono i peggiori). Come spiegare allora l’emigrazione al Nord, tra il 2000 e il 2005, di 80 mila laureati, molti dei quali occupano posti di grande responsabilità.

 

IL DOPPIO SUD

In Calabria, Campania, Puglia e Basilicata si è riscontrata la grande difficoltà di collegamento e di lavoro comune in rete.

 

In Sicilia (Regione a Statuto Autonomo che difficilmente può attuare le leggi nazionali) esistono molte difficoltà relative alla formazione professionale e alle carenze progettuali dell’edilizia scolastica (scuole nei garage, in locazione, prive di norme di sicurezza

Urge la necessità di una pastorale radicata nella storia attiva ed interattiva, un impegno concreto a superare le inefficienze e le difficoltà anche con il potenziamento di un lavoro in rete.

 

ASPETTI EMERGENTI

 

ü    Si registra la necessità di operare in rete (parrocchie, associazioni, associazioni professionali).

 

ü    C’è la consapevolezza delle risorse dell’interazione socio- culturale (laboratori, pubblicazioni, scuola per genitori, scuola per nonni, incontri culturali, corsi di orientamento in uscita per le superiori, corsi di educazione ai sentimenti…).

 

ü    Si coglie il bisogno di attingere alla Fonte, Gesù Cristo (la formazione spirituale per i docenti, per i genitori e gli alunni).

  

ü    Si avverte l’importanza della gratuità dei gesti: il volontariato non fine a se stesso (filantropia!), ma aperto verso l’orizzonte dell’incontro e del confronto (caritas giovanile, carceri, parrocchie aperte, …).

 

ü    Si sente la necessità della conoscenza e del mantenimento delle nostre radici: non solo la difesa del Crocifisso, ma anche la divulgazione della nostra storia locale sotto l’aspetto religioso relativamente ai siti storici (si pensi alle catacombe, alle figure di religiosi e di laici impegnati che hanno lasciato un segno nella nostra storia locale…).

 

ü    Si coglie il desiderio di essere educati alla bellezza, coniugando con incontri la Parola, l’arte delle nostre Chiese e la bellezza della musica.

 

ü    Si sente la necessità di dialogare con le Istituzioni scolastiche (CSA), alla compilazione del POF per una condivisa opera educativa tra Parrocchia e Scuola del territorio.

 

ü    Si sente il bisogno di rapportarsi con le Associazioni professionali che costituiscono una grande ricchezza. E’ da rilevare come la pastorale scolastica della Regione Sicilia e le Diocesi ricevono un grande contributo dato dall’AIMC.

 

ü    Si sostiene l’importanza di celebrare la Giornata diocesana di preghiera per la scuola all’inizio dell’anno scolastico  

 

  

IN SINTESI UNA PASTORALE EFFICACE RICHIEDE:    

Ø    Potenziamento del lavoro in rete per uno scambio di idee e di opinioni, che si traduce in arricchimento personale e in miglioramento dei risultati per risolvere al meglio il problema dell’emergenza educativa.

 

Ø     Coinvolgimento nelle scelte della politica scolastica e culturale

 

Ø     Necessità assoluta dell’impegno nella pastorale della scuola degli insegnanti di religione. La scuola diventa occasione! (non basta la formazione nella dimensione di operatore ecclesiale o teologo, urge la crescita della dimensione docente. Esistono, nel territorio nazionale, esempi qualificati di docenti di religione con funzioni di responsabilità e presenza significativa).

 

 

Ø     Ricerca motivata di vie nuove di pastorale con interventi idonei. Non solo una pastorale rivolta agli studenti, ai docenti, e ai non docenti, agli operatori del CsA, ma anche apertura al mondo dei genitori, dei nonni, delle diversità.

 

Ø     Attivazione di processi di formazione educativa nella realtà carceraria. Organizzazione di corsi di alfabetizzazione, di preparazione agli esami di Stato, di teologia, di iconografia bizantina. Corsi serali gratuiti di lingua italiana per stranieri e loro integrazione ad una cittadinanza attiva

 

Ø     Proposte di una visione concreta della dimensione culturale della fede cristiana agli studenti.

 

Ø     Preparazione agli esami di Stato con una modalità capace di guardare in modo diverso la cultura (sotto l’aspetto letterario, storico, artistico, giuridico,  scientifico).

 

 

Ø    Apprendimento a coniugare la dimensione creaturale con la propria esistenza riscoprendo la relazione con la natura vista nella sua origine. Una rivisitazione dell’evento della Creazione attraverso percorsi naturalistici (concorso per gli alunni di ogni ordine e grado con mostra espositiva delle opere realizzate e visite guidate in siti naturalistici).  

 

Ø     Approfondimento degli innumerevoli linguaggi dell’arte per offrire le chiavi di lettura della Bellezza (es. l’espressione musicale: “Natale in musica”, gara musicale delle corali delle scuole di ogni ordine e grado)

 

                                                ROMA, 18 febbraio 2010

Don Giuseppe Lombardo





SACRA CONGREGAZIONE
PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA

IL LAICO TESTIMONE CATTOLICO
DELLA FEDE NELLA SCUOLA

 

INTRODUZIONE

1. I laici cattolici, uomini e donne, impegnati nella scuola elementare e media, hanno acquistato progressivamente in questi ultimi anni una importanza sempre più rilevante.(1) Importanza meritata, che si estende sia alla scuola in genere sia alla scuola cattolica in particolare. Da essi infatti e da tutti i laici, credenti o no, dipende sostanzialmente la riuscita della scuola per realizzare i suoi progetti e per conseguire i suoi obiettivi.(2) Il ruolo e la responsabilità di tutti i laici cattolici, che. in qualsiasi scuola svolgono attività diverse (di insegnamento, di direzione, di amministrazione o ausiliarie), sono stati riconosciuti dal Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione sull'educazione cristiana, che ci invita ora a un ulteriore approfondimento del suo contenuto. Con ciò non si intende misconoscere o minimizzare le grandi realizzazioni conseguite in questo campo dai cristiani di altre confessioni e dai non cristiani.

2. Il motivo fondamentale dell'importanza del laicato cattolico, considerato positivo e arricchente dalla Chiesa, è teologico. L'autentica figura del laico nel popolo di Dio si è andata riscoprendo nella Chiesa soprattutto in quest'ultimo secolo, fino a concretarsi nei due documenti del Concilio Vaticano II che approfondiscono l'interiore ricchezza e peculiarità della vocazione laicale: la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa e il Decreto sull'apostolato dei laici.

3. A questo approfondimento teologico hanno contribuito le situazioni sociali, economiche e politiche dei tempi recenti. Il livello culturale, intimamente legato ai progressi scientifici e tecnici; si è gradualmente elevato e di conseguenza esige una maggiore preparazione per l'esercizio di qualsiasi professione. A questo si deve aggiungere la presa di coscienza sempre più estesa del diritto della persona all'educazione integrale, che risponda cioè a tutte le esigenze della persona umana. Queste due conquiste dell'umanità hanno esigito e in parte ottenuto un notevole sviluppo dell'istituzione scolastica in tutto il mondo e un grande aumento di educatori che vi sono impegnati, e di conseguenza anche del laicato cattolico che in essa lavora.

Questo processo ha coinciso in questi ultimi anni con una notevole diminuzione di sacerdoti, religiosi e religiose dediti all'insegnamento. Ciò è dovuto, in particolare, alla scarsità di vocazioni, all'urgenza di impegnarsi anche ad altre attività apostoliche e, in alcuni casi, perfino all'erronea teoria che la scuola non fosse un campo atto alla pastorale della Chiesa.(3) Tuttavia la Chiesa, per l'efficace e stimato lavoro apostolico che tradizionalmente viene realizzato dalle numerose famiglie religiose nell'insegnamento, non può far a meno di lamentare questa diminuzione di personale che ha colpito la scuola cattolica specialmente in alcuni Paesi. Essa infatti considera che la presenza dei religiosi e dei laici cattolici è necessaria per l'educazione integrale dei fanciulli e dei giovani.

4. Questo insieme di fatti e cause ha mosso questa S. Congregazione a vedere in ciò un autentico «segno dei tempi» per la scuola e un invito a riflettere in particolare sul laico cattolico come testimone della fede in un ambiente cosi privilegiato per la formazione dell'uomo; inoltre, senza pretendere di esaurire l'argomento, ma dopo serio e prolungato approfondimento della importanza del tema, essa desidera ofl'rire alcune considerazioni che, completando quelle già fatte nel documento « La Scuola Cattolica », possano aiutare gli interessati al problema e sollecitarne ulteriori e più profondi sviluppi.

 

I.
IDENTITÀ DEL LAICO CATTOLICO
NELLA SCUOLA

5. In primo luogo sembra necessario cercare di delineare la identità del laico cattolico nella scuola poiché il suo modo di essere testimone della fede dipende dalla sua peculiare identità nella Chiesa e nel campo di lavoro. Questo Sacro Dicastero, volendo contribuire a questa ricerca, desidera offrire un servizio sia al laico cattolico che lavora nella scuola e deve conoscere chiaramente i caratteri specifici della sua vocazione, sia al Popolo di Dio, che ha bisogno di avere una chiara immagine del laico che ne è parte attiva e svolge con il suo lavoro un ruolo importante per la Chiesa.

IL LAICO NELLA CHIESA

6. Come ogni cristiano il laico cattolico, che agisce nella scuola, è membro del Popolo di Dio e, come tale, unito al Cristo per il Battesimo, partecipa della fondamentale e comune dignità di quanti vi appartengono, poiché infatti «comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione nel Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola speranza e una indivisa carità».(4) Benché nella Chiesa «alcuni per la volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il Corpo di Cristo».(5) 

Come ogni cristiano anche il laico è partecipe «dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo»,(6) e il suo apostolato è « partecipazione alla stessa, salvifica missione della Chiesa e a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso».

7. Questa vocazione alla santità personale e all'apostolato, comune a tutti i fedeli, acquista in molti casi aspetti caratteristici che trasformano la vita laicale in una vocazione specifica e « stupenda » all'interno della Chiesa. «Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio».(8) I laici, trovandosi a vivere in tutte le attività e professioni del mondo e nelle condizioni ordinarie della vita familiare e sociale, « là sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio del loro proprio ufhcio, guidati dallo spirito evangelico e, in questo modo, a manifestare il Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità ».(9)

8. Il rinnovamento e l'animazione cristiana dell'ordine temporale che compete in modo specifico ai laici li impegnano a risanare «le istituzioni e le condizioni del mondo»(10) se ve ne siano che spingano i costumi al peccato, a elevare le realtà umane in modo che si conformino per quanto è possibile al Vangelo e «il mondo sia a.nimato dallo spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace».(11) «Con la loro competenza, quindi, nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, contribuiscano validamente perché i beni creati siano fatti progredire per l'utilità di tutti gli uomini, e siano tra essi più convenientemente distribuiti».(12)

9. L'evangelizzazione del mondo si trova di fronte a tale varietà e complessità di situazioni che molto spesso solo i laici possono essere testimoni efficaci del Vangelo in determinate realtà e a molti uomini. Per questo essi «sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro ».(13) Per questa presenza dell'intera Chiesa e del Signore, che essa annunzia, i laici dovranno essere pronti ad annunziare il messaggio con le parole e testimoniarlo con le opere. 

10. L'esperienza acquisita dai laici per il loro genere di vita e per la loro presenza nei diversi campi dell'attività umana li rende particolarmente capaci a segnalare con esattezza i segni dei tempi che caratterizzano il periodo storico che sta vivendo il Popolo di Dio. Le loro iniziative, la loro creatività, il loro lavoro competente, conscienzioso ed entusiasta in questo campo - cose proprie alla loro vocazione - faranno si che tutto il Popolo di Dio possa distinguere con più precisione i valori evangelici e i controvalori che questi segni racchiudono. 

IL LAICO CATTOLICO NELLA SCUOLA 

11. Le caratteristiche della vocazione dei laici nella Chiesa corrispondono anche a quelle di quanti. vivono la loro vocazione nella scuola. Il fatto che i laici realizzino la loro vocazione specifica nei diversi settori e aree della vita umana fa si che la loro comune vocazione acquisti caratteristiche peculiari secondo gli ambienti e gli stati di vita in cui si realizza. Per meglio comprendere la vocazione del laico cattolico nella scuola, si ritiene necessario fare alcune precisazioni. 

La scuola 

12. Sebbene i genitori siano i primi e principali educatori dei propri figli(14) e il loro diritto-dovere in questo ruolo è « originale e primario rispetto al dovere educativo degli altri »,(15) la scuola ha un valore e un'importanza basilare tra i mezzi di educazione che aiutano e completano l'esercizio di questo diritto e dovere della famiglia. Quindi, in virtù della sua missione, spetta alla scuola coltivare con assidua cura le facoltà intellettuali, creative ed estetiche dell'uomo, sviluppare rettamente la capacità di giudizio, la volontà e l'affettività, promuovere il senso dei valori; favorire le giuste attitudini e i saggi comportamenti, introdurre nel patrimonio culturale acquisito dalle generazioni precedenti, preparare per la vita professionale e alimentare il rapporto amichevole tra alunni di diversa indole e condizione, inducendoli ad aprirsi alla reciproca comprensione.(16) Anche per questi motivi la scuola entra nella missione specifica della Chiesa. 

13. La scuola esercita una funzione sociale insostituibile poiché fino ad oggi si è rivelata come la risposta istituzionale più importante della società al diritto di ogni uomo all'educazione e quindi alla realizzazione di se stesso e come uno dei fattori più decisivi per la strutturazione e la vita della società stessa. La crescente importanza dell'influsso dell'ambiente e degli strumenti della comunicazione sociale con le loro contraddittorie e a volte nocive influenze, la continua estensione dell'ambito culturale, l'urgenza di una preparazione alla vita professionale sempre più complessa, più varia e specializzata, e la progressiva incapacità della famiglia ad affrontare da sola tutti questi gravi problemi fanno sì che divenga sempre più necessaria la presenza della scuola. 

14. A motivo dell'importanza della scuola tra i mezzi di educazione dell'uomo, compete allo stesso educando e, quando ne sia ancora incapace, ai suoi genitori - poiché ad essi spetta in primo luogo l'educazione dei propri figli (17) - la scelta del sistema di educazione e di conseguenza del tipo di scuola che preferiscono.(18) Appare chiaro così come sia inammissibile, in linea di principio, il monopolio della scuola da parte dello Stato,(19) e come il pluralismo delle scuole renda possibile il rispetto dell'esercizio di un diritto fondamentale dell'uomo e della sua libertà, quantunque tale esercizio sia condizionato da molteplici circostanze secondo la realtà sociale di ciascun Paese. In questa pluralità di scuole la Chiesa offrire il suo specifico contributo e arricchimento con la scuola cattolica. 

Ora il laico cattolico svolge una missione evangelizzatrice nelle diverse scuole, non solo nella scuola cattolica, nell'ambito concessogli dai contesti socio-politici esistenti nel mondo contemporaneo. 

Il laico cattolico educatore 

15. Lo stesso Concilio Vaticano II sottolinea in modo speciale la vocazione di educatore che compete sia ai laici(20) di educatore sia a coloro che abbracciano nella Chiesa altre forme di vita.

Essendo educatore ogni persona che contribuisce alla formazione integrale dell'uomo, gli insegnanti, che hanno fatto di un tale lavoro la propria professione, meritano particolare considerazione nella scuola sia per il loro numero sia per la finalità stessa della istituzione scolastica. A questi bisogna aggiungere tutti coloro che partecipano in diverso grado a detta formazione, soprattutto se hanno incarichi direttivi, quali consiglieri, tutori e coordinatori, completando l'azione educativa dell'insegnante oppure con ruoli amministrativi o ausiliari. L'analisi del concetto laico cattolico come educatore, incentrata nel suo ruolo di insegnante, può illuminare tutti, secondo le proprie attività, e costituire un elemento di profonda riflessione personale. 

16. Effettivamente qui non si intende parlare dell'insegnante come di un professionista che si limiti a trasmettere sistematicamente nella scuola una serie di conoscenze, bensi dell'educatore, del formatore di uomini. Il suo compito supera di gran lunga quello del semplice docente, però non lo esclude. Per questo si richiede come per quello e anche più una adeguata preparazione professionale. È questo il fondamento umano senza il quale sarebbe illusorio affrontare qualsiasi azione educativa. 

Tuttavia la professionalità dell'educatore possiede una specifica caratteristica che raggiunge il suo senso più profondo nell'educatore cattolico: la trasmissione della verità. In effetti per l'educatore cattolico una qualsiasi verità sarà sempre una partecipazione dell'unica Verità, e la comunicazione della verità come realizzazione della sua vita professionale si trasforma in carattere fondamentale della sua partecipazione peculiare alla missione profetica del Cristo, che egli prolunga con il suo insegnamento. 

17. La formazione integrale dell'uomo come finalità dell'educazione comprende lo sviluppo di tutte le facoltà dell'educando, la sua preparazione alla vita professionale, la formazione del suo senso etico e sociale, la sua apertura al trascendente e la sua educazione religiosa. Ogni scuola e ogni educatore devono procurare di «formare personalità forti e responsabili, capaci di scelte libere e giuste», preparando in tal modo i giovani «ad aprirsi progressivamente alla realtà e formarsi una determinata concezione della vita».(21) 

18. Ogni educazione si ispira inoltre ad una determinata concezione dell'uomo. Nell'attuale mondo pluralista l'educatore cattolico è chiamato a ispirare coscienziosamente la propria azione alla concezione cristiana dell'uomo in comunione con il magistero della Chiesa. Concezione che, includendo la difesa dei diritti umani, pone l'uomo nella dignità di figlio di Dio, e nella più completa libertà perché liberato dal peccato da Cristo stesso, nel più alto destino che è il possesso definitivo e totale di Dio attraverso l'amore. Lo pone nella più stretta relazione di solidarietà con tutti gli uomini attraverso l'amore fraterno e la comunità ecclesiale, lo stimola al conseguimento del più alto sviluppo del genere umano perché è stato costituito signore del mondo dal suo Creatore, gli presenta infine come modello e meta il Cristo, il figlio di Dio Incarnato, uomo perfetto la cui imitazione costituisce per l'uomo la fonte inesauribile di superamento personale e collettivo. In questo modo l'educatore cattolico può essere sicuro che rende l'uomo più uomo.(22) Toccherà soprattutto all'educatore laico rivelare esistenzialmente ai propri alunni che l'uomo immerso nelle cose terrene - colui che vive pienamente la vita secolare e costituisce la grande maggioranza della famiglia umana - ha una così alta dignità. 

19. La vocazione di ogni educatore cattolico comporta una tensione di continua proiezione sociale, poiché egli prepara l'uomo al suo inserimento nella società disponendolo ad assumere un impegno sociale atto a migliorarne le strutture conformandole ai principi evangelici, e per realizzare tra gli uomini una convivenza pacifica e fraterna. Il mondo attuale con i suoi gravi problemi: fame, analfabetismo, sfruttamento dell'uomo, acuti contrasti tra il livello di vita delle persone e dei Paesi, aggressività e violenza, crescente diffusione della droga, legalizzazione dell'aborto e, per molti aspetti, svilimento della vita umana, esige che l'educatore cattolico sviluppi in sé e alimenti nei suoi alunni una spiccata sensibilità sociale e una profonda responsabilità civile e politica. L'educatore cattolico viene coinvolto in ultima analisi nel compito di formare uomini che attuino la « civiltà dell'amore ».(23)

L'educatore laico è chiamato allo stesso tempo a recare a questa progettazione e sensibilità sociale la sua esperienza di vita, affinché l'inserimento dell'educando nella società permetta di elevare la fisionomia specificamente laicale che la quasi totalità degli alunni sono chiamati a vivere. 

20. La formazione integrale dell'uomo trova nella scuola un suo mezzo specifico: la comunicazione della cultura. Per l'educatore cattolico è di notevole importanza considerare la profonda relazione esistente tra la cultura e la Chiesa. Quindi, questa non solo influisce nella cultura ed è, a sua volta, condizionata da essa, ma l'assume in tutto ciò che è compatibile con la Rivelazione e le è necessaria per proclamare il messaggio di Cristo esprimendolo adeguatamente secondo le caratteristiche culturali di ciascun popolo e delle diverse epoche. Nella relazione tra la vita della Chiesa e la cultura si manifesta con particolare chiarezza l'unità esistente tra la creazione e la redenzione. 

La trasmissione della cultura, poi, per meritare la qualifica di educativa, oltre ad essere organica deve essere critica e valutativa, storica e dinamica. La fede offre all'educatore cattolico alcune premesse essenziali per realizzare questa critica e questa valutazione, e gli mostra le vicende umane come una storia della salvezza chiamata a sfociare nella pienezza del regno che situa costantemente la cultura in una linea creatrice di continuo perfezionamento. 

Anche nella comunicazione della cultura è l'educatore laico, quale autore e partecipe degli aspetti più laicali della medesima, colui che, dal suo punto di vista laico, ha la missione di far comprendere all'educando il carattere globale proprio della cultura, la sintesi che in essa raggiungono gli aspetti laicali e religiosi, e l'apporto personale che gli spetta di offrire nel suo stato.

21. La trasmissione della cultura sotto l'aspetto educativo si realizza nella scuola attaverso una metodologia i cui principi e le cui applicazioni si trovano nella sana pedagogia. All'interno dei diversi orientamenti pedagogici deve esserci l'aspirazione dell'educatore cattolico in virtù della stessa concezione cristiana dell'uomo alla pratica di una pedagogia che dia particolare rilievo al contatto diretto e personale con l'alunno. Tale contatto, realizzato da parte dell'educatore convinto del ruolo fondamentalmente attivo che l'alunno ha sulla propria autoeducazione, deve condurre a un rapporto di dialogo che consenta un cammino spedito alla testimonianza di fede che deve configurare la propria vita. 

22. Questo lavoro dell'educatore cattolico nella scuola si situa in una struttura, la comunità educativa, costituita dall'incontro e dalla collaborazione delle diverse categorie - alunni, genitori, insegnanti, ente gestore e personale non docente - la quale caratterizza la scuola come istituzione di formazione integrale. La concezione della scuola come comunità, sebbene non si esaurisca in essa, e la coscienza diffusa di questa realtà è una delle conquiste più arricchenti dell'istituzione scolastica contemporanea. L'educatore cattolico esercita la sua professione come parte di una categoria fondamentale di questa comunità. Il che gli offre, proprio attraverso la sua struttura professionale, la possibilità di vivere personalmente e far vivere ai suoi alunni la dimensione comunitaria della persona, alla quale è chiamato ogni uomo come essere sociale e come membro del Popolo di Dio. 

La comunità educativa della scuola viene così a essere scuola di appartenenza a comunità sociali più vaste, e quando è anche cristiana, come è chiamata a essere la comunità educativa della scuola cattolica, diventa lo spazio nel quale l'educatore trova la grande opportunità di insegnare all'educando a vivere sperimentalmente che cosa significhi essere membro della grande comunità che è la Chiesa.

23. La struttura comunitaria della scuola pone l'educatore cattolico a contatto con un numero molto grande e vario di persone; non solamente con gli alunni, che sono la ragione stessa dell'esistenza della scuola e della sua professione, ma anche con i suoi colleghi, con i genitori degli alunni, con tutto il personale della scuola, con l'ente gestore. Con tutti questi, con gli organismi scolastici e culturali con i quali la scuola è in contatto, con la Chiesa locale e con le parrocchie, con l'ambiente umano nel quale essa è inserita e nel quale in diversi modi deve proiettarsi, l'educatore cattolico è chiamato a svolgere un'attività di animazione spirituale che può comprendere differenti forme di evangelizzazione.

24. Possiamo dire, in sintesi, che l'educatore laico cattolico è colui che esercita la sua missione nella Chiesa vivendo nella fede la sua vocazione secolare nella struttura comunitaria della scuola, con la maggior qualificazione professionale possibile e con un progetto apostolico ispirato alla fede per la formazione integrale dell'uomo, nella trasmissione della cultura, nella pratica di una pedagogia di contatto diretto e personale con l'alunno, nell'animazione spirituale della comunità alla quale appartiene e in quelle categorie di persone con le quali la comunità educativa è in rapporto. A lui, come membro della comunità, le famiglie e la Chiesa affidano il compito educativo nella scuola. L'insegnante laico deve convincersi profondamente che entra a partecipare alla missione santificatrice ed educatrice della Chiesa, ma non può ritenersi staccato dal complesso ecclesiale. 

II.
COME VIVERE LA PROPRIA IDENTITÀ 

25. Il lavoro è la vocazione dell'uomo e una delle caratteristiche che lo distinguono dal resto delle creature;(24) è evidente che non basta avere una identità vocazionale, che permea il suo essere, se questa identità non si vive. Più in concreto, se col suo lavoro l'uomo deve contribuire «soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società»,(25) l'educatore che non realizza la sua missione educativa cessa per ciò stesso di essere educatore. E se la realizzasse senza che in essa trasparisse orma alcuna della sua condizione di cattolico, ben poco egli potrebbe dirsi tale. Questo aspetto pratico dell'identità comprende alcuni elementi comuni, essenziali, che non potranno mancare in al cun caso, comunque sia la scuola nella quale l'educatore laico vive la sua vocazione; vi saranno però altre caratteristiche che dovranno essere proprie dei diversi tipi di scuole secondo la loro natura.

CARATTERISTICHE COMUNI DI UNA IDENTITÁ VISSUTA 

Realismo aperto alla speranza 

26. L'identità dell'educatore laico cattolico assume necessariamente i caratteri di un ideale di fronte al quale si pongono innumerevoli ostacoli. Questi provengono dalle circostanze personali e dalle deficienze della scuola e della società che si ripercuotono in maniera particolare sui fanciulli e sui giovani. Le crisi di identità, l'assenza di fiducia nelle strutture sociali, la conseguente insicurezza e mancanza di convinzioni personali, il contagio della progressiva secolarizzazione della società, la perdita del senso di autorità e del debito uso della libertà sono alcune delle molteplici difficoltà che gli adolescenti e i giovani del nostro tempo presentano, più o meno, secondo le diverse culture e i vari paesi, all'educatore cattolico, il quale, per la sua condizione di laico, si vede generalmente amareggiato dalle crisi della famiglia e del mondo. 

Le difficoltà esistenti vanno riconosciute con sincero realismo; contemporaneamente devono essere considerate e affrontate con quel sano ottimismo e quel coraggioso sforzo che è richiesto a tutti i credenti dalla speranza cristiana e dalla partecipazione al mistero della Croce. Inoltre, il primo e indispensabile fondamento per vivere l'identità dell'educatore laico cattolico è condividere cordialmente e fare proprie le indicazioni che su tale identità la Chiesa, illuminata dalla divina Rivelazione, ha espresso, e procurare di acquistare la necessaria fortezza nella personale identificazione con il Cristo. 

Professionalità. Concezione cristiana dell'uomo e della vita 

27. Se la professionalità è uno dei caratteri dell'identità di ogni laico cattolico, la prima cosa che deve sforzarsi di raggiungere il laico educatore - desideroso di vivere la propria vocazione ecclesiale - è quella di conseguire una solida formazione professionale, il che comprende, in questo caso, un vasto ventaglio di competenze culturali, psicologiche e pedagogiche.(26) Non è sufficiente, tuttavia, raggiungere inizialmente un buon livello di preparazione. Occorre mantenerlo ed elevarlo aggiornandolo. Sarebbe vivere al di fuori della realtà ignorare le grandi difficoltà che questo implica, perché l'educatore laico, che spesso non è adeguatamente retribuito, deve svolgere talvolta più occupazioni quasi incompatibili con il suo lavoro di perfezionamento professionale, sia per il tempo che ciò richiede, sia per la stanchezza che provoca. Queste difhcoltà sono per ora insolubili in molti Paesi, particolarmente in quelli meno sviluppati.

Gli educatori sanno comunque che la scadente qualità dell'insegnamento, causata dall'insufficiente preparazione delle lezioni o dal ristagno dei metodi pedagogici, ridonda necessariamente in danno della formazione integrale dell'educando, alla quale essi sono chiamati a concorrere, e della testimonianza di vita che sono obbligati a offrire. 

28. Il compito dell'educatore cattolico deve essere orientato alla formazione integrale di un uomo al quale si scopre il meraviglioso orizzonte di risposte che la Rivelazione cristiana offre intorno al senso ultimo dello stesso uomo, della vita umana, della storia e del mondo. Queste risposte vanno offerte all'educando partendo dalla profonda convinzione di fede dell'educatore, con il massimo, delicato rispetto della coscienza dell'alunno. È certo che le diverse situazioni esistenziali del discente, in relazione alla fede, contemplano diversi livelli di presentazione della visione cristiana dell'esistenza, che possono andare dalle forme più elementari di evangelizzazione fino alla piena comunione della stessa fede. In qualunque caso, però, tale presentazione dovrà rivestire sempre il carattere di una offerta, per quanto pressante e urgente, mai quello di una imposizione. 

D'altra parte tale offerta non può farsi freddamente e da un punto di vista puramente teorico, ma come una realtà vitale che merita l'adesione dell'essere intero dell'uomo sì da far parte della sua stessa vita. 

Sintesi tra fede, cultura e vita 

29. Questo vasto compito non si raggiunge senza la convergenza di diversi elementi educativi in ciascuno dei quali l'educatore cattolico laico deve comportarsi come testimone della fede. La trasmissione organica, critica e valutativa della cultura(27) comporta evidentemente una trasmissione di verità e conoscenze, e sotto questo aspetto l'educatore cattolico deve star continuamente attento ad instaurare un dialogo aperto tra cultura e fede - profondamente collegate tra loro - per facilitare la dovuta sintesi interiore nell'educando. Sintesi che l'educatore dovrà aver conseguito in se stesso antecedentemente. 

30. Questa comunicazione critica tuttavia comporta da parte dell'educatore anche la presentazione di una serie di valori e controvalori la cui considerazione, come tale, dipende dalla concezione di vita e dell'uomo. Di conseguenza l'educatore cattolico non può accontentarsi di presentare positivamente e con abilità una serie di valori di carattere cristiano come semplici oggetti astratti meritevoli di stima, ma deve suscitare dei comportamenti negli alunni: la libertà rispettosa degli altri, il senso di responsabilità, la sincera e continua ricerca della verità, la critica equilibrata e serena, la solidarietà e il servizio verso tutti gli uomini, la sensibilità verso la giustizia, la speciale coscienza di sentirsi chiamati a essere agenti positivi di cambiamento in una società in continua trasformazione. 

Dato l'ambiente generale di secolarizzazione e miscredenza nel quale l'educatore laico spesso esercita la sua missione, è importante che, superando una mentalità puramente sperimentale e critica, possa aprire la coscienza dei suoi alunni alla trascendenza e disporli così ad accogliere la verità rivelata. 

31. A partire da tali attitudini l'educatore potrà anche mettere in evidenza, con maggiore facilità, l'aspetto positivo di alcuni comportamenti conseguenti a queste attitudini. La sua massima aspirazione deve essere di fare in modo che detti comportamenti giungano a essere motivati e uniformati dalla fede interiore dell'educando, conseguendo così la loro massima ricchezza e estendendosi a realtà che, come la orazione filiale, la vita sacramentale, la carità fraterna e la sequela del Cristo, sono patrimonio specifico dei credenti. La piena coerenza del sapere, delle attitudini e dei comportamenti con la fede sfocerà nella sintesi personale tra la vita e la fede dell'educando. Pochi cattolici sono qualificati come l'educatore per conseguire il fine dell'evangelizzazione, che è l'incarnazione del messaggio cristiano nella vita dell'uomo. 

Testimonianza di vita. Contatto diretto e personale con l'alunno 

32. Di fronte all'alunno in formazione occupa un posto di particolare rilievo la preminenza che la condotta ha sempre sulla parola. Quanto più l'educatore vive il modello di uomo che presenta, come ideale, tanto più sarà credibile e imitabile, perché l'alunno possa contemplarlo come ragionevole e come degno di essere vissuto, vicino e attuabile. Specialissima importanza acquista qui la testimonianza di fede dell'educatore laico. In lui l'alunno potrà vedere quegli atteggiamenti e comportamenti cristiani che tante volte mancano nell'ambiente circostante secolarizzato nel quale vive, tanto da lasciargli supporre che siano irrealizzabili nella vita. Non si dimentichi, nelle crisi «che colpiscono soprattutto le giovani generazioni», che l'elemento più importante nel compito educativo è «sempre l'uomo e la sua dignità morale, la quale procede dalla verità dei suoi principi e dalla conformità delle sue azioni a questi principi».(28) 

33. Sotto questo aspetto acquista una notevole importanza ciò che è stato detto del contatto diretto e personale dell'educatore con l'alunno,(29) mezzo privilegiato per la testimonianza di vita. Questa relazione personale, che non deve mai essere un monologo ma un dialogo, e deve nell'educatore coesistere con la convinzione che essa costituisce un mutuo arricchimento, esige contemporaneamente dall'educatore cattolico il continuo ricordo della propria missione. L'educatore non può dimentieare che l'alunno, durante la sua crescita, sente la necessità di amicizia, di una guida ed ha bisogno di aiuto per poter superare i propri dubbi e disorientamenti. Deve, inoltre, nel suo rapporto con l'alunno, equilibrare, con prudente realismo e adattamento ad ogni singolo caso, avvicinamento e lontananza. La familiarità facilita la relazione personale, ma è indispensabile anche un certo distacco perché l'educando giunga a sviluppare la propria personalità, senza condizionamenti; occorre evitare la inibizione nell'uso responsabile della libertà. 

Conviene ricordare qui che l'uso responsabile di tale libertà comprende la scelta del proprio stato di vita. Nei rapporti con i suoi alunni credenti, l'educatore cattolico non può trascurare il tema della vocazione personale dell'educando all'interno della Chiesa. Qui subentrano sia la scoperta e la cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, sia la chiamata a vivere un particolare impegno negli Istituti secolari o in movimenti cattolici di apostolato, compiti molte volte trascurati, sia l'aiuto al discernimento della chiamata al matrimonio o al celibato, anche consacrato, in seno alla vita laicale.

D'altra parte il contatto personale e diretto non è solo una metodologia appropriata perché l'educatore vada formando l'educando, ma è la sorgente stessa dalla quale l'educatore attinge la necessaria conoscenza dell'alunno che gli permetta di formarlo adeguatamente. Tale conoscenza è oggi tanto più indispensabile in quanto maggiori sono stati - in profondità e frequenza - i cambiamenti delle generazioni in questi ultimi tempi. 

Aspetti comunitari 

34. Contemporaneamente a una equilibrata affermazione della propria personalità e come parte di questa, l'alunno deve essere anche orientato dall'educatore cattolico a un atteggiamento di socialità verso gli altri membri della comunità educativa, delle altre comunità di cui fa parte e dell'intera comunità umana. D'altra parte l'appartenenza alla comunità educativa e l'influenza che la scuola deve esercitare, e spera ricevere dall'ambiente sociale circostante, richiede che l'educatore laico cattolico estenda le sue relazioni e i suoi lavori in «équipe» con i suoi colleghi, in rapporto con le altre categorie di detta comunità e abbia la disponibilità necessaria a collaborare nei diversi settori che il compito educativo comune comporta. 

Essendo la famiglia «la prima e fondamentale scuola di socialità»,(30) egli dovrà specialmente accettare volentieri e suscitare i debiti contatti con i genitori degli alunni. Questi contatti sono per altro necessari perché l'impegno educativo della famiglia e della scuola si orienti congiuntamente negli aspetti concreti, per facilitare «il grave dovere dei genitori di impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e fattivo con gli insegnanti e i dirigenti delle scuole»,(31) e soddisfare alla necessità di aiuto di molte famiglie per poter educare convenientemente i propri figli e compiere così la funzione «insostituibile e inalienabile»(32) che spetta a loro. 

35. Nel medesimo tempo è anche necessario che l'educatore presti una costante attenzione all'ambiente socio-culturale, economico e politico della scuola; sia a quello più prossimo del quartiere e della circoscrizione nella quale la scuola si trova inserita, sia ai contesti regionale e nazionale che, molte volte, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, esercitano una notevole influenza sugli altri. Solo seguendo con attenzione la situazione reale e nazionale e internazionale, l'educatore avrà i dati precisi per rispondere alle esigenze poste dalla formazione dei suoi alunni e potrà prepararli al futuro come lo prevede ora. 

36. Sebbene sia giusto sperare che l'educatore laico cattolico dia preferibilmente la sua adesione alle associazioni professionali cattoliche, tuttavia non può considerare come estraneo al suo compito educativo il partecipare e collaborare con altri gruppi e associazioni professionali o connesse alla educazione e recare il suo contributo, per quanto modesto possa essere, al conseguimento di una adeguata politica educativa nazionale e la sua eventuale attività sindacale in consonanza sempre con i diritti umani e i principi cristiani sull'educazione.(33) Rifletta l'educatore laico quanto possa rimanere separata, a volte, la sua vita professionale dai movimenti "associativi, e le gravi ripercussioni che il suo disinteresse potrebbe recare in problemi educativi importanti. 

È vero che molte di queste attività non sono retribuite e il realizzarle dipende dalla generosità di coloro che vi partecipano. È necessario fare, senza dubbio, un invito pressante a questa generosità quando sono in gioco le realtà di una trascendenza che non possono essere estranee all'educatore cattolico. 

Una vocazione più che una professione 

37. L'educatore laico esercita un lavoro che ha innegabilmente un aspetto professionale, ma che non può ridursi ad esso. La professionalità è inclusa ed assunta nella sua sopran naturale vocazione cristiana. Deve, quindi, viverla effettivamente come una vocazione personale nella Chiesa e non solo come l'esercizio di una professione. Vocazione nella quale, per la sua stessa natura laicale, mirerà a fondere il disinteresse e la generosità con la legittima difesa dei propri diritti, tuttavia, in sostanza, una vocazione con tutta la pienezza di vita e di impegno personale che detta parola racchiude, e che spalanca vastissime prospettive per essere vissuta con entusiasmo. 

È poi vivamente auspicabile che ogni educatore laico cattolico acquisti la massima coscienza dell'importanza, ricchezza e responsabilità di una simile vocazione e si sforzi di rispondere a quanto essa esige, con la consapevolezza che questa risposta è fondamentale per la costruzione e il costante rinnovamento della città terrena e per l'evangelizzazione del mondo. 

CARATTERISTICHE SPECIFICHE DEL LAICO CATTOLICO 
NELLE DIVERSE SCUOLE 

Nella scuola cattolica 

38. Nota caratteristica della scuola cattolica «è dar vita a un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità, di aiutare gli adolescenti perché  nello sviluppo della propria personalità crescano insieme se condo quella nuova creatura, che in essi ha realizzato il battesimo, e di coordinare infine l'insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del mondo, della vita, dell'uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla fede».(34) Per tutti questi motivi è ovvio che la scuola cattolica «rientra nella missione salvifica della Chiesa e particolarmente nell'esigenza della educazione alla fede»(35) e include un'adesione sincera al magistero della Chiesa, una presentazione di Cristo come modello supremo dell'uomo e una speciale sollecitudine della qualità dell'insegnamento religioso scolastico. 

Di fronte a questi ideali e obiettivi specifici, che costituiscono il progetto educativo generale della scuola cattolica, il laico cattolico, che vi lavora, deve esserne cosciente e essere convinto quindi che la scuola cattolica è lo spazio scolastico nel quale può sviluppare la sua completa vocazione con maggior libertà e approfondimento ed è il modello della sua azione apostolica in qualsiasi scuola, secondo le possibilità offerte. Tutto ciò deve stimolarlo a contribuire corresponsabilmente al conseguimento di questi ideali e obiettivi, in atteggiamento di piena e sincera adesione a essi. Ciò non implica la mancanza di difficoltà, tra le quali occorre ricordare per le sue molte conseguenze la maggior eterogeneità interna degli alunni e di professori nelle scuole cattoliche di molti Paesi. 

39. All'interno dei caratteri comuni a tutte le scuole Cattoliche esistono diverse realizzazioni possibili, che, in pratica, corrispondono in molti casi al carisma specifico dell'istituto religioso che le ha fondate e le promuove. Però sia che abbia la sua origine in una istituzione del clero secolare, di religiosi, o di laici, ogni scuola cattolica può conservare le proprie caratteristiche, che si esprimeranno nel progetto educativo particolare o nella sua pedagogia. In questo caso il laico cattolico, che vi lavora, dovrà cercare di comprendere tali caratteristiche e le ragioni che le hanno ispirate e procurare di identificarsi con le stesse in maniera sufficiente perché gli elementi propri della scuola si realizzino attraverso il suo lavoro personale. 

40. È importante che, in accordo con la fede che professano e la testimonianza di vita che sono chiamati a dare,(36) i laici cattolici che operano in questa scuola partecipino con semplicità e in modo attivo alla vita liturgica e sacramentale che in essa si svolge. Gli alunni comprenderanno meglio, attraverso l'esempio vivo, l'importanza che questa vita ha per i credenti. È sommamente positivo che in una società secolarizzata - dove gli alunni facilmente costatano che molti laici, i quali si dicono cattolici, vivono abitualmente al di fuori della liturgia e dei sacramenti - possano vedere il comportamento di altri laici adulti che prendono con serietà queste realtà come fonte e alimento della propria vita cristiana. 

41. La comunità educativa deve aspirare a costituirsi nella scuola cattolica in comunità cristiana, ossia in vera comunità di fede. Ciò è irrealizzabile, neppure inizialmente, senza la partecipazione cristiana condivisa almeno da una parte delle principali categorie - genitori, professori e alunni - della comunità educativa. È sommamente auspicabile che il laico cattolico, e specialmente l'educatore, sia disposto a partecipare attivamente ai gruppi di animazione pastorale o ad altri nuclei capaci di fermento evangelico. 

42. Frequentano talvolta le scuole della Chiesa alunni che non professano la fede cattolica o che forse mancano di ogni credenza religiosa. Come risposta volontaria dell'uomo a Dio che gli si rivela, la fede non ammette violenza. Quindi gli educatori cattolici, nel proporre la dottrina in consonanza con le loro convinzioni religiose e con la identità della scuola, avranno massimo rispetto della libertà degli alunni non cattolici. Saranno sempre aperti a un dialogo autentico, convinti che l'apprezzamento affettuoso e sincero per chi onestamente cerca Dio rappresenta, in tali circostanze, la testimonianza più opportuna della propria fede.(37)

43. La scuola cattolica, come comunità educativa che ha per aspirazione ultima di educare alla fede, sarà tanto più idonea a compiere il suo mandato quanto più rappresenterà la ricchezza della comunità ecclesiale. La presenza simultanea in essa di sacerdoti, religiosi, religiose e laici costituisce per l'alunno un riflesso vivo di questa ricchezza che gli facilita una maggior assimilazione della realtà della Chiesa. Consideri il laico cattolico che, da questo punto di vista, la sua presenza nella scuola cattolica, come quella dei sacerdoti, religiosi o religiose, è importante. Poiché ciascuna di queste forme di vocazione ecclesiale reca all'educando un esempio di incarnazione vitale distinta: il laico cattolico, l'intima dipendenza delle realtà terrene da Dio in Cristo, la professionalità secolare, come ordinazione del mondo a Dio; il sacerdote, le molteplici sorgenti di grazia che il Cristo ha lasciato nei sacramenti a tutti i credenti, la luce rivelatrice della Parola, il carattere di servizio che riveste la struttura gerarchica della Chiesa; i religiosi e le religiose, lo spirito innovatore delle beatitudini, la continua chiamata al Regno come unica realtà definitiva, l'amore del Cristo e degli uomini in Cristo come scelta totale della vita. 

44. Le caratteristiche di ciascuna vocazione devono far pensare a tutti alla grande convenienza della mutua presenza e complementarietà per assicurare il carattere della scuola cattolica, e animare tutti alla ricerca sincera dell'unione e della coordinazione. Contribuiscano anche i laici con il loro atteggiamento al debito inserimento della scuola cattolica nella pastorale d'insieme della Chiesa locale - prospettiva che mai deve dimenticarsi - e nei campi convergenti della pastorale parrocchiale. Offrano anche le loro iniziative e la loro esperienza per una maggiore relazione e collaborazione delle scuole cattoliche tra loro e con le altre scuole, particolarmente con quelle che partecipano di una medesima concezione cristiana, e con la società. 

45. I laici educatori cattolici pensino anche molto seriamente alla minaccia di impoverimento che potrebbe derivare alla scuola cattolica dalla scomparsa o dalla diminuzione in essa di sacerdoti, religiosi e religiose. Il che deve essere evitato nella misura del possibile mentre nel contempo ci si deve preparare in maniera adeguata per essere capaci di mantenere, da soli, qualora fosse necessario e conveniente, le scuole cattoliche attuali o future. Infatti il dinamismo storico che opera nella scuola contemporanea fa prevedere che, almeno per un periodo di tempo abbastanza vicino, l'esistenza della scuola cattolica in alcuni Paesi di tradizione cattolica dipenderà fondamentalmente dai laici, come è dipeso e dipende, con gran frutto, in tante giovani Chiese. Simile responsabilità non può risolversi in attitudini meramente passive di timore o lamentele, ma stimolare ad azioni decise ed efficaci, che si dovrebbero già prevedere e pianificare con l'aiuto di quegli stessi istituti religiosi che vedono diminuire le loro possibilità per un immediato futuro. 

46. Talvolta i Vescovi, approfittando della disponibilità di laici competenti e desiderosi di dare una chiara testimonianza cristiana nel campo educativo, affidano loro la gestione totale di scuole cattoliche, incorporandoli così alla missione apostolica della Chiesa.(38) 

Data l'estensione sempre crescente del campo scolastico, la Chiesa ha bisogno di approfittare di tutte le risorse disponibili per educare cristianamente la gioventù, e in conseguenza incrementare la partecipazione di educatori laici cattolici. Ciò non toglie nulla all'importanza delle scuole dirette dalle famiglie religiose. La testimonianza qualificata, sia individuale sia comunitaria dei religiosi e delle religiose nei propri centri di insegnamento, fa sì che questi siano più necessari che mai in un mondo secolarizzato. 

I membri delle Comunità religiose hanno pochi campi, come le loro scuole, per dare questa testimonianza. In esse i religiosi e le religiose possono stabilire un contatto immediato e duraturo con la gioventù, in un contesto che spontaneamente reclama spesso le verità della fede per illuminare le varie dimensioni dell'esistenza. Questo contatto ha una speciale importanza in un'età in cui le idee e le esperienze lasciano un'impronta permanente nella personalità dell'alunno. 

Tuttavia, la chiamata che fa la Chiesa agli educatori laici cattolici per inserirli in un attivo apostolato scolastico non si limita ai propri centri scolastici ma si estende a tutto il vasto campo dell'insegnamento, nella misura in cui sia possibile dare in esso una testimonianza cristiana. 

Nelle scuole con progetti educativi diversi 

47. Si prendono qui in considerazione le scuole statali e non Statali ispirate a progetti educativi distinti da quelli della scuola cattolica, purché tali progetti non siano incompatibili con la concezione cristiana dell'uomo e della vita. Queste scuole, che sono la maggioranza tra quelle esistenti nel mondo, possono essere orientate nel loro progetto educativo verso una determinata concezione dell'uomo e della vita, o più semplicemente e riduttivamente a una derminata ideologia,(39) o ammettere all'interno di una cornice di principi sufficientemente generali la coesistenza di diverse concezioni o ideologie tra gli educatori. Si intende questa coesistenza come una pluralità manifestata giacché, in tali scuole, ogni educatore impartisce il suo insegnamento, espone i suoi criteri e presenta come positivi determinati valori in funzione della sua concezione dell'uomo o della sua ideologia. Non si adopera qui il termine «scuola neutra», perché in pratica questa non esiste. 

48. Nella nostra società pluralista e secolarizzata la presenza del laico cattolico è spesso l'unica presenza della Chiesa in dette scuole. In esse si verifica la situazione sopra citata, per cui solo attraverso il laico la Chiesa può raggiungere determinati ambienti o istituzioni.(40) La chiara coscienza di questa situazione aiuterà molto il laico cattolico ad assumere le sue responsabilità.

49. L'educatore laico cattolico dovrà impartire le sue materie da un'ottica di fede cristiana, in accordo con le possibilità di ogni materia e con le situazioni ambientali degli alunni e della scuola. In questo modo aiuterà gli educandi a scoprire gli autentici valori umani e, sebbene con le limitazioni proprie di una scuola che non ha nel programma l'educazione alla fede e nella quale molti fattori possono anche essere contrari ad essa, contribuirà ad iniziare nei suoi alunni quel dialogo tra la cultura e la fede che potrà giungere un giorno alla sintesi auspicabile tra entrambe. Tale compito potrebbe essere particolarmente fecondo per gli alunni cattolici e costituirà per gli altri una forma di evangelizzazione. 

50. Simile atteggiamento di coerenza con la propria fede va accompagnato nella scuola pluralista da un particolare rispetto verso le convinzioni e la fatica degli altri educatori, purché essi non conculchino i diritti umani dell'alunno. Detto rispetto deve aspirare a giungere a un dialogo costruttivo soprattutto con i fratelli cristiani separati e con tutti gli uomini di buona volontà. Così apparirà con maggior chiarezza che la fede cristiana appoggia in pratica la libertà religiosa e umana che difende e che si concreta logicamente nella società in un ampio pluralismo. 

51. La partecipazione attiva del laico cattolico nelle attività della propria categoria, nelle relazioni con gli altri membri della comunità educativa, e in particolare con i genitori degli alunni, è inoltre di grande importanza perché gli obiettivi, i programmi e i metodi educativi della scuola nella quale lavora si impregnino progressivamente dello spirito evangelico. 

52. Per la sua serietà professionale, per il suo sostegno della verità, della giustizia e della libertà, per la sua apertura di vedute e il suo abituale atteggiamento di servizio, per il suo personale coinvolgimento con gli alunni e la sua fraterna solidarietà con tutti, per la sua vita morale integra in tutti i suoi aspetti, il laico cattolico deve essere in questo tipo di scuola lo specchio nel quale tutti e ciascuno dei membri della comunità educativa possano veder riflessa l'immagine dell'uomo evangelico. 

In altre scuole 

53. Si considerano qui più particolarmente quelle altre scuole esistenti in Paesi di missione o in Paesi scristianizzati nella pratica, dove si accentuano, in maniera speciale le funzioni che il laico cattolico, per esigenza della sua fede, deve disimpegnare quando egli è l'unica o quasi esclusiva presenza della Chiesa, non solo nella scuola, ma anche nel luogo nel quale essa è situata. In queste circostanze, egli sarà l'unica voce per far giungere agli alunni, ai membri della comunità educativa e a tutti gli uomini, coi quali ha relazioni come educatore e come persona, il messaggio evangelico.(41) Ciò che è stato detto sulla coscienza della propria responsabilità; la prospettiva cristiana dell'insegnamento e dell'educazione, il rispetto delle convinzioni altrui, il dialogo costruttivo con gli altri cristiani e con i non credenti, la partecipazione attiva nelle diverse categorie della scuola e specialmente la testimonianza di vita, acquista in questo caso un rilievo eccezionale. 

54. Non si possono infine dimenticare quei laici cattolici che lavorano in scuole di Paesi nei quali la Chiesa è perseguitata e dove la stessa condizione di cattolico costituisce una proibizione per esercitare la funzione di educatore. I laici sono costretti a nascondere la loro condizione di credenti per poter lavorare in una scuola di orientamento ateo. La loro sola presenza, di per se stessa già tanto difficile, se si adatta silenziosa, ma vitale alla immagine dell'uomo evangelico è già un annunzio efficace del messaggio di Cristo che contrasterà la nociva intenzione che persegue l'educazione atea nella scuola. La testimonianza della vita e il comportamento personale con gli alunni potrà anche condurre, superando tutte le difflcoltà, a una evangelizzazione più esplicita. Per molti giovani di questi Paesi; l'educatore laico, che per motivi umani e religiosamente dolorosi si vede costretto a vivere il proprio cattolicesimo nell'anonimato, può essere l'unico mezzo per conoscere genuinamente il Vangelo e la Chiesa che sono sfigurati e attaccati nella scuola. 

55. In qualsiasi tipo di scuole, soprattutto in alcune regioni, l'educatore cattolico si incontrerà, non rare volte, con alunni non cattolici. Egli dovrà avere verso di loro non solo un atteggiamento rispettoso ma accogliente e aperto al dialogo, motivato dall'amore universale cristiano. Tenga inoltre presente che la vera educazione non si limita a impartire soltanto conoscenze, ma promuove la dignità e la fraternità e prepara ad aprirsi alla Verità che è Cristo. 

L'EDUCATORE LAICO CATTOLICO COME PROFESSORE DI RELIGIONE 

56. L'insegnamento della religione è caratteristico della scuola in generale, purché questa aspiri alla formazione dell'uomo nelle sue dimensioni fondamentali, tra le quali la religiosità. In realtà, l'insegnamento religioso scolastico è un diritto - con il relativo dovere - dell'alunno e dei genitori e, per la formazione dell'uomo, è anche uno strumento importantissimo, almeno nel caso della religione cattolica, per raggiungere un'adeguata sintesi tra fede e cultura sulla quale tanto si è insistito. Per questo l'insegnamento della religione cattolica, distinta e nel medesimo tempo complementare della catechesi propriamente detta,(42) dovrebbe essere impartito in qualsiasi scuola. 

57. L'insegnamento religioso scolastico è dunque, come la catechesi, «una forma eminente di apostolato laicale»,(43) e sia per questo sia per il numero di professori che tale insegnamento esige nelle dimensioni raggiunte dall'organizzazione scolastica del mondo attuale, toccherà ai laici impartirlo nella maggioranza delle circostanze, soprattutto ai livelli d'insegnamento di base. 

58. Prendano quindi coscienza gli educatori cattolici laici, secondo i luoghi e le situazioni del grande compito che si offre loro in questo campo. Senza la loro generosa collaborazione, l'insegnamento religioso scolastico non potrà adeguarsi alle necessità esistenti, come già accade in alcuni paesi. La Chiesa ha bisogno in questo caso, come in molti altri, della collaborazione dei laici. Questa urgenza può essere particolarmente impellente nelle giovani Chiese. 

59. Senza dubbio l'insegnante di religione ha una funzione di primo piano per il fatto che «non si vuole che ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l'insegnamento di Gesù Cristo».(44) Di conseguenza nella trasmissione della medesima, tenendo presente l'uditorio al quale si rivolgono, gli insegnanti di religione, come quelli di catechesi, «avranno ... la saggezza di cogliere nel campo della ricerca teologica ciò che può illuminare la loro riflessione ed il loro insegnamento, attingendo ... alle vere fonti, nella luce del Magistero» dal quale dipendono nel disimpegno della loro funzione e «si asterranno dal turbare l'animo dei fanciulli e dei giovani ... con teorie peregrine».(45) Seguano con fedeltà le norme degli episcopati locali per ciò che concerne la propria formazione teologica e pedagogica e la programmazione della materia; specialmente tengano presente la grande importanza che la testimonianza della vita e una spiritualità intensamente vissuta hanno in questo campo. 

III. 
FORMAZIONE DEL LAICO CATTOLICO 
PER ESSERE TESTIMONE DELLA FEDE 
NELLA SCUOLA 

60. L'esperienza vissuta di una vocazione così ricca e così profonda come quella del laico cattolico nella scuola richiede la corrispondente formazione sia sul piano professionale sia su quello religioso. Si richiede specialmente nell'educatore una personalità spirituale matura che si manifesti in una profonda vita cristiana. «Una tale vocazione - dice il Concilio Vaticano II riferendosi agli educatori - esige ... una preparazione molto accurata»,(46) «Essi (gli insegnanti) ... devono prepararsi scrupolosamente, per essere forniti della scienza sia profana sia religiosa, attestata dai relativi titoli di studio, e ampiamente esperti nell'arte pedagogica, aggiornata con le scoperte del progresso contemporaneo».(47) La necessità di questa formazione tende ad accentuarsi a livello religioso e spirituale in cui con frequenza il laico cattolico non perfeziona la sua formazione iniziale al medesimo grado come lo fa nell'ordine culturale e generale e soprattutto professionale.

COSCIENTIZZAZIONE E STIMOLO 

61. I laici cattolici che si preparano a lavorare nella scuola sono abitualmente molto coscienti del bisogno di una buona preparazione professionale per poter realizzare la loro missione educatrice, per cui hanno una autentica vocazione umana. Questo tipo di coscienza, anche all'interno del campo professionale, non è, tuttavia, quella caratteristica di un laico cattolico che vuol vivere il suo compito educativo come mezzo fondamentale di santificazione personale e di apostolato. È precisamente la coscienza di voler vivere così la sua vocazione quella che viene richiesta al laico cattolico che lavora nella scuola. Fino a che punto posseggano questa coscienza è proprio ciò che si devono chiedere gli stessi laici. 

62. In relazione a questa coscienza specifica del laico cattolico vi è quella che si riferisce alla necessità di ampliare e aggiornare la sua formazione religiosa in modo che accompagni parallelamente e con equilibrio la sua intera formazione umana. Infatti da parte del laico è necessaria la viva coscienza di questa formazione religiosa perché da essa dipende non solo la sua possibilità di apostolato, ma anche il debito esercizio di un compito professionale, specialmente quando si tratta di compito educativo. 

63. Le considerazioni fatte mirano ad aiutare a risvegliare questa coscienza e a riflettere sopra la situazione personale su tale punto fondamentale per giungere a vivere in pienezza la vocazione laica di educatore cattolico. L'essere o non essere che si pone in gioco dovrà stimolare il massimo sforzo che sempre suppone il cercare di acquisire una forrnazione che si è trascurata o mantenerla al suo debito livello. In tutti i casi, all'interno della comunità ecclesiale, l'educatore laico cattolico potrà fondatamente sperare dai Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose, soprattutto da coloro che sono dediti all'apostolato della educazione e dai movimenti e dalle associazioni di educatori laici cattolici che lo aiutino ad acquistare una piena coscienza delle sue necessità personali nel campo della formazione e lo stimolino, nella forma più adatta, per dedicarsi più interamente all'impegno sociale che tale formazione esige. 

FORMAZIONE PROFESSIONALE E RELIGIOSA 

64. Conviene rilevare che non tutti i centri di formazione dei docenti offrono in egual maniera all'educatore cattolico la base professionale più idonea per realizzare la sua missione educativa, se si tiene presente la profonda relazione esistente tra il modo di esporre il contenuto delle discipline, soprattutto di quelle più umanistiche, e la concezione dell'uomo, della vita e del mondo. Può capitare facilmente che nei centri di formazione dei docenti, nei quali esista un pluralismo ideologico, il futuro insegnante cattolico debba fare uno sforzo supplementare per conseguire in determinate discipline una sua sintesi tra fede e cultura. Non può dimenticare facilmente, mentre si forma, che la situazione sarà uguale quando dovrà insegnare ai propri alunni in modo da stimolare in essi, in primo luogo, il dialogo e la ulteriore sintesi personale tra la cultura e la fede. Tenendo presenti questi molteplici aspetti, è particolarmente raccomandabile la frequenza degli insegnanti ai diversi centri di formazione diretti dalla Chiesa, dove esistono, così anche la creazione di questi, se possibile, ove non esistano ancora. 

65. La formazione religiosa dell'educatore cattolico non può fermarsi al termine dei suoi studi medi. Occorre che egli accompagni e completi la sua formazione professionale per essere al livello della sua fede di uomo adulto, della sua cultura umana e della sua specifica vocazione laicale. Infatti la formazione religiosa deve essere orientata alla santificazione personale e all'apostolato, elementi inseparabili della vocazione cristiana. «La formazione all'apostolato suppone che i laici siano integralmente formati dal punto di vista umano, secondo il genio e le condizioni di ciascuno» e richiede «oltre alla formazione spirituale ... una solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica, filosofica».(48) Non si può inoltre dimenticare, nel caso dell'educatore, una adeguata formazione circa l'insegnamento sociale della Chiesa che è «parte integrante della concezione cristiana della vita»(49) e aiuta a mantenere intensamente viva la indispensabile sensibilità sociale.(50) 

Riguardo al piano dottrinale e riferendosi ai professori, occorre ricordare che il Concilio Vaticano II parla della necessità di una scienza religiosa garantita dai debiti titoli.(51) È poi molto raccomandabile che tutti i laici cattolici che lavorano nella scuola e specialmente gli educatori seguano, nelle facoltà ecclesiastiche e negli istituti di scienze religiose a essi destinati ove sia possibile, corsi di formazione religiosa fino a ottenere i titoli corrispondenti. 

66. Abilitati con detti titoli e con un'adeguata preparazione in pedagogia religiosa, diventeranno fondamentalmente capaci per l'insegnamento della religione. Gli episcopati promuoveranno e faciliteranno tutta questa preparazione per l'insegnamento religioso e per la catechesi, senza dimenticare ïl dialogo di mutua illuminazione con i professori che si stanno formando.

AGGIORNAMENTO. FORMAZIONE PERMANENTE 

67. Lo straordinario progresso scientifico e tecnico e la permanente analisi critica alla quale ogni tipo di realtà, situazioni e valori sono sottomessi in questo nostro tempo, han fatto sì, tra le altre cause, che la nostra epoca si caratterizzi per una continua e accelerata trasformazione che tocca l'uomo e la società in tutti i campi. Questo cambiamento provoca il rapido invecchiamento delle conoscenze acquisite e delle strutture vigenti, ed esige nuove attitudini e metodi. 

68. Di fronte a questa realtà che il laico è il primo a sperimentare, è ovvia l'esigenza di un costante aggiornamento che si presenta all'educatore cattolico riguardo alle sue attitudini personali, nei contenuti delle materie che insegna e nei metodi pedagogici che utilizza. Bisogna ricordare che la vocazione di educatore esige «una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento».(52) La richiesta di aggiornamento, perché costante, postula una formazione permanente. Questa non interessa solamente la formazione professionale, ma anche quella religiosa e in generale l'arricchimento di tutta la personalità, per cui la Chiesa cerca sempre di adattare la sua missione pastorale alle circostanze degli uomini di ogni epoca per far giungere in modo comprensibile e appropriato alle loro condizioni il messaggio cristiano. 

69. Per la varietà degli aspetti che abbraccia, la formazione permanente esige una costante ricerca personale e comunitaria delle sue forme di realizzazione. Tra i suoi molti mezzi: lettura di riviste e libri appropriati, partecipazione a conferenze e corsi di aggiornamento, partecipazione a riunioni, incontri e congressi, disponibilità di certi periodi di tempo libero risultano strumenti ordinari e praticamente imprescindibili di detta formazione. Inoltre tutti i laici cattolici che lavorano nella scuola procurino di inserirli abitualmente nella loro vita umana, professionale e religiosa. 

70. Nessuno ignora che tale formazione permanente, come lo stesso nome indica, è un compito arduo di fronte al quale molti cedono, particolarmente se si considera la crescente complessità della vita attuale, le difficoltà che la missione educativa comporta e le insufficienti condizioni economiche che tante volte l'accompagnano. Nonostante ciò nessun laico cattolico che lavora nella scuola può esimersi da queste sfide del nostro tempo e rimanere ancorato a conoscenze, a criteri e ad atteggiamenti superati. La sua rinunzia alla formazione permanente in ogni campo umano, professionale e religioso, lo collocherà al margine di questo mondo che deve portare al Vangelo. 

IV. 
SOSTEGNO DELLA CHIESA 
AL LAICATO CATTOLICO NELLA SCUOLA 

71. Le diverse situazioni nelle quali si svolge il lavoro del laico cattolico nella scuola fanno sì che molte volte egli si senta isolato, incompreso e, quindi, tentato di scoraggiamento e di abbandono delle sue responsabilità. Per far fronte a queste situazioni e, in generale, per una migliore realizzazione della vocazione alla quale è chiamato, il laico cattolico che lavora nella scuola dovrà poter contare sempre nel sostegno e nell'aiuto della Chiesa intera. 

SOSTEGNO NELLA FEDE, NELLA PAROLA E NELLA VITA SACRAMENTALE 

72. È innanzitutto nella propria fede che il laico cattolico troverà il sostegno; nella fede troverà con sicurezza l'umiltà, la speranza e la carità che gli sono necessarie per perseverare nella sua vocazione.(53) Ogni educatore infatti ha bisogno di umiltà per riconoscere i suoi limiti, i suoi errori, le necessità di costante superamento e per rendersi conto che l'ideale che persegue lo supererà sempre. Ha bisogno anche di ferma speranza perché mai nessuno potrà giungere a raccogliere i frutti del lavoro che svolge con i suoi alunni. Gli occorre infine una costante e crescente carità che ama sempre nei suoi alunni l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio ed elevato a figlio suo per la redenzione di Gesù Cristo. 

Ora questa fede umile, questa speranza e questa carità ricevono il loro aiuto dalla Chiesa attraverso la Parola, la vita sacramentale e la preghiera di tutto il popolo di Dio. Perché la Parola ripete e ricorda all'educatore l'immensa grandezza della sua identità e il suo compito; la vita sacramentale gli dà la forza per viverla e lo sostiene quando sbaglia; la preghiera di tutta la Chiesa presenta a Dio per lui e con lui, nella sicurezza di una risposta promessa da Gesù Cristo, ciò che il suo cuore desidera e chiede e perfino quello che non arriva a desiderare e a chiedere. 

SOSTEGNO COMUNITARIO 

73. Il compito educativo è arduo e molto importante, e per ciò stesso di delicata e complessa realizzazione. Richiede calma, pace interiore, non eccessivo lavoro e un continuo arricchimento culturale e religioso, condizioni queste che poche volte possono trovarsi insieme nella società attuale. La natura della vocazione dell'educatore laico cattolico dovrebbe esser fatta conoscere con più frequenza e approfondimento a tutto il Popolo di Dio da tutti coloro che, nella Chiesa, sono in grado di farlo. Il tema dell'educazione, con tutte le sue implicazioni, dovrebbe essere affrontato con più insistenza poiché l'educazione è uno dei grandi campi di azione della missione salvifica della Chiesa.

74. Da questa conoscenza nascerà logicamente la comprensione e la debita stima. Tutti i fedeli dovrebbero essere coscienti che senza l'educatore laico cattolico l'educazione alla  fede nella Chiesa sarebbe carente di uno dei suoi fondamenti. Per questo tutti i credenti devono collaborare attivamente, nella misura della loro possibilità, perché l'educatore abbia quel rango sociale e quel livello economico che merita, unito alla debita sicurezza e stabilità nell'esercizio del suo compito. Nessun membro della Chiesa deve considerarsi estraneo allo sforzo per far sì che nel suo paese la politica educativa rifletta il più possibile, nella legislazione e nella pratica, i principi cristiani sull'educazione. 

75. Le condizioni del mondo contemporaneo devono indurre la gerarchia e gli istituti religiosi consacrati all'educazione a incoraggiare i gruppi, i movimenti e le associazioni cattoliche esistenti di tutti i laici credenti impegnati nella scuola e a crearne altri nuovi, cercando le forme più adeguate ai tempi e alle diverse realtà nazionali. Molti degli obiettivi educativi, con le loro implicazioni sociali e religiose, che la vocazione del laico cattolico nella scuola esige, saranno difficilmente raggiungibili senza l'unione delle forze che suppongono organismi associativi. 

SOSTEGNO DALLE PROPRIE ISTITUZIONI EDUCATIVE. 
LA SCUOLA CATTOLICA E I LAICI 

76. L'importanza della scuola cattolica invita a rivolgerle una speciale riflessione che serva di esempio concreto alle altre istituzioni cattoliche, per gli aiuti che devono offrire ai laici che in esse lavorano. Anche questa S. Congregazione, riferendosi ai laici, non ha esitato ad affermare che «gli insegnanti, con la loro azione e testimonianza, sono tra i protagonisti più importanti che mantengono alla Scuola Cattolica il suo carattere specifico».(54)

77. I laici devono trovare, innanzitutto, nella scuola cattolica un ambiente di sincera stima e cordialità, dove possano stabilirsi autentiche relazioni umane tra tutti gli educatori. Mantenendo ciascuno la sua caratteristica vocazionale(55) sacerdoti, religiosi, religiose e laici devono integrarsi pienamente nella comunità educativa e avere in essa un atteggiamento di vera uguaglianza. 

78. Due elementi sono fondamentali per vivere insieme un medesimo ideale da parte dell'ente gestore e dei laici che lavorano nella scuola cattolica. Primo, un'adeguata retribuzione economica, garantita da contratti ben definiti, del lavoro fatto nella scuola; retribuzione che permetta ai laici una vita degna senza necessità di altri impieghi né di sovraccarichi che ostacolino il compito educativo. Ciò non è attuabile senza imporre un grave peso finanziario alle famiglie e far sì che la scuola, così costosa, diventi riservata a una piccola élite. Finché questa retribuzione pienamente adeguata non sarà conseguita, i laici devono poter apprezzare nei dirigenti della scuola almeno la preoccupazione per raggiungere questa meta. 

Secondo, un'autentica partecipazione dei laici alle responsabilitá della scuola, adatta alla loro capacità, in tutti i campi, e la loro sincera identificazione con i fini educativi che caratterizzano la scuola cattolica. Questa deve procurare inoltre con tutti i mezzi di coltivare tale identificazione senza la quale non si potranno conseguire tali fini. Non si deve dimenticare che la scuola stessa si crea incessantemente grazie al lavoro condotto a termine da tutti coloro che vi sono impegnati e più specialmente dai docenti.(56) Per conseguire questa auspicabile partecipazione saranno condizioni indispensabili l'autentica stima della vocazione laicale, la debita informazione, la fiducia profonda e, quando lo si riterrà necessario, il trapasso ai laici delle distinte responsabilità di insegnamento, amministrazione e governo della scuola. 

79. Appartiene altresì alla missione della scuola cattolica la sollecita cura della formazione permanente, professionale e religiosa dei suoi membri laici. Essi infatti sperano dalla scuola quegli orientamenti e quegli aiuti necessari - compresa la sufficiente disponibilità di tempo richiesto - per questa formazione indispensabile, pena l'allontanamento progressivo della scuola dai propri obiettivi. La scuola cattolica, unita con altri centri educativi e con associazioni professionali cattoliche, potrà organizzare utilmente conferenze, corsi e incontri che facilitino detta formazione. Secondo le circostanze questa potrà estendersi anche ad altri educatori cattolici laici che non lavorano nella scuola cattolica, offrendo un servizio di cui spesso hanno bisogno e che non trovano facilmente altrove. 

80. Il miglioramento continuo della scuola cattolica e l'aiuto che essa, unita alle altre istituzioni educative della Chiesa, può recare all'educatore laico cattolico dipendono in gran parte dal sostegno che le offrono le famiglie cattoliche in genere e più in particolare quelle che mandano alla scuola cattolica i propri figli. Le famiglie devono sentirsi fortemente responsabili di questo doveroso sostegno che deve estendersi a tutti gli aspetti: all'interesse, alla stima, alla collaborazione generale ed economica. Non tutte potranno offrire questa collaborazione nel medesimo grado e nel medesimo modo, tuttavia, devono essere disposte alla maggior generosità possibile secondo le loro disponibilità. Tale collaborazione deve applicarsi anche alla partecipazione a raggiungere gli obiettivi e alle responsabilità della scuola. Questa da parte sua deve loro offrire informazioni sulla realizzazione e il perfezionamento del progetto educativo, sulla formazione, sull'amministrazione e, in certi casi, sulla gestione. 

CONCLUSIONE 

81. I laici cattolici che lavorano nella scuola con cariche educative, direttive, amministrative o ausiliarie, non possono aver alcun dubbio sul fatto che essi costituiscono per la Chiesa una grande speranza. In essi la Chiesa ha posto la sua fiducia, per la progressiva integrazione delle realtà temporali nel Vangelo e per farlo giungere a tutti gli uomini. In modo tutto particolare ha posto in essi la sua fiducia per il loro impegno della formazione integrale dell'uomo e per l'educazione alla fede della gioventù, da cui dipende la maggiore o minore adesione al Cristo nel mondo di domani. 

82. La S. Congregazione per l'Educazione Cattolica, facendosi eco di questa speranza e considerando la grande ricchezza evangelica che rappresentano nel mondo i milioni di cattolici laici che dedicano la loro vita alla scuola, ricorda le parole conclusive del decreto conciliare sull'apostolato dei laici: «Il Sacro Concilio scongiura ... nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio di cuore alla voce di Cristo che in quest'ora li invita con maggiore insistenza ...; l'accolgano con alacrità e magnanimità ... e, sentendo come proprio tutto ciò che è di Lui (cfr. Fil 2, 5), si associno alla sua missione salvifica ... affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore, ben sapendo che faticando nel Signore non faticano invano (cfr. 1 Cor 15, 58)».(57)

Roma, 15 Ottobre, Festa di S. Teresa di Gesù, nel IV Centenario della sua morte. 

WILLIAM Card. BAUM 
Prefetto 

Antonio M. Javierre

Segretario 

Arcivescovo tit. di Meta 

 


(1) Conc. Ec. Vat. II: Cost. Lumen Gentium, n. 31: « Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa ».

(2) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Dich. Gravissimum educationis, n. 8.

(3) Cf. S. Congregazione per l'Educazione Cattolica: La Scuola Cattolica 19 marzo 1977, nn. 18-22.

(4) Lumen Gentium, n. 32. 

(5) Ibid. 

(6) Ibid., n. 31. 

(7) Ibid., n. 33. 

(8) Ibid., n.31.

(9) Ibid. 

(10) Lumen Gentium, n. 36; Cf. Conc. Ec. Vat. II: Decr. Apostolicam actuositatem n. 7.

(11) Lumen Gentium, n. 36.

(12) Ibid.

(13) Ibid., n. 33. 

(14) Cf. Gravissimum educationis, n. 3. 

(15) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 22 novembre 1981, AAS 74 (1982) n. 36, p. 126.

(16) Cf. Gravissimum educationis, n. 5. 

(17) Ibid., n. 3. 

(18) Ibid., n. 6; cf. Dichiarazione universale dei Diritti Umani, art. 26, 3. 

(19) Cf. Gravissimum educationis, n. 6. 

(20) Ibid., n. 5; cf. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975 AAS 68 (1976) n. 70, pp. 59-60. 

(21) La Scuola Cattolica, n. 31 . 

(22) Cf. Paolo VI, Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, AAS 59 (1967) n, 19, pp. 267-268; cf. Giovanni Paolo II, Discorso all'UNESCO, 2 giugno 1980, AAS 72 (1980) n. 11, p. 742. 

(23) Paolo VI, Discorso nella notte di Natale, 25 dicembre 1975, AAS 68 (1976) p. 145.

(24) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, 14 settembre 1981, AAS 73 (1981) paragrafo iniziale, p. 578. 

(25) Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, ibid., p. 577. 

(26) Cf. supra n. 16. 

(27) Cf. supra n. 20. 

(28) Giovanni Paolo II, Discorso all' UNESCO, 2 giugno 1980, AAS 72 (1980) n. 11, p. 742. 

(29) Cf. supra n. 21. 

(30) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, AAS 74 (1982) n. 37, p. 127. 

(31) Ibid., n. 40, p. 132. 

(32) Ibid., n. 36, p. 126. 

(33) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, AAS 73 (1981) n. 20, pp. 629-632. 

(34) Gravissimum educationis, n. 8; cf. « La Scuola Cattolica», n. 34. 

(35) « La Scuola Cattolica», n. 9. 

(36) Cf supra nn. 29 e 32. 

(37) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Dich. Dignitatis Humanae, n. 3.

(38) Cf. Apostolicam Actuositatem, n. 2. 

(39) È compreso qui, ampiamente, come un sistema di idee legato a strutture sociali, economiche e/o politiche. 

(40) Cf. supra n. 9.

(41) Cf. Conc. Ec. Vat. II: Decr. Ad gentes, n. 21. 

(42) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso al clero di Roma sull' « Insegnamento della Religione e Catechesi : ministeri distinti e complementari », 5 marzo 1981, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981, IV, I, n. 3 p. 630. 

(43) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979, AAS 71(1979) n. 66, p. 1331. 

(44) Ibid., n. 6. 

(45) Ibid., n. 61. 

(46) Gravissimum educationis, n. 5. 

(47) Ibid., n. 8.

(48) Apostolicam actuositatem, n. 29. 

(49) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del 90° anniversario della « Rerum Novarum», 13 maggio 1981 (non pronunziato dal Papa), « L'Osservatore Romano », 15 maggio 1981, p. 2, n. 8; cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1981, IV, I, pp. 1190-1202. 

(50) Cf. Ibid. 

(51) Cf. Gravissimum educationis, n. 8. 

(52) Gravissimum educationis, n. 5. 

(53) Cf. « La Scuola Cattolica », n. 75. 

(54) «Scuola Cattolica », n. 78.

(55) Cf supra n. 43.

(56) Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, AAS 73. (1981) n. p. 614. 

(57) Apostolicam actuositatem, n. 33.

 

30/11/2006 - Insegnamento religione cattolica
Messaggio della Presidenza CEI

"Siamo ogni giorno spinti a fermarci all’immediato, a guardare solo a ciò che ci sta vicino, dimenticando ciò che costituisce l’orizzonte in cui la vita quotidiana prende significato, perché vi trova fondamento e orientamento. A questi condizionamenti culturali occorre reagire. Lo ribadisce con forza e continuità il Papa Benedetto XVI, ricordandoci quanto sia pericoloso togliere all’uomo la prospettiva di Dio e la testimonianza che della sete di lui danno le religioni; soprattutto la rivelazione che di lui ci offre la religione cristiana nel volto e nell’opera del Figlio Gesù. La nostra Europa, il mondo occidentale sarà in grado di ritrovare se stesso e la capacità di parlare al mondo, “soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo presente per noi e in noi”, perché “senza Dio i conti non tornano”. Si apre così il Messaggio della Presidenza CEI in vista della scelta di avvalersi dell'insegnamento della relgione cattolica per il prossimo anno scolastico. "Gli ambienti e le occasioni per questa ricerca e questo ascolto non mancano. La scuola è uno di questi - si legge nel messaggio -. Essa può e deve dare il suo contributo alla riflessione sul mistero della vita, soprattutto oggi che, per la presenza di un numero in continua crescita di bambini e ragazzi provenienti da altri paesi, sta diventando sempre più un luogo di confronto di tradizioni culturali e religiose. Memoria viva del passato, progettazione creativa del futuro, la scuola è innanzitutto un tempo dedicato alla maturazione integrale degli alunni, quindi anche della dimensione spirituale e religiosa, all’interno e in dialogo con il contesto culturale e sociale in cui essi sono inseriti".

 

Conferenza Episcopale Italiana

Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, la cultura, la scuola e l'università

 Per la Scuola

una Lettera agli Studenti, ai Genitori,

a tutte le Comunità educanti

          Volgendo al termine il quinquennio di attività per il quale sono stati eletti, i Vescovi della Commissione per l'Educazione cattolica, la Scuola, la Cultura e l'Università propongono alle Componenti della Scuola italiana, fra le quali vanno annoverate a giusto titolo le Famiglie degli alunni, questa Lettera. Hanno cercato di darle un tono familiare e colloquiale, anche se i problemi che essa tocca sono ardui, le difficoltà annose, le prospettive non del tutto chiare e invitanti.

          Muove i Vescovi a questo impegno, che vuol essere nella sua modestia e nella forma sommessa servizio e dono insieme, il desiderio di giovare in qualche misura alla crescita del comune interesse verso il mondo della Scuola, nel quale sono racchiuse potenzialmente e vengono via via messe in atto le risorse più promettenti della nostra comunità nazionale, le speranze più concrete per il futuro delle famiglie, della società civile, della nostra stessa Chiesa.

          Confidiamo che questo umile contributo possa raggiungere il suo scopo ed auguriamo in questo senso ogni desiderato bene a coloro che vorranno prestarvi un'attenzione non fuggevole.

Roma, 29 aprile 1995,

S.Caterina da Siena, patrona d'Italia

 

A nome dei

Vescovi della Commissione C.E.I.

per l'educazione cattolica, la cultura,

la scuola e l'università                                                                                                                                  

 

                                                              † Pietro G. Nonis, presidente

1.      Il servizio di Vescovi ci porta a condividere le ansie e le speranze che accompagnano la vita del Paese e ad offrire al cammino comune il contributo che è proprio della nostra missione. Abbiamo dunque pensato di scrivere una lettera a quanti sono attenti e impegnati nei confronti dei problemi dell'educazione e della scuola, convinti dell'importanza che oggi assumono tali problemi e per testimoniare l'amore che la Chiesa ha sempre avuto per la scuola.

          Vorremmo anche, in questo modo, impegnare le comunità cristiane a far fruttificare per il bene comune il patrimonio di sapienza educativa, che alla luce del Vangelo hanno saputo maturare nei secoli, sia con l'esperienza delle scuole cattoliche, sia con la presenza dei cristiani nella scuola statale.

          Ci auguriamo che il nostro desiderio di comunicare e di collaborare incontri l'attenzione di quanti ne sono i destinatari, e che insieme sia possibile costruire qualcosa di valido per la nostra Italia.

L'EDUCAZIONE:     QUESTIONE CENTRALE

 

2.      Pure noi ci interroghiamo spesso su come sia oggi possibile conservare l'orientamento e la fiducia indispensabili per affrontare le incertezze e le fatiche dell'esistenza. La nostra fede ci assicura che Dio porta nel cuore la vita di ogni suo figlio; ma le difficoltà ci rendono pensosi, e ci preoccupiamo di non venir meno alle responsabilità che incombono su ciascuno.

          In questa riflessione si fa chiara una convinzione: le trasformazioni che stiamo vivendo, così rapide e sconvolgenti; le tensioni e i conflitti, armati o di tipo sociale ed economico, che ogni giorno mietono le loro vittime; le tecnologie, sempre più potenti e sempre meno controllabili, che l'umanità si trova a disposizione; il degrado ambientale e lo sperpero delle risorse naturali, ci avvertono che il pianeta Terra avrà un futuro solo se verrà riconosciuta la centralità della persona umana e se ci saranno uomini capaci di dominare e guidare i processi della vita personale e sociale, nella direzione dello sviluppo umano pieno e solidale.

          Si tratta di pensare alla formazione di un'umanità nuova. Si tratta di capire che il futuro è legato alla scelta dell'educazione. Infatti nessuno nega l'urgenza e la necessità di profonde riforme di struttura (istituzionali, economiche, politiche...). Ma anche il meccanismo più sofisticato e più funzionale può incepparsi e degenerare, se non viene usato da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta tensione morale e con una forte passione per l'uomo e i suoi destini.

          Per questo ci pare necessario che la tematica educativa assuma il posto centrale nella vita e nelle scelte della società civile e delle sue istituzioni.

 

3.      Da tale convinzione nasce spontanea l'attenzione al mondo della scuola, che     -all'interno della società civile e nel rispetto della funzione primaria dei genitori- rappresenta lo spazio educativo comunitario più organico e più intenzionale.

          Scuola significa una varietà di istituzioni (e, prima ancora, di persone e di relazioni) che prende per mano il bambino nella scuola materna; lo accompagna lungo i passaggi successivi della scuola elementare e media, della media superiore e della formazione professionale, fino a condurlo al conseguimento di una maturità personale, che apre l'accesso al lavoro o allo studio universitario, anch'esso partecipe -seppure in modo proprio- della fisionomia educativa della scuola, per ciò che offre alla formazione personale dei giovani.

          Sappiamo bene che tale mondo porta in sé non pochi problemi. Infatti, dopo gli entusiasmi degli anni '70, che avevano sottolineato la funzione culturale, sociale e politica della scuola, sembra di assistere ora a un diffuso senso di stanchezza e -forse- di delusione. Un motivo di difficoltà sembra essere anche questo: si sono dilatati i tempi, le strutture, i compiti della scuola (fino a sovraccaricarla di responsabilità non proprie); si sono perfezionati metodi e tecniche; ma sembra venuta meno la trasparenza dei fini che orientano l'azione educativa e danno significato alla fatica quotidiana che essa costa. Anche il rapporto tra scuola e società (in particolare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro) sembra bisognoso di un nuovo equilibrio, per evitare ad entrambe i rischi della frattura o della confusione.

          Saremmo veramente lieti se questo nostro contributo fosse avvertito come un riconoscimento delle preziose risorse alle quali la scuola può attingere: la dedizione di tante persone (docenti, dirigenti scolastici, genitori, esperti di pedagogia e didattica); il patrimonio inesauribile costituito dalle nuove generazioni; la lunga tradizione culturale, pedagogica e didattica che va sempre rinnovata, ma che è comunque in grado di rispondere alle sfide dei tempi nuovi.

          Saremmo ancora più lieti se tale riconoscimento facesse crescere la fiducia e il desiderio di reagire alla stanchezza, con nuovi progetti e nuove realizzazioni.

 

LINEE PER UN PROGETTO EDUCATIVO

 

4.      Siamo pienamente convinti che centrale sia la necessità di dare una consistenza sempre più limpida e decisa alla funzione educativa della scuola, attraverso una progettualità globale che animi tale funzione.

          Con questo non vogliamo dire che fino ad ora la scuola italiana sia stata priva di consapevolezza dei propri percorsi e dei propri obiettivi. Si tratta piuttosto di riconoscere che il nostro tempo esige un ripensamento degli uni e degli altri, per dar vita ad un quadro di riferimento unitario, adeguato ai compiti che ci attendono.

          Non ignoriamo le difficoltà alle quali va incontro questa elaborazione progettuale. Viviamo infatti in un pluralismo culturale povero di evidenze condivise, caratterizzato dalla "convivenza" passiva dei diversi orientamenti e talora dalla pretesa della "neutralità" della scuola circa i valori. Le carenze normative, strutturali e finanziarie di cui soffre la scuola, poi, scoraggiano spesso ogni sforzo di rinnovamento -o anche solo di adeguamento!- culturale, pedagogico e didattico.

          Siamo però convinti che risorsa fondamentale siano sempre le persone (con la loro competenza e dedizione): questo ci fa pensare che sia possibile ritrovare la fiducia nella ragione che pensa e  progetta. Così pure continuiamo a credere nella validità della ricerca fatta insieme, a condizione che essa non si accontenti dell'accordo sul minimo consenso contrattabile, ma accetti le dinamiche -talora difficili- di un cammino nel quale le differenze contribuiscono lealmente alla costruzione di un orizzonte comune di significati, per il bene dei giovani.

          Nello stesso tempo abbiamo fiducia che il non facile impegno dei responsabili politici per il risanamento anche economico dello Stato sarà accompagnato dalla volontà di ridistribuire le risorse secondo un ordine di priorità che non penalizzi ciò che è fondamentale per lo sviluppo delle persone e della società, cioè l'educazione e quindi la scuola.

 

5.      Il contributo che noi Vescovi possiamo dare a tale impresa progettuale si limita a riprendere e a rimotivare, secondo l'originalità cristiana, alcuni temi educativi fondamentali: la riflessione pedagogica li ha già ampiamente esplorati, ma talora essi rischiano di essere perduti di vista nella fatica di fronteggiare i problemi quotidiani della vita scolastica.

          Proponiamo il riferimento a un'idea di scuola per la persona e di scuola delle persone, cioè a uno spazio relazionale, nel quale alcuni soggetti personali concorrono alla costruzione di identità personali libere e consapevoli, tramite una proposta culturale seria e ricca di significati validi e condivisi.

 

Scuola e persona

 

6.      E' senz'altro un fatto positivo che, negli ultimi anni, la scuola sia vista sempre meno come un obbligo da assolvere ("scuola dell'obbligo"), e sempre più come la doverosa risposta della società e delle sue istituzioni al diritto all'educazione e all'istruzione delle persone.

          Tale mutamento di prospettiva mette al centro la persona, e chiede alla scuola di rendere sempre più flessibili e adeguati i propri percorsi e le proprie strutture, così da rispondere all'originalità e alla varietà delle situazioni personali e ambientali. Ciò risulta particolarmente importante là dove l'esistenza di svantaggi psico-fisici o culturali rende difficile l'inserimento scolastico o domanda integrazioni e recuperi in vista del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Non si tratta ovviamente di dilatare oltre misura i tempi e le funzioni della scuola, anche perché lo sviluppo personale si svolge e si arricchisce in un ampio sistema di opportunità e di soggetti educativi, all'interno del quale la scuola ha la sua funzione, ma non può mortificare quella della famiglia, della comunità religiosa di appartenenza, dell'associazionismo giovanile, dei diversi spazi della cultura e del tempo libero.

          Crediamo invece che la scuola possa adempiere al suo servizio alla persona, anzitutto ponendosi come  spazio intenzionale di comunicazione interpersonale. L'educazione infatti -come scrive Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie- "è una comunicazione vitale, che non solo costruisce un rapporto profondo tra educatore ed educando, ma li fa partecipare entrambi alla verità e all'amore, traguardo finale a cui è chiamato ogni uomo" (n.16).

          La comunicazione sarà tanto più costruttiva quanto più saprà abbracciare -nei modi culturali propri della scuola- tutte le dimensioni della persona, sottolineandone le attese più profonde ed esplicitando quei significati che facilmente vengono trascurati dalla mentalità corrente: la ricerca della verità, la comprensione dell'identità e della dignità propria delle persone, l'educazione alla responsabilità e alla solidarietà, il senso religioso.

          Da parte sua la Chiesa, che nel volto di Gesù di Nazareth, Uomo e Dio, riconosce i tratti essenziali del volto dell'uomo, è lieta di dare il suo contributo alla ricerca della scuola circa i valori che garantiscono la verità e la dignità della persona, e indica, come sintesi di tali valori, quella "cultura della vita" alla quale ci  richiama il Papa (cf. Lettera enciclica Evangelium vitae, nn. 29-51).

 

Scuola e comunità

 

7.      Da molte parti raccogliamo i segni di una preoccupante crisi di appartenenza che i giovani manifestano nei confronti del mondo adulto e delle sue istituzioni sociali e politiche. Le conseguenze di tale sradicamento sono l'autoemarginazione e la solitudine, alle quali si tenta di sfuggire identificandosi con gruppi fortemente caratterizzati (magari per la violenza ideologica e comportamentale) oppure disperdendosi nei riti di massa ormai propri di molta parte del mondo giovanile (la discoteca, il tifo sportivo...).

          Ora se è naturale che i giovani esprimano una soluzione di continuità rispetto a ciò che li ha preceduti, diventa invece preoccupante il pensare che il distacco possa dipendere dal non sentirsi coinvolti in una comunità di persone che permette di vivere la condivisione e la partecipazione di cui ciascuno ha bisogno.

          Per questo sembra necessario creare le condizioni -anche nella scuola- per una nuova ed efficace formazione alla cittadinanza, cioè alla relazione interpersonale di reciprocità, che va fondata e vissuta nel rispetto dei diritti e dei doveri, nell'accoglienza e nella solidarietà, e anche nella sobrietà circa l'uso dei beni, per garantire giuste condizioni di vita per tutti, per oggi e per domani. L'educazione alla cittadinanza infatti aiuta a non dimenticare -data l'interdipendenza che ormai lega tutti i paesi del mondo- che ­tutte le nostre scelte hanno ripercussioni molto ampie, e spesso si traducono in un aggravio di peso caricato sulle spalle dei popoli meno fortunati. Tale educazione, inoltre, non può dimenticare che le nostre città e i nostri paesi stanno sempre più assumendo un volto multietnico e multiculturale, per l'immigrazione di uomini e donne in cerca di lavoro e di dignità.

          E' dunque compito della scuola contribuire alla crescita di tale nuova cittadinanza, offrendo l'immagine e l'esperienza di una comunità di persone, dove, nel rispetto della diversità di ruoli e di competenze, i giovani possono imparare e vivere concretamente i processi della partecipazione, della democrazia, della responsabilità personale nel lavoro, dell'attenzione agli altri, soprattutto a chi è meno dotato o ha più problemi. In tal modo la scuola potrà costituirsi anche come comunità educante, attorno a valori progettuali condivisi e in dialogo con la società civile.

          C'è anzi una sfida culturale e morale che oggi travaglia il nostro paese e interpella pure la scuola: è l'impegno a dar vita a una cultura e a un ordinamento socio-politico che sappiano salvaguardare contemporaneamente i valori propri delle identità locali, e l'apertura solidale al più vasto àmbito nazionale, europeo e mondiale.

          Una possibilità positiva circa tale problema potrà nascere per la scuola dal confronto in atto circa l'autonomia scolastica, se l'autonomia saprà armonizzare le esigenze e le risorse locali, in un quadro unitario di riferimento, che garantisca eque opportunità e obiettivi comuni a tutto il Paese in vista di uno sviluppo autenticamente unitario e democratico.

 

Scuola e cultura

 

8.      Tutti noi ci troviamo oggi sommersi da una molteplicità confusa e spesso contraddittoria di messaggi, diversi per contenuto e provenienza. E' un mondo frastornante nel quale è difficile, se non impossibile, orientarsi e trovare qualche criterio di selezione e di ordine. Di fatto ne vediamo le conseguenze, particolarmente pesanti nei bambini e nei giovani: uno stato diffuso di disorientamento, che conduce allo scetticismo e al relativismo, o a un'adesione qualunquistica a idee che sono frutto di esperienze occasionali o della comunicazione anonima del cosiddetto "tempo libero" o magari del tempo bruciato nel pendolarismo quotidiano.

          In questa situazione, la scuola (come ogni altra istituzione educativa, famiglia compresa) si rende conto di perdere terreno nei confronti della possibilità di incidere sulla mentalità delle giovani generazioni. Pensiamo che ciò non deve indurre nella tentazione di stare al passo con i giovani inseguendo ciò che stuzzica l'attenzione del momento, oppure limitandosi ad indagare e descrivere i fenomeni propri del mondo giovanile: i fatti dell'attualità hanno sempre radici lontane e complesse che vanno studiate; e l'educatore non è un osservatore passivo, ma una guida alla scoperta di significati e di risposte. In tal senso si può dire, piuttosto, che compito della scuola è offrire un sapere per la vita, e questo in due direzioni.

          La prima consiste nell'offerta di strumenti che permettono ai giovani di interpretare e ordinare criticamente i molteplici messaggi ricevuti in vario modo. Ciò comporta, da parte della scuola, l'impegno di predisporre percorsi di conoscenza e di valutazione dei linguaggi e dei quadri di riferimento, che caratterizzano la fitta rete della comunicazione.

          La seconda è la paziente e continuativa introduzione nel mondo dei significati umani (personali e collettivi), che sono stati e sono continuamente intuiti, comunicati e custoditi nella letteratura e nell'arte, nella ricerca scientifica e filosofica, nell'esperienza spirituale e religiosa. Da questo orizzonte di valori della persona, i giovani potranno trarre i criteri per una valutazione sapienziale e morale dei messaggi e delle esperienze.

          Un sapere per la vita è dunque il possesso di strumenti mentali, di informazioni corrette e di riferimenti ideali, che rende possibile il distacco critico e l'autonomia personale, senza dei quali non ci sono libertà e responsabilità.

 

9.      La riflessione che abbiamo svolto fin qui sul progetto educativo della scuola dovrebbe rendere comprensibile anche il contributo che la Chiesa offre alla scuola con l'insegnamento della religione cattolica, impartito nel rispetto della natura e dei fini della scuola stessa, e in un quadro di reciproca e leale collaborazione con lo Stato.

          Siamo convinti infatti che tale insegnamento concorra in modo costruttivo alla definizione dell'orizzonte di valori propri della vocazione umana integrale; rappresenti il filone interpretativo più profondo della cultura e della storia del nostro popolo; e si ponga non come fattore di divisione, ma come elemento valido per la costruzione di una convivenza civile che sia frutto della collaborazione tra le diverse anime del nostro Paese.

 

 

I PROTAGONISTI DEL PROGETTO

 

10.    Abbiamo già avuto modo di dire che l'anima e l'energia di ogni progetto per la scuola sono le persone che operano in essa o che, nella comunità civile, esprimono compiti e responsabilità attinenti alla vita del mondo scolastico.

          Con tali persone vorremmo ora poter dialogare direttamente, offrire un contributo alla maturazione di una coscienza sempre più collaborativa. La scuola infatti non può correre il rischio di essere considerata un àmbito a sé, o di diventare spazio e oggetto di rivendicazioni settoriali derivanti dalle sue componenti o da soggetti politici  e sociali di parte ad essa interni.

 

I ragazzi e i giovani

 

11.    Scegliamo come primi interlocutori i ragazzi e i giovani, perché in essi riconosciamo i protagonisti centrali, e non i destinatari o gli utenti della scuola. Con loro vorremmo riflettere sui motivi che rendono talora problematico e poco significativo il rapporto che vivono con la scuola, anche se periodicamente li vediamo esprimere dei tentativi (o movimenti) di "riappropriazione" della scuola stessa. Ci sembra infatti di capire che non manchi la serietà nell'impegno dello studio, ma che tale impegno sia vissuto spesso come una specie di percorso obbligato per avere accesso al lavoro e ai compiti sociali, più che come un'esperienza significativa per la vita attuale e per la crescita personale verso il futuro.

          E' ovvio che, in una relazione responsabilmente educativa, tocca alla scuola fare il primo passo per accogliere i valori e le attese del mondo giovanile e per aprire spazi concreti di dialogo e di partecipazione. Ma è anche nei giovani che speriamo di veder crescere -nella misura e nei modi propri dell'età- il senso del dialogo e della partecipazione verso la scuola, superando atteggiamenti e interessi di tipo individualistico e sviluppando la collaborazione, nel rispetto della diversità dei ruoli e delle competenze.

          Per tutti, e quindi anche per i ragazzi, il primo luogo di impegno è la vita quotidiana della classe, dove si possono costruire insieme percorsi culturali attivi e condivisi, e relazioni interpersonali di rispetto e di reciproco aiuto, con particolare attenzione a chi è più debole.

          Un secondo passo sarà poi la collaborazione ad animare la vita dell'istituto, con una presenza responsabile negli organismi di partecipazione assembleari o consiliari; con la valorizzazione dei "progetti" via via elaborati per vitalizzare la funzione educativa della scuola; con l'impegno nella promozione di attività culturali e di aggregazione capaci di far crescere le persone, i rapporti personali, la sensibilità civile nei confronti delle problematiche sociali e morali.

 

Le famiglie

 

12.    Nella Lettera alle famiglie (n.16) Giovanni Paolo II ha ricordato ai genitori che essi sono "i primi e principali educatori dei propri figli" e che "avendo in questo campo una fondamentale competenza...essi condividono la loro missione educativa con altre persone e istituzioni, come la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà", e cioè nel rispetto della diversità dei compiti e delle responsabilità.

          Vogliamo far eco alla parola del Papa, invitando famiglie e scuola a una più ampia intesa reciproca. Sappiamo infatti che la collaborazione tra scuola e famiglia, anche se nata da una generosa volontà di incontro, ha registrato non poche difficoltà: da una parte la scuola, già appesantita dai problemi interni,  si è mostrata talora perplessa e diffidente verso l'ingresso dei genitori; dall'altra i genitori, anche per le difficoltà che la famiglia vive al proprio interno circa i rapporti tra generazioni, non sempre hanno mostrato di credere alle opportunità offerte dalla scuola e si sono limitati a interessi e interventi circoscritti. Per questo riteniamo importante che la famiglia e la scuola ripensino le ragioni della loro vocazione educativa, e che lo spazio decisivo di collaborazione sia costituito proprio dal progetto educativo, da far crescere con il contributo di tutti.

          L'impegno dei genitori nella scuola ha bisogno però di essere sostenuto e condiviso da parte delle famiglie, in uno spirito autenticamente comunitario. E' quindi auspicabile che esse si sentano e si costituiscano come comunità viva all'interno della scuola, anche valorizzando l'associazionismo familiare, allo scopo di elaborare insieme -e in dialogo con i docenti- le competenze e gli strumenti necessari per una presenza incisiva e corretta nella vita scolastica.

 

Docenti e dirigenti scolastici

 

13.    La società italiana deve molto ai docenti e ai dirigenti scolastici di ogni ordine e grado, importanti protagonisti e quasi custodi della tradizione e del significato della scuola. Va riconosciuto però che alcuni cambiamenti, intervenuti nel sistema scolastico a più riprese, a diversi livelli e in modo non sempre coordinato, hanno influito talvolta anche pesantemente sulla loro identità e sul loro ruolo: pensiamo, ad esempio, alle regole per il reclutamento del personale, alla formazione iniziale e in servizio, alla riorganizzazione  della funzione docente richiesta dalle riforme di programmi e di ordinamenti... Diventano allora comprensibili il disorientamento, la sensazione di delusione e di stanchezza, e anche la frustrazione che caratterizzano diffusamente la vita di questi preziosi operatori della scuola.

          Sentiamo perciò di dover condividere con i dirigenti scolastici e con gli insegnanti l'esigenza urgente di ridefinire secondo un più alto profilo la figura dell'educatore nella scuola, facendo sintesi tra competenze professionali e motivazioni educative, con una particolare attenzione alla capacità di dialogo oggi richiesta dall'esercizio sempre più collegiale della professionalità docente. Infatti nelle attese dei giovani e delle famiglie, l'educatore viene visto e desiderato come un interlocutore accogliente e preparato, capace di motivare i giovani a una formazione integrale; di suscitare e orientare le loro energie migliori verso una positiva costruzione di sè e della vita; e anche di essere un testimone serio e credibile della responsabilità e della speranza di cui la scuola è debitrice verso la società.

          C'è ancora un dato che merita di essere preso in considerazione: la presenza femminile che è divenuta preponderante nel corpo docente. Si tratta di un elemento che rappresenta una potenzialità in più per la vita scolastica, in quanto valorizza la particolare ricchezza che il "genio femminile" esprime, soprattutto con l'attenzione alla concretezza delle persone e alla qualità delle relazioni umane (cf. Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n.30).

 

I responsabili delle istituzioni pubbliche

 

14.    Ai responsabili delle istituzioni pubbliche spetta il compito fondamentale di attuare la mediazione tra le esigenze e le funzioni della scuola, e le dinamiche dello sviluppo del Paese, alla luce del bene comune.

          E' doveroso da parte di tutti riconoscere quanto di buono è stato fin qui fatto, in particolare con le riforme della scuola dell'obbligo e con i "progetti" per ragazzi, giovani e genitori. E' anche giusto però ricordare che i ritardi e i disguidi che si vanno accumulando rischiano di far perdere alla scuola il contatto con le istanze del nostro tempo e di accentuare ulteriormente la divaricazione tra scuola e società.

          Ci auguriamo perciò che il mondo politico possa costruire e garantire un quadro di riferimento legislativo unitario che assicuri la crescita equilibrata della scuola in tutto il Paese, e apra il sistema scolastico alla partecipazione effettiva delle famiglie, dei cittadini, dei gruppi sociali legittimamente interessati. Ciò comporterà l'impegno a riarticolare le istituzioni scolastiche in una concreta prospettiva di decentramento, di autonomia e di parità normativa ed economica fra strutture statali e non statali, nella logica di un sistema scolastico integrato che rispetti senza riserve la libertà educativa dei genitori.

 

 

LE COMUNITA' CRISTIANE E LA SCUOLA

 

15.    Ci rivolgiamo infine alle comunità cristiane per ricordare loro che prendersi cura dell'educazione e della scuola è un atto d'amore per l'uomo, e insieme un gesto di fedeltà al Maestro divino, che ha dato la sua vita per tutti e vuole incontrare ed accompagnare ciascuno in tutti i momenti significativi dell'esistenza.

          L'appello a vivere, testimoniare e annunciare il vangelo della carità ci impegna a scoprire ogni via opportuna per dire all'uomo che Dio lo ama, e a dirlo con i segni concreti dell'amore che diventa servizio.

          Nel campo dell'educazione e della scuola oggi ancora molte realtà attendono dalle comunità cristiane segni concreti che rivelino l'amore di Dio: il numero crescente di immigrati, che hanno bisogno dell'alfabetizzazione necessaria per inserirsi nella società italiana, e che portano con sè bambini di età scolare; il legame drammatico, soprattutto in alcune zone d'Italia e nelle periferie urbane, tra evasione o abbandono scolastico ed emarginazione sociale, devianza e delinquenza giovanile; il numero crescente di famiglie fragili e smarrite sul piano educativo, incapaci di far fronte alla complessità del rapporto con i figli; la preoccupante eclissi delle grandi tensioni ideali, che porta al ripiegamento su orizzonti sempre più angusti e consumistici.

          Per questo vorremmo compiere un’ideale riconsegna alle comunità cristiane del Sussidio Fare pastorale della scuola, oggi, in Italia, predisposto dall'Ufficio C.E.I. per l'educazione cattolica, la cultura, la scuola e l'università. Con tale gesto chiediamo alle nostre comunità ecclesiali la decisione e la fiducia necessarie per ravvivare un'organica pastorale della scuola, per animare la comunità cristiana alla condivisione e all'impegno missionario verso la scuola; per sostenere, orientare e far vivere nella comunione l'impegno dei cristiani che, a vario titolo, vivono nella scuola o operano per essa. Ad essi infatti è affidato il compito di animare cristianamente l'educazione scolastica, mettendo in luce e facendo crescere i germi positivi che essa già porta in sè, e testimoniando al suo interno la potenza salvifica del Risorto che libera l'uomo e le realtà umane dal peccato e dischiude possibilità nuove e impensate.

          Riteniamo importante richiamare alcune priorità pastorali, affinchè orientino le scelte operative opportune.

 

16.    Una migliorata attenzione al problema educativo e alla funzione educativa della scuola dovrebbe condurre le nostre comunità a interrogarsi sulla loro effettiva capacità di educare alla fede, sulla possibilità-necessità di progettare e proporre itinerari organici e incisivi di iniziazione cristiana e di formazione permanente alla vita secondo il Vangelo.

          Talora infatti la preoccupazione di offrire un minimo di proposta a tutti rischia di tradursi nell'offerta a tutti di una proposta minimale, occasionale e frammentaria, più legata a temi del momento che non alla permanente novità e all'organicità dell'annuncio cristiano. E' comunque essenziale ricordare che soltanto una comunità di adulti nella fede può diventare luogo di educazione alla fede.

 

17.    Siamo spesso angustiati perchè la nostra pastorale giovanile non trova facilmente lo slancio missionario di cui ha bisogno: le proposte di evangelizzazione rischiano di limitarsi ai giovani che già vivono un rapporto con la comunità cristiana, e non raggiungono coloro che sperimentano situazioni di marginalità o devianza, nè coloro -sembrano la maggioranza!- che si lasciano vivere nella banalità quotidiana, senza forti riferimenti educativi e di valore.

          Eppure la grande maggioranza di tali giovani è presente nella scuola, e nella scuola incontra altri giovani e educatori adulti credenti, che possono aiutarli a mettersi nell'atteggiamento di ricerca sincera della verità e possono offrire la testimonianza di una Verità che libera e arricchisce l'esistenza, nelle diverse modalità culturali e relazionali proprie della vita scolastica e nel rispetto della coscienza di ciascuno.

          Gli insegnanti di religione cattolica, ma non loro soltanto, possono trovare qui uno spazio significativo per esprimere la propria particolare professionalità educativa e culturale.

          Le associazioni ecclesiali giovanili e, in particolare, le aggregazioni studentesche di ispirazione cristiana, che dovrebbero trovare nella comunità sostegno e incoraggiamento, hanno il compito di far maturare i giovani nella responsabilità pastorale nei confronti della scuola.

 

18.    Il riferimento all'insegnamento della religione cattolica ci porta a ricordare che, in tale campo, da dieci anni la Chiesa e lo Stato hanno realizzato congiuntamente un accordo che assicura una presenza originale e aperta.

          Lo sviluppo di questo patto di collaborazione rimane, certo, tuttora incompleto, perchè alcune questioni importanti e urgenti (come lo stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica) rimangono ancora irrisolte, e perchè l'attuazione dei singoli dettati non trova ovunque risposte lineari e convincenti. Da parte nostra però, sappiamo che l'unica via per onorare fino in fondo il patto sottoscritto è quella di sviluppare sempre meglio l'identità e la qualità dell'insegnamento della religione cattolica, in vista delle potenzialità educative che esso può svolgere all'interno delle dinamiche scolastiche.

          Siamo infatti convinti della valenza educativa e culturale che si sprigiona dai princìpi del cattolicesimo, quando essi vengono presentati nella loro integralità e obiettività. E pensiamo che di ciò siano convinti pure i giovani e le famiglie che continuano a scegliere l'insegnamento della religione cattolica in numero tanto elevato.

 

19.    Gli adulti credenti che svolgono un compito educativo nella scuola devono trovare nella comunità cristiana l'aiuto necessario per il servizio di promozione umana e di evangelizzazione al quale sono chiamati.

          Strumenti importanti per l'accompagnamento dei docenti rimangono le associazioni laicali ecclesiali di categoria: l'Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) e l'Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi (UCIIM). Per i genitori ricordiamo l'Associazione Genitori (AGe) di ispirazione cristiana, e l'Associazione Genitori della Scuola Cattolica (AGeSC). Si tratta di esperienze aggregative che oggi incontrano notevoli difficoltà, comuni a tutta la realtà associativa: il senso di appartenenza è limitato, c'è una pluralità di riferimenti legati alla varietà di interessi personali, il servizio nella scuola non è sempre forza motivante per l'impegno, il tempo a disposizione è sempre poco.

          Alle associazioni interessate raccomandiamo comunque di non perdere la fiducia e di cercare i modi per riproporre in forme anche nuove l'esperienza associativa e l'elaborazione comunitaria della sintesi tra fede e vita professionale, con attenzione ai nuovi problemi della scuola.

          Alle comunità cristiane chiediamo di riconoscere e valorizzare la specifica vocazione dei laici per la missione nel mondo, anche incoraggiando le forme associative più recenti di impegno e arricchendo il servizio pastorale delle comunità con il contributo proprio di quanti vivono tale esperienza.

 

20.    La Chiesa in Italia possiede una grande ricchezza di strutture educative e scolastiche. Esse esprimono una vocazione e una capacità di servizio che vanno ben oltre alle prestazioni concrete offerte quotidianamente agli alunni e alle famiglie, ma che non possono oggi esprimersi con pienezza, a motivo delle difficoltà che le istituzioni scolastiche non statali incontrano e che riguardano la loro stessa sopravvivenza.

          Vogliamo allora ribadire quanto hanno affermato nel 1983 i Vescovi Italiani nel documento La scuola cattolica, oggi, in Italia (riconsegnato alle comunità cristiane con il Convegno nazionale del novembre 1991): "Specialmente in tempo di crisi e di incertezza, non è utile a nessuno mettere a tacere voci e presenze dalle quali può venire un aiuto e un'indicazione per il cammino da fare" (n.2).

          Alle scuole cattoliche esprimiamo di nuovo la nostra stima e la nostra riconoscenza, insieme con l'invito a sviluppare il proprio compito con viva attenzione al mondo che le circonda, alle sue attese e alle sue povertà, all'evoluzione della società e ai suoi dinamismi.

          Alle comunità cristiane ricordiamo il dovere di condividere la fatica delle scuole cattoliche, con la comprensione e il sostegno, in attesa che legislatori e governanti mettano le famiglie in condizione da far fronte con pari dignità agli impegni derivanti dal diritto -che le famiglie hanno- di scegliere per i figli la scuola che ritengono più conforme alle loro convinzioni religiose e al loro progetto educativo.

 

21.    Una responsabile pastorale dell'educazione e della scuola impegna le comunità cristiane a prestare attenzione anche al mondo dell 'Università.

          Su questo tema i Vescovi Italiani già si sono espressi nella Lettera su alcuni problemi dell'università e della cultura in Italia (1990). E' qui sufficiente ricordare che il dialogo tra Chiesa e Università è essenziale per il compito che la Chiesa ha davanti a sè: di inculturare il Vangelo (cioè di dire la buona notizia dell'amore di Dio in modo significativo per la cultura del nostro tempo) e di evangelizzare la cultura, di aprirla alla forza giudicante e rinnovante del Vangelo.

 

 

*  *  *

 

 

22.    Scriviamo questa lettera mentre la Chiesa Italiana si sta preparando al Convegno Ecclesiale di Palermo, con l'impegno di fare del "Vangelo della carità" una forza viva di rinnovamento per il nostro Paese. Già il terzo millennio si profila all'orizzonte. Abbiamo davanti agli occhi l'immagine del Cristo risorto che annuncia: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5). Egli ci esorta a vedere con occhi nuovi la vicenda umana e ad essere segno credibile della novità che sta nascendo nel cuore del mondo, al di là di ogni resistenza e oscurità.

          Per questo il nostro appello alla speranza non è un discorso ritualmente consolatorio: è evocazione delle possibilità più autentiche e vitali che sono depositate nell'uomo e nella storia, e per chi crede in Gesù Cristo è certezza che Dio opera in ogni stagione, semina valori in ogni solco dell'esistenza umana.

          A quanti sono impegnati nell'educazione e nella scuola ricordiamo l'immagine di Gesù che, nella sinagoga di Nazareth, dichiara di essere venuto per "annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). L'evangelista Luca commenta: "Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 3,22). Infatti Gesù si propone come straordinario Maestro: le sue parole rivelano l'amore di Dio che si curva sull'uomo, la sua vita manifesta la forza di un amore supremo che giunge all'offerta di sè, al sacrificio della croce. La parola è autorevole quando è suffragata dalla vita.

          Alla Madre del Maestro di Nazareth chiediamo, per noi e per tutti, di poter dire parole che fanno sperare, affinchè non manchi in nessuno di noi amore bastante per fare della nostra vita un dono.

 


 

 

Indice

 

 

          L'educazione: questione centrale

 

          Linee per un progetto educativo

                 Scuola e persona

                 Scuola e comunità

                 Scuola e cultura

 

          I protagonisti del progetto

                 I ragazzi e i giovani

                 Le famiglie

                 Docenti e dirigenti scolastici

                 I responsabili delle istituzioni pubbliche

 

          Le comunità cristiane e la scuola

 

 

 

 

 

Ufficio Nazionale della CEI                                                         Ufficio Nazionale della CEI

per l’educazione, la scuola e l’università                                      per i problemi sociali e il lavoro

 

 

 

 

 

 

PER UN SISTEMA EDUCATIVO
DI ISTRUZIONE E DI FORMAZIONE

 

in risposta alle domande dei giovani, delle famiglie e della società

 

  

Sussidio pastorale

 


 

INTRODUZIONE

 

 

 

1. Lo scenario dal quale prendono le mosse le riflessioni contenute in questo sussidio è costituito dalla diffusa consapevolezza che la qualificazione del sistema educativo di istruzione e di formazione è un fattore sempre più decisivo non solo ai fini della crescita e della valorizzazione della personalità dei giovani, ma anche dello sviluppo complessivo del Paese. L’attuale fase di transizione europea e mondiale è contrassegnata dal ruolo cruciale che, nella organizzazione sociale, vanno assumendo i processi di apprendimento come strumento di crescita personale e collettiva. Nella cosiddetta “società della conoscenza”, la riforma dei sistemi educativi di istruzione e di formazione assume una particolare rilevanza. La qualificazione e il potenziamento di questo settore, infatti, sono avvertiti come un punto chiave al centro dell’intreccio che collega le politiche sociali (i nuovi sistemi di welfare), quelle istituzionali (l’autonomia e il decentramento), quelle economiche (competitività) e del lavoro (produttività). Ai processi di apprendimento si guarda come ad uno strumento prioritario di crescita dello sviluppo personale e, grazie a questo, sia della occupabilità sia della coesione sociale e della cittadinanza attiva. Si delinea un quadro culturale, sociale, economico, istituzionale tale da imporre una profonda ridefinizione e innovazione di ciò che viene inteso come educazione, diritti dei cittadini, libertà di scelta educativa, istruzione e formazione professionale, competenza, istituzioni formative.

 

2. Il presente sussidio intende segnalare all’attenzione della comunità cristiana due punti chiave del processo di riforma avviato anche nel nostro Paese. Essi devono essere considerati nel loro insieme e nella loro relazione: l’autonomia e l’integrazione dei percorsi formativi.

Il primo punto è che il nostro sistema educativo di istruzione e di formazione è già stato profondamente trasformato da un processo di riforma a partire dall’entrata in vigore dell’autonomia e lo sarà ancora di più dall’introduzione delle ulteriori riforme costituzionali che sono all’ordine del giorno del dibattito attuale (modifica del Titolo V della Costituzione).

Il secondo riguarda il fatto che la scuola non può pensarsi al di fuori di un sistema formativo allargato e sempre più integrato. Infatti, è la complessità della vita sociale che richiede l’esistenza di un sistema graduale e continuo di formazione, interconnesso con il sistema, altrettanto graduale e continuo, dell’istruzione.

Riconoscere e armonizzare i percorsi educativi in una logica di convergenza e di integrazione significa non solo realizzare un sistema formativo integrato fra istruzione generale e formazione professionale, fra scuola statale e non statale, ma proporsi l’obiettivo comune di maturare insieme la persona, il cittadino e il lavoratore.

Si tratta, da parte della comunità cristiana, di acquisire un’ottica pastorale complessiva dei processi formativi e di farsi carico (secondo le diverse responsabilità dei pastori e dei laici) della loro progettazione e attuazione. È una responsabilità del discernimento ecclesiale comunitario non perdere mai di vista la crescita integrale, insieme critica e solidale, della persona così come anche il suo inserimento in modo attivo e flessibile nella società e nel mercato del lavoro che l’innovazione tecnologica ha prodotto. È molto importante che non manchi il contributo della comunità cristiana affinché sia garantita l’unità e l’equità del sistema pubblico dell’istruzione così come anche la sua aderenza alla personalità di ciascuno (i tassi di dispersione rimangono troppo elevati). Occorre inoltre che sia sostenuta la capacità del sistema pubblico dell’istruzione di interagire con l’evoluzione del sistema sociale e produttivo, superando le separazioni tra scuola e lavoro, tra scuola e formazione professionale, tra scuola statale e non statale. Si tratta anche di contribuire alla costruzione condivisa di un sistema educativo di istruzione e di formazione nello stesso tempo unitario ed espressione autentica dei diritti della società civile e delle sue articolazioni.

 

 

Le politiche educative e la conversione missionaria delle comunità cristiane

 

3. Così si esprimono gli orientamenti pastorali dei vescovi italiani: «Se comunicare il Vangelo è e resta il compito primario della Chiesa, guardando al prossimo decennio […] intravediamo alcune decisioni di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale. In particolare: dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria; fondare tale scelta su un forte impegno in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico, culturale, umano; favorire, in definitiva, una più adeguata ed efficace comunicazione agli uomini, in mezzo ai quali viviamo, del mistero del Dio vivente e vero, fonte di gioia e di speranza per l’umanità intera»[1]. La speranza, oggi, per i giovani del nostro Paese, si edifica in modo sempre più decisivo nei percorsi istruttivi e formativi che condizionano profondamente la crescita della persona e la sua compiuta e integrale maturazione. Mentre celebra i quarant’anni dalla conclusione del Concilio, la Chiesa italiana vuole riprendere gli intenti e lo slancio per annunciare il Vangelo della speranza. In questo orizzonte si colloca anche il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.

I temi dell’istruzione, della valenza educativa dell’istruzione, della cultura del lavoro, della formazione professionale, del rapporto tra istruzione e formazione sono strategici. Una missionarietà alimentata dalla speranza non può non condividere e farsi carico con responsabilità delle prospettive della formazione delle giovani generazioni essenziali per lo sviluppo del Paese.

 

 

Un impegno congiunto della pastorale della scuola e della pastorale dei problemi sociali e il lavoro

 

4. Il cammino innovativo delle riforme, basato sull’autonomia e sull’integrazione dei percorsi dell’istruzione e della formazione, costituisce per la comunità cristiana quasi un appello da riconoscere e un impegno da assumere con una mobilitazione proporzionata all’importanza della sfida. La novità è costituita dal fatto che occorre attualizzare e tradurre, rielaborandoli, principi che per il laicato cattolico rimandano tanto al magistero sull’educazione e sulla scuola (a partire dalla Gravissimum Educationis) quanto a quello sui problemi sociali e sul lavoro contenuti nella Dottrina sociale della Chiesa. La riforma dei processi formativi, infatti, intreccia questioni essenziali riguardanti le competenze dei soggetti implicati, la democraticità delle decisioni, la sussidiarietà orizzontale e verticale (Stato, Regioni, Comuni, istituzioni scolastiche autonome), l’interconnessione tra processi produttivi e formativi, le politiche della qualità e quelle dell’integrazione sociale. È la condizione giovanile, cioè la progettualità personale e professionale dei giovani, che va posta al centro dell’attenzione ecclesiale e quindi considerata come questione cruciale nel dibattito attuale sulle riforme dei percorsi formativi. Sul versante pastorale, l’avvio di un adeguato discernimento comunitario sul tema dei processi formativi e della loro integrazione non può essere affrontato se non si avvia una riflessione congiunta più convinta e vigorosa, anche a livello locale, sia da parte della pastorale della scuola sia della pastorale dei problemi sociali e il lavoro.

 

5. Questo testo è espressione di un intento comune dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro: un cammino condiviso con le associazioni, i movimenti e i gruppi ecclesiali e di ispirazione cristiana che rappresentano i docenti (AIMC, Diesse, UCIIM), i genitori (AGe, AGeSC, FAES), gli studenti (MSAC, GS, MSC), i dirigenti (DISAL), il mondo della scuola cattolica (FIDAE, FISM, FOE) e il mondo della formazione professionale, che ha in FORMA l’associazione di riferimento.

Intende essere uno strumento per orientare i due settori pastorali a proporre insieme una riflessione idonea e ad attuare le conseguenti iniziative di sensibilizzazione della comunità cristiana. In questo senso si tratta anche di un richiamo ai cattolici singoli e associati, tanto a quelli operanti nel settore formativo, sociale e del lavoro, quanto a quelli impegnati a vario titolo nelle comunità cristiane, alle ragioni del camminare insieme.

Se compete ai pastori la segnalazione delle questioni e dei problemi emergenti soprattutto sotto il profilo morale, sociale, spirituale e il suggerimento dell’ispirazione cristiana per la soluzione dei medesimi, spetta ai laici non far mancare al discernimento comunitario lo studio, l’approfondimento scientifico e la traduzione nel contesto vitale secondo il compito che è loro “specifico” e “proprio”. In questo campo dell’istruzione e della formazione i due Uffici nazionali della CEI hanno ritenuto di dover offrire ai rispettivi settori e ai laici singoli e associati in essi operanti un sussidio utile per il discernimento pastorale. Si tratta dunque di uno strumento che viene offerto anzitutto ai responsabili diocesani e regionali degli uffici di pastorale dell’educazione e della scuola e di quelli della pastorale dei problemi sociali e il lavoro, affinché possano orientare e far convergere le scelte del laicato competente e in linea generale della comunità cristiana.

È una riflessione che auspichiamo possa essere oggetto di attenzione da parte delle competenti autorità scolastiche e formative (Ministero della Pubblica istruzione e Ministero del Lavoro, Direzioni scolastiche regionali, Regioni), delle forze culturali e di quelle politiche e parlamentari.


 

PARTE I

Necessità di una politica educativa di grande respiro

 

 

 

6. L’intensa stagione riformatrice che ha interessato da almeno un decennio il sistema educativo italiano nel suo complesso delinea un quadro culturale, sociale, economico, istituzionale tale da richiedere incisive innovazioni. Il piano adeguato nel quale collocare tali questioni non è né quello ideologico né quello corporativo, interessato esclusivamente al destino di una o dell’altra componente del sistema, e neppure quello limitato all’ingegneria istituzionale. La prospettiva corretta cui fare riferimento è quella educativa dello sviluppo della personalità da considerare nel quadro delle esigenze della cosiddetta “società cognitiva”.

 

 

“Società cognitiva” e nuovi rapporti tra istituzioni e società: il principio guida è la persona

 

7. La “società cognitiva”, caratterizzata dall'avvento delle nuove tecnologie dell'informazione, dallo sviluppo scientifico e tecnico e dalla mondializzazione dell’economia, è chiamata a incamminarsi rapidamente verso nuovi traguardi sociali, ridisegnando i rapporti tra istituzioni e società. I sistemi di nuovo welfare sono a questo proposito indicativi: rispetto a quelli usuali, essi devono oggi assicurare ai cittadini di una società complessa e globalizzata, ma anche frammentata e soggetta a forti tensioni, le condizioni reali di esercizio dei diritti che mirano alla piena realizzazione della personalità di ciascuno.

 

8. La realizzazione della società dell’innovazione e della conoscenza rappresenta per l’Europa una sfida di grande valore civile, su scala planetaria, un obiettivo strategico di grandi ambizioni. Nei programmi dell’Unione Europea si tratta di un obiettivo da raggiungere con una strategia centrata su tre pilastri: la competitività, la crescita economica e la coesione sociale. L’Unione europea sviluppa questa prospettiva concentrandosi sulle seguenti formule, che costituiscono il fondamento comune delle innovazioni legislative in tema di educazione e di politiche del lavoro:

-          l’educazione e la formazione lungo tutto il corso della vita;

-          la centralità dei diritti civili e sociali dei cittadini, nessuno escluso;

-          la competitività nel quadro dell’economia mondiale globalizzata;

-          l’autonomia e la libertà di educazione;

-          la rilevanza dell’istruzione e della formazione professionale.

Questa prospettiva, sotto diversi aspetti troppo funzionale alle esigenze economiche, va fondata su di una solida visione personalistica e solidaristica.

 

 

Politiche educative e centralità della persona: compiti, criticità e resistenze

 

9. Auspichiamo che l’educazione della persona sia assunta come principio-guida della “società cognitiva”, come criterio positivo a cui tendere nel dare attuazione alle formule sopraindicate.

 

- L’educazione e la formazione lungo tutto il corso della vita. Indica l’acquisizione di un principio di educazione continua e permanente che supera la frattura tra scuola e lavoro, tra teoria e attività pratica, tra il momento della formazione e quello dell’azione. Ciò è tanto più significativo oggi di fronte alla rapida obsolescenza delle competenze personali e dell’analfabetismo di ritorno, fenomeni che erano assenti dalle riflessioni che hanno generato i sistemi educativi così come oggi li conosciamo. Non basta però ritenersi soddisfatti se aumentano gli anni di scuola, se diminuiscono gli abbandoni, se risulta incrementata la quantità delle qualifiche, dei diplomi e delle lauree. Occorre guardare alla qualità della cultura e dell’educazione complessive di chi apprende e di chi insegna. Se la paideia e l’impostazione culturale di fondo appare ancora connotata da una separazione tra il sapere da una parte, l’agire e il fare dall’altra, permane insuperato il vincolo di una separazione profonda tra scuola e lavoro, tra formazione iniziale e continua. Occorre riconoscere che sul piano culturale è diffusa una mentalità per cui non solo la scuola (il sapere), la fabbrica (il fare) e le relazioni sociali e politiche (l’agire) sono tra loro settori separati, ma sono anche, al loro interno, ulteriormente sottodistinti (parcellizzazione dei saperi, eccessivo peso delle discipline…). Anche sul piano istituzionale c’è una grande resistenza a promuovere una politica dell'educazione orientata a moltiplicare le istituzioni e i mezzi educativi, ad assicurare l'accesso più largo alle risorse formative, a diversificare le offerte educative accreditate nel modo più esteso possibile per cui, a parità di risultati, sia riconosciuta, in linea generale, l'eguaglianza di tutti i percorsi formativi, sia formali che informali, sia istituzionalizzati che non. La sfida che intende porre al centro i processi di apprendimento necessari ai fini della crescita personale di ciascuno e sociale ed economica per tutti, non si potrà mai vincere contando soltanto sul contributo delle strutture educative di istruzione e di formazione che promuovono gli apprendimenti formali. Nel campo delle politiche attive giovanili e del lavoro occorrerà guardare con attenzione alle reti (serali, in alternanza…) che vedono anche la corresponsabilità degli Enti locali, territoriali (Asl, comunità montane…), delle imprese, dei sindacati.

 

- La centralità del cittadino, della sua responsabilità e dei nuovi diritti civili e sociali. Rappresenta un principio che riscatta la persona a fronte di processi di omologazione e di sudditanza oltre che di inautenticità che si diffondono nelle società complesse. Propone soprattutto una nuova prospettiva all’educazione: offrire effettivamente lo spazio di una partecipazione attiva del soggetto e di una piena valorizzazione della dimensione intersoggettiva e comunitaria. Questo indica da un lato la necessità di riferire il processo di apprendimento alle reali potenzialità del singolo nel contesto delle comunità di appartenenza piuttosto che a standard freddi ed omologanti; dall’altro segnala la necessità di coniugare l’eguaglianza civile e politica dei cittadini con il rispetto dei loro particolari legami storici e religiosi. Anche se si considera il versante dello sviluppo del Paese, occorre ribadire che il capitale economico si regge sul capitale sociale il quale a sua volta si regge sul “capitale umano” personale. Lo sviluppo economico non può essere autoreferenziale. Ha sempre avuto e ha, anche oggi, bisogno di sviluppo sociale per alimentarsi. Ma quest’ultimo può attivarsi e consolidarsi solo dove esista sviluppo educativo e culturale personale. In questo senso il concetto di competenza assegnato come compito al sistema integrato di istruzione e di formazione può essere significativo e utile se viene da tutti assunto univocamente. Uno dei compiti più importanti e delicati sarà quello di garantire competenze essenziali per tutti e per ciascuno nel periodo delicato della formazione iniziale distinguendo, senza separare, i percorsi dell’offerta formativa.

Non va comunque sottaciuto un fenomeno inedito, ovvero una sorta di “resistenza all’apprendimento” da parte di una quota di popolazione (che alcune ricerche indicano almeno nel 12% dei giovani) che – al contrario del passato – può usufruire di servizi educativi, ma non trae da essi i benefici attesi, risultando per questo emarginata nel contesto civile e sociale. Ciò segnala ancor più una debolezza dei dispositivi educativi basati sull’idea del recupero cognitivo e richiede invece che vengano offerti nuovi modelli di tipo destrutturato in grado di promuovere il potenziale presente in questi giovani. Vanno, ad esempio, progettati percorsi graduali di integrazione sociale partendo dall’idea di lavoro desiderato e creando le occasioni per esercizi formativi realizzati, mediante l’assegnazione di compiti reali, in ambienti produttivi organizzati.

 

- La competitività nel contesto della globalizzazione. È più competitivo il paese in cui ogni persona trova il modo di esprimere un’eccellenza propria nell’impresa o nel settore in cui opera. Al centro di tutto, come si è detto, sta sempre la persona con le proprie capacità e competenze. Nella realtà sembrano acuirsi le fratture tra il livello personale e quello del sistema produttivo e ne emergono di nuove ancor più contraddittorie. Ad esempio, oggi, il tema della competitività assegna all’Europa, nel nuovo scenario del mercato mondiale globalizzato, un ruolo privilegiato nell’innovazione, nella ricerca applicata, nelle infrastrutture e nei supporti tecnologici, ma anche nella produzione di beni e di servizi a forte valore di senso nel campo del benessere o in quello della valorizzazione del patrimonio naturale e culturale. Invece nella cultura diffusa ed anche nella riflessione scientifica sembra affermarsi su questo punto una sorta di “imperativo tecnologico” che non pare peraltro in grado di trasformarsi in un ideale condiviso, se è vero che le giovani generazioni sembrano disdegnare, nelle scelte degli studi, le opzioni scientifiche e tecnologiche, preferendo indirizzi che enfatizzano le dimensioni della comunicazione e della qualità della vita. In questo modo si accentuano i fenomeni della precarietà e dell’incertezza circa le opportunità occupazionali reali.

 

- L’autonomia e la libertà di scelta educativa. La cultura dell’amministrazione scolastica rimane ancora “statocentrica” nonostante le legittime aperture innovative espresse in un decennio dalla riforma dell’autonomia, quelle che animano l’attuale dibattito sulla riscrittura del titolo V della Costituzione e quelle, in effetti, già sancite dalla Legge 18 ottobre 2001, n.3. Quest’ultima ha sanzionato il passaggio da un modello gerarchico e accentrato di governance, fondato sulle esclusive prerogative dello Stato, a uno poliarchico e decentrato che fa interagire in maniera integrata tre diverse competenze: quella dello Stato, quella delle Regioni e degli Enti territoriali e quella delle istituzioni scolastiche autonome, ovviamente al servizio del diritto all’educazione dei giovani e delle famiglie e sulla base del principio di sussidiarietà. Naturalmente si dovrà fare attenzione perché tale passaggio non generi nuovi e gravi squilibri tra le diverse zone del Paese. Al di là delle inevitabili difficoltà dovute alla fase di avvio di tali innovazioni, si delinea l’esigenza di un’idea nuova di scuola, che si collega a quella suggerita dall’Unione Europea: una scuola intesa come ambiente aperto, per apprendimenti formali e non formali, che favorisce collaborazioni concrete tra istituti scolastici e il territorio, quali il volontariato, le associazioni dei genitori, le altre agenzie educative. In favore di questa “scuola aperta” a carattere policentrico molto possono fare le comunità cristiane in quanto anch’esse espressione della società civile, molto possono dare le associazioni culturali, sportive e ricreative, che già operano sul territorio con creatività e generosità. Il principio del rispetto delle scelte educative della famiglia, nel quadro di un sistema pubblico di istruzione e di formazione costituito da istituzioni statali e non statali, risponde all’applicazione del principio di sussidiarietà e di valorizzazione convergente e solidale delle formazioni sociali della società civile, ma trova difficoltà ad essere correttamente e diffusamente recepito dall’opinione pubblica ecclesiale e civile del nostro paese. Ne consegue che anche la “cooperazione dei genitori” in una prospettiva di “partnership educativa”, responsabilizzata sulle attività e i tempi scolastici, non riesce a superare il tradizionale “compito di rappresentanza”, finora sperimentato negli organi collegiali e ad arricchirsi ed integrarsi con spazi e momenti di “effettiva cooperazione e corresponsabilità” per un’offerta formativa che risulti suggestiva ed efficace.

 

- Rilevanza dell’istruzione tecnica e della formazione professionale. Risulta sempre più rilevante il ruolo dell’istruzione tecnica e della formazione professionale. Quest’ultima non va intesa come mero addestramento, ma come una leva privilegiata capace realmente di contribuire al consolidamento di una vera politica di integrazione sociale rivolta a tutti i cittadini. Non è più sostenibile nel sistema educativo la distinzione di ruoli e funzioni per cui la scuola dovrebbe concentrarsi sull’acquisizione di saperi in qualche misura astratti dal contesto, mentre spetterebbe alla formazione professionale di occuparsi della loro attualizzazione rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. L’istruzione e la formazione connessa alle professioni qualificate e tecniche non rappresentano unicamente un segmento “terminale” del processo educativo, ma costituiscono esse stesse vie di pari dignità pedagogica in grado di soddisfare i requisiti del profilo educativo, culturale e professionale. Ma permane nella popolazione – ed è questo un fenomeno molto accentuato nel nostro Paese – un riflesso condizionato teso a gerarchizzare i percorsi formativi secondo un pregiudizio idealistico che fa coincidere la cultura con le discipline umanistiche e scientifiche, meno con quelle tecniche.

Come è noto, la riforma del Titolo V della Costituzione varata nel 2001, distingue tra “istruzione” a legislazione concorrente tra Stato e Regioni (salvo che per le “norme generali” e i “principi fondamentali” che restano alla legislazione esclusiva dello Stato) e “istruzione e formazione professionale” a legislazione esclusiva regionale (salvo che per i livelli essenziali di prestazione – LEP – che competono in via esclusiva allo Stato). Ciò che va evidenziato è che il dibattito sulla valorizzazione e promozione dei percorsi dell’”istruzione e formazione professionale”, specie nell’età della formazione iniziale (14-18 anni) è passato in secondo ordine rispetto a quello della qualificazione dell’istruzione liceale e universitaria. Permane la tendenza a “liceizzare” l’istruzione tecnica e professionale secondaria, mentre quella superiore viene “fagocitata” dai percorsi accademici offerti dall’università. Permane anche la tendenza delle politiche educative di separare nettamente i percorsi della formazione professionale regionale (riconducendoli ad essere, insieme all’apprendistato, momenti specifici di addestramento nelle politiche attive del lavoro) da quelli dell’istruzione obbligatoria specie nell’età cruciale della formazione iniziale (14-16 anni).


 

PARTE II

Per un sistema educativo di qualità. L’Italia nel contesto europeo

 

 

 

10. Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato un obiettivo strategico di grande ambizione: entro il 2010 l'Europa dovrà essere il sistema economico basato sulla conoscenza più competitivo e dinamico al mondo, per favorire una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.

Nel 2002, a Barcellona, questo obiettivo è stato ribadito pur in presenza di difficoltà nel giungere alla meta prefissata: è stato quindi individuato il nuovo obiettivo strategico di rendere, sempre per il 2010, i sistemi di istruzione e formazione dei Paesi dell'Unione un punto di riferimento qualitativo a livello mondiale, specificando i parametri da soddisfare pienamente:

- i tassi di dispersione scolastica nel complesso degli Stati membri si dovranno dimezzare rispetto a quelli rilevati nel 2000, per arrivare nel 2010 ad un valore medio UE non superiore al 10%;

- dovranno aumentare i laureati in discipline matematiche, tecnologiche e scientifiche e, soprattutto, dovrà essere dimezzata la disparità attuale fra i sessi;

- l'istruzione secondaria superiore dovrà essere stata completata da una quota non inferiore all'85% della popolazione 22enne;

- gli Stati membri dovranno dimezzare la percentuale di quindicenni con difficoltà nella lettura e nel confrontarsi con nozioni matematiche e scientifiche;

- infine, le attività di life long learning entro il 2010 dovranno interessare non meno del 12,5% in media della popolazione 25-64enne dell'intera Unione europea.

Si tratta di traguardi impegnativi, che impongono un rigoroso potenziamento dei sistemi formativi di buona parte dei Paesi dell'Unione, in particolare per quelli – come quello italiano – che lamentano un ritardo riformatore almeno di due generazioni.

 

 

I punti più critici del nostro sistema di istruzione e di formazione

 

11. L’Italia sta recuperando terreno rispetto al suo ritardo storico su alcuni punti importanti, come ad esempio l’aumento della propensione a proseguire negli studi secondari. Invece su altri aspetti la carenza permane: la dispersione, la debolezza del sistema di istruzione e formazione professionale, la distanza tra titoli e attività lavorative e professionali effettivamente svolte. Si registrano ulteriori difficoltà per quanto riguarda il livello medio di acquisizione di conoscenze e abilità linguistiche, matematiche e scientifiche.

 

Sette sono i punti del nostro sistema sui quali concentrare maggiormente l’impegno migliorativo:

a. la difficoltà a consentire una formazione culturale più elevata all’insieme della popolazione: questa presenta un livello di istruzione e di formazione (di tipo formale) mediamente molto inferiore rispetto a quello dei Paesi di riferimento: tra i nostri ventenni poco più del 65% possiede un diploma o una qualifica, mentre in Germania, Francia e Gran Bretagna questa percentuale sale all’85% e oltre.

b. La difficoltà a garantire il successo formativo alla popolazione iscritta nei percorsi di istruzione e universitari. Va ricordato che l’abbandono degli studi è uno dei segnali più critici della realtà italiana, che “spinge” i giovani alla scolarità secondaria, ma ne perde una parte rilevante nei primi due anni, in particolare negli Istituti tecnici e professionali (Rapporto del Gruppo Ristretto di lavoro, 2001, pp. 25-26). Si ricorda che il grado di dispersione universitaria supera il 53% degli iscritti, il dato di gran lunga peggiore di tutti i paesi dell’Unione Europea.

c. La difficoltà connessa agli apprendimenti: il secondo Progetto pilota sulla valutazione dell’istruzione conferma una crescente difficoltà di apprendimento degli studenti per ciò che riguarda la logica, la comprensione dei testi e la geometria: se nelle elementari gli esiti positivi dei test sono mediamente intorno al 70%, nella scuola media questi cominciano ad essere inferiori al 60% per crollare fino al 32% negli Istituti professionali. Le prime rielaborazioni dei dati PISA–OCSE su base regionale mettono in evidenza la rilevanza della variabile territoriale. È vero però che i dati diffusi dagli istituti di valutazione nazionali tendono a prospettare un miglioramento progressivo.

d. La difficoltà relativa al rapporto tra studio e attività professionale: le ricerche comparative evidenziano una decisa incoerenza tra percorso di studio e attività lavorativa successiva, visto che solo il 54% dei giovani dichiara tale coerenza, contro una media europea del 75% circa. Si tratta di un dato strutturale che delinea un’offerta tendenzialmente autoreferenziale, non intesa come “risposta” ai fabbisogni rilevati.

e. La difficoltà connessa alla efficienza: il sistema scolastico italiano presenta, rispetto ai Paesi di riferimento, i costi più elevati nel rapporto tra risorse impiegate e risultati ottenuti.

f. La difficoltà originata da una realizzazione ancora molto formale della libertà di scelta educativa: nonostante la legge n.62/2000, la libertà di scelta educativa non ha trovato una attuazione soddisfacente nel nostro Paese. Il riconoscimento effettivo della parità sotto il profilo economico non è pienamente realizzato in nessun ordine e grado di scuola; anche se sono stati compiuti progressi nella scuola dell’infanzia e nella primaria, nella secondaria di 1° e di 2° grado permane la discriminazione a danno dei genitori che scelgono le scuole paritarie private e degli enti locali. Eppure la libertà di educazione non è un diritto né di una minoranza, né di una maggioranza, ma è un diritto di tutti.

g. La difficoltà riscontrata nel coinvolgere i genitori nella vita scolastica, per cui si conferma un distacco tra famiglia e scuola; ciò vanifica l’impegno formativo delle istituzioni e degli operatori, inducendo i fenomeni di abbandono e di insuccesso. Manca un’azione di sensibilizzazione nei riguardi delle famiglie, che sia condivisa da parte di tutte le agenzie formative del territorio. Si riscontrano pure resistenze culturali e sociali che non valorizzano opportunamente quanti già partecipano e non sostengono prontamente le reti associative desiderose di qualificare la partecipazione.

 

 

Alcuni punti chiave

 

12. Le prospettive sulle quali la comunità cristiana è invitata a riflettere per superare tale situazione critica sono le seguenti.

- È importante favorire il pluralismo dell’offerta formativa, la diversificazione e la personalizzazione dei percorsi formativi, superando l’illusione che l’istruzione obbligatoria possa da sola risolvere tutti i problemi sociali. Ciò porta alla tentazione anacronistica di percorsi omologanti per tutti fino ai 18 anni. Una soluzione di questo genere, intesa rigidamente, rischia di produrre più danni che vantaggi, confinando il sistema istruttivo in un’area indistinta tra assistenza e socializzazione giovanile ed impedendo di contro di valorizzare approcci diversificati ma di pari dignità, in grado quindi di incontrare meglio le variegate domande e culture della popolazione specie giovanile; se è educazione, la scuola non può essere rappresentata pressoché esclusivamente in termini di estensione dello Stato assistenziale, anche se essa non può sottrarsi alla responsabilità di contribuire al decondizionamento rispetto agli svantaggi economici, sociali, culturali.

- In un quadro di pluralismo di offerta, in una logica di pari dignità, è necessario un forte recupero della cultura del lavoro e della istruzione e formazione professionale entro il quadro dell’educazione permanente, avendo al centro il valore della crescita personale e della più ampia cornice di responsabilità educative da parte della comunità locale.

- Per le ragioni descritte sopra e per garantire il diritto all’istruzione uguale per tutti si richiede che il sistema di offerta formativa sia unitario e nel contempo flessibile e pluralistico. La flessibilità rappresenta la prospettiva di ogni strategia di servizio che intenda accompagnare i mutamenti piuttosto che tentare di ingabbiarli entro schemi rigidi. Occorre cercare di interpretare e integrare le prospettive dell’istruzione obbligatoria perseguendo un’idea che consenta a tutti di trovare entro una varietà di offerte di pari dignità le migliori risposte alle proprie esigenze. Questo passaggio è possibile se il processo di apprendimento viene costruito, sul piano ordinamentale, attraverso la ricerca di connessioni tra conoscenze, abilità e competenze, necessariamente contestualizzate secondo le diverse motivazioni, caratteristiche e intenzionalità degli studenti e delle loro famiglie.

- Per questo motivo è necessaria una maggiore autonomia delle istituzioni formative e una responsabilità primaria degli enti locali nella creazione di un’offerta formativa essenziale, di qualità, coerente con i livelli essenziali delle prestazioni previsti al fine di garantire i diritti civili e sociali dei cittadini su tutto il territorio nazionale.

- Infine si richiede il riconoscimento pieno della libertà di scelta educativa, senza del quale il pluralismo rimane necessariamente carente. La libertà di educazione, come libertà di scelta della scuola da frequentare, si fonda sul diritto di ogni persona a educarsi e a essere educata secondo le proprie convinzioni e sul correlativo diritto dei genitori di decidere dell'educazione e del genere d'istruzione da dare ai loro figli minori.


 

PARTE III

Sistema educativo e criteri di discernimento pastorale

 

 

 

13. Anche tenuto conto di quanto evidenziato, vogliamo richiamare i punti essenziali di attuazione di un autentico disegno riformatore, che corrispondono anche a dei criteri di discernimento pastorale per una adeguata informazione e formazione ecclesiale.

 

a. Centralità della persona e dell’educazione. Principio, soggetto, fine di tutte le istituzioni sociali è la naturale dignità, socialità, responsabilità di ogni persona umana[2]. Essa è la fonte dei diritti, dei doveri e della partecipazione di ognuno alla società e quindi al conseguimento e alla fruizione del bene comune che va declinato e ordinato secondo i principi della partecipazione, della sussidiarietà e della solidarietà[3]. Oggi questa centralità fondata sulla promozione integrale della persona dev’essere considerata con particolare attenzione da parte della comunità cristiana soprattutto con riguardo alle politiche educative che intendano autenticamente rinnovare il sistema di istruzione e di formazione. Essa, infatti, “… non è soltanto il primo valore ma anche, come insegna l’Enciclica Centesimus Annus (n. 32), «la principale risorsa dell’uomo» e «il fattore decisivo» dello sviluppo e della stessa produzione di beni. Assume pertanto importanza centrale l’educazione, che comprende l’istruzione intellettuale e la preparazione tecnica e operativa ma non si limita a queste, riguardando l’integralità della formazione della persona. In questo campo il nostro Paese è chiamato a intensificare il proprio impegno, che chiama in causa non solo le pubbliche autorità, la scuola e le altre «agenzie educative», ma anzitutto le famiglie e l’intera società civile”[4].

 

b. Il diritto dei cittadini alla scelta dell’istituzione formativa tra libertà ed equità. La libertà di scelta è un valore prioritario perché indica il completamento del disegno di democratizzazione della Repubblica riconoscendo in particolare il compito educativo delle famiglie e la corresponsabilità dei vari soggetti sociali nel favorire la piena realizzazione del progetto formativo di ciascun cittadino, nessuno escluso. La libertà di educazione, come libertà di scelta della scuola da frequentare, si fonda sul diritto di ogni persona ad educarsi e ad essere educata secondo le proprie convinzioni e sul correlativo diritto dei genitori di decidere dell'educazione e del genere d'istruzione da dare ai loro figli minori. La libertà di educazione è connessa strettamente con due principi pedagogici oggi particolarmente sottolineati e cioè che l'educando occupa il centro del sistema formativo e che l'autoformazione è la strategia principe del suo apprendimento. Nelle parole del Rapporto Faure del 1972 in cui l’Unesco ha proposto l’educazione permanente come l'idea madre delle politiche educative del futuro, tutto questo viene espresso dicendo che la scuola dell'avvenire deve fare dell'oggetto dell'educazione il soggetto della sua propria educazione.

La prioritaria responsabilità di scelta della famiglia rappresenta in questo contesto un elemento imprescindibile del nuovo disegno costituzionale; essa non può essere manipolata in base a questo o quell’indirizzo politico contingente delle istituzioni centrali o locali, né impoverita attraverso la discriminazione delle istituzioni formative accreditate a livello nazionale o presso le regioni come le istituzioni paritarie private o degli enti locali o come i centri di formazione professionale. Si tratta di principi da sempre affermati dalla Dottrina sociale della Chiesa[5], ma che hanno bisogno di essere collocati nel contesto della riforma auspicabile del sistema di istruzione e di formazione. L’affermazione del principio di libertà e di sussidiarietà educativa non significa liberalizzare in modo indiscriminato il mercato dell’istruzione, inseguendo magari modelli puramente aziendalistici. Non significa nemmeno sminuire il compito e il diritto-dovere dello Stato di aprire e di gestire scuole proprie. Significa, invece, dar vita a un sistema capace di valorizzare e armonizzare tutte le risorse educative della nostra società, facendole convergere nel contesto di un autentico servizio pubblico. Occorre promuovere il convincimento diffuso che il diritto allo studio per tutti non è salvaguardato dalla sola scuola di Stato, ma, da un lato, dal riconoscimento della pari dignità delle iniziative, anche gestionali, che nascono dalla società civile e, dall’altro lato, dal ruolo di garanzia e di controllo che lo Stato stesso si assume nei confronti del loro pubblico servizio.

 

c. Pluralismo formativo e valore educativo della formazione professionale. La formazione permanente e lo sviluppo integrale dell'uomo sono principi che richiedono il coinvolgimento lungo l'intero arco dell'esistenza, oltre che della scuola, di tutte le agenzie educative in una posizione di pari dignità formativa, anche se ciascuna di esse interverrà in tempi e forme diverse secondo la propria natura, la propria metodologia e i propri mezzi (policentricità formativa). Va affermato il valore del pluralismo formativo entro un sistema nel quale operano diversi soggetti di pari dignità (istituzioni scolastiche e istituzioni formative accreditate dalle Regioni), che concorrono a fornire ai destinatari, giovani e famiglie, titolari della scelta, percorsi differenti, e tuttavia coerenti con i livelli essenziali delle prestazioni definiti dall’autorità statale (caratteristiche dell’offerta formativa, orario minimo annuale, percorsi formativi, requisiti dei docenti, valutazione e certificazione delle competenze, strutture e relativi servizi). In tal modo si pongono in gioco tutti i talenti educativi presenti nella comunità sociale, con la loro ricchezza etica, culturale, professionale.

La missionarietà della Chiesa si manifesta anche nella formazione professionale, momento di educazione al lavoro che non può prescindere dalla concezione cristiana dell’uomo e della storia. Il lavoro, infatti, è per l’uomo un momento fondamentale che gli consente non solo il dominio sulla natura, ma il completamento nel mondo dell’opera di Dio creatore, da viversi in profonda comunione con i fratelli nella fede e di universale solidarietà. In questa luce la formazione professionale permette a ciascuna persona di acquisire la preparazione culturale e tecnico-operativa, a seconda delle professionalità, per attuare il raccordo tra valori evangelici e cultura storicamente vissuta. La formazione professionale può divenire un momento di autentica ecclesialità, nel senso che persone e gruppi operanti hanno la possibilità, e quindi la gioia, di proporre il messaggio evangelico. Il dialogo e la solidarietà svilupperanno una particolare funzione laicale di raccordo sociale e culturale tra le condizioni diversificate degli utenti a cui ci si rivolge, e l’insegnamento della Chiesa”[6]. Oggi questa prospettiva di promozione della formazione professionale iniziale va intesa non solo nella direzione delle politiche attive del lavoro e per la formazione di chi lavora, ma anche come elemento essenziale di formazione della personalità da riconoscere sia nei percorsi della formazione professionale iniziale (14-18 anni) sia in quelli della formazione permanente. È questa una prospettiva pastorale molto significativa per le comunità cristiane: «Alcuni aspetti dovranno soprattutto essere tenuti presenti: l'equilibrio tra formazione professionale e formazione umana, in una età ancora segnata dallo sviluppo; la necessità di una fondazione scientifica, culturale ed etica della formazione professionale; l'attenzione alle ricorrenti esigenze di "riconversione", tipiche di questo settore; la proposta di una "cultura del lavoro" che sappia riesprimere alla luce del vangelo la relazione dell'uomo con la macchina e la materia, nonché la problematica sociale e sindacale. A tal fine occorre che, anche in sede di riforma legislativa della scuola secondaria superiore, si assicuri tutela adeguata a Centri e servizi che hanno arricchito la nostra società e di cui il Paese ha tuttora bisogno»[7].

 

d. L’autonomia delle istituzioni formative. L’affermarsi della solidarietà rinvia a una impostazione della dinamica sociale a tre dimen­sioni che abbandoni la dicotomia stato/mercato, pubblico/privato e che riconosca e potenzi il terzo settore o privato sociale. Tale concezione corrisponde alla configurazione attuale della società che è caratterizzata dalla pretesa del minimo garantito dallo Stato, dalla voglia di mercato e dalla diffusione di attività solidaristica. Il terzo settore o privato sociale si definisce come il com­plesso delle attività di produzione di beni e servizi, create dall'iniziativa dei privati e condotte senza scopo di lucro, ma con finalità di servizio sociale. Nei suoi confronti il potere statale non può limitarsi solo ad ammetterne il contributo nell’ambito dei servizi sociali, ma dovrà perseguire una politica di promozione effettiva. In questo ambito assume una particolare rilevanza il principio di sussidiarietà[8]. Esso va riscoperto secondo una duplice valenza: in senso verticale, nei rapporti fra enti territoriali di governo; in senso orizzontale, nei rapporti fra gruppi sociali e in quelli fra pubblico e privato.

Le istituzioni formative, anche in forma associata, sulla base di una conoscenza specifica del contesto di riferimento, debbono poter elaborare una proposta formativa comprendente sia i percorsi liceali sia quelli di istruzione e formazione professionale. L’autonomia delle istituzioni formative deve poter comprendere le dimensioni organizzative e formative, compresa la gestione delle risorse, anche quelle umane e finanziarie.


 

PARTE IV

Rinnovato impegno pastorale

 

 

 

14. Il cammino innovativo delle riforme che collocano il sistema educativo di istruzione e di formazione al centro dello sviluppo sociale, economico e produttivo del nostro Paese costituisce per la comunità cristiana un appello da riconoscere e un impegno da assumere. La possibilità che questo processo si basi effettivamente su principi capaci di coniugare la promozione della persona e l’equità sociale, l’autonomia e l’integrazione dei percorsi dell’istruzione e della formazione, il ruolo imprescindibile dello Stato e il rispetto dei diritti educativi inalienabili della società civile, dipende anche dal contributo consapevole dei cattolici italiani. Questo sussidio intende essere un invito pressante rivolto a quanti, singoli e associati, operano da cattolici nel campo educativo affinché trovino la forza di avviare quanto prima, presso gli organismi pastorali nazionali, regionali e diocesani un discernimento comunitario proporzionato all’importanza della posta in gioco. I gruppi, i movimenti e le associazioni laicali ecclesiali e di ispirazione cristiana, unitamente alle federazioni degli Enti gestori di scuole cattoliche e di centri di formazione, agli Istituti religiosi coinvolti nei rispettivi settori dell’istruzione e della formazione professionale hanno oggi la responsabilità di agire non più in ordine sparso, ma animati da una comune consapevolezza ecclesiale. Spetta ai responsabili regionali e diocesani di pastorale della scuola, dei problemi sociali e del lavoro predisporre le condizioni più favorevoli per il discernimento.

 

 

Avviare il discernimento regionale e promuovere reti collaborative tra percorsi liceali, tecnici, dell’istruzione e della formazione professionale

 

15. La riforma dei processi formativi, come abbiamo visto, intreccia questioni essenziali riguardanti le competenze dei soggetti implicati, la democraticità delle decisioni, la sussidiarietà orizzontale e verticale (Stato, Regioni, Comuni, istituzioni scolastiche autonome), l’interconnessione tra processi produttivi e formativi, le politiche della qualità e quelle dell’integrazione sociale. Occorre, pertanto, attualizzare e tradurre principi che per il laicato cattolico rimandano tanto al Magistero sull’educazione e sulla scuola (a partire dalla Gravissimum Educationis) quanto a quello sui problemi sociali e sul lavoro contenuti nella Dottrina sociale della Chiesa. Per questo motivo suggeriamo che, sulla base delle riflessioni contenute in questo sussidio, si avvii a livello regionale una fase di discernimento e si costituisca uno specifico gruppo di lavoro, promosso congiuntamente dagli incaricati/coordinatori regionali della pastorale della scuola e della pastorale per i problemi sociali e il lavoro e composto da persone in rappresentanza dei due settori pastorali e delle diocesi interessate. Del resto occorre prendere atto dell’accresciuta responsabilità e competenza delle Regioni e della Conferenza Stato-Regioni nella progettazione e nella realizzazione delle politiche educative e delle strategie che integrano istruzione e formazione.

 

16. La Chiesa in Italia ha manifestato da lungo tempo una particolare attenzione alle istituzioni che educano i giovani attraverso la cultura del lavoro, riconoscendo ad esse una funzione educativa e culturale che domanda molto impegno. L'ispirazione cristiana infatti richiede di non inserire nella formazione professionale procedimenti unicamente preoccupati di promuovere e di valutare le abilità tecniche, ma piuttosto di sviluppare l'attenzione alla totalità della persona umana. L'impegno della comunità ecclesiale deve quindi farsi ancora più attento, perché questi centri di ispirazione cristiana, secondo la loro lunga e collaudata esperienza, sempre meglio possano operare secondo un progetto educativo valido e chiaramente ispirato all'annuncio evangelico sull'uomo, sul lavoro, sull’economia.

 

17.  La centralità della persona e la necessità di dare concreta attuazione a un ethos educativo che persegua il bene dei destinatari (giovani e famiglie) come criterio centrale dell’azione, dovrebbero favorire, nel territorio, l’avvio di intese e di reti collaborative tra licei, istituti tecnici, istituti di istruzione professionale e centri di formazione professionale nella forma di Campus o di Poli Formativi o di altre forme associative. Nell’ambito del progetto qualità avviato da FORMA, si è proceduto a monitorare le esperienze già avviate. Esse hanno riguardato i temi dell’orientamento, della gestione dei crediti e dei passaggi, della lotta alla dispersione, della gestione di sportelli occupazionali, della formazione del personale.

Gli Uffici pastorali a livello regionale e diocesano sono chiamati a informare adeguatamente le comunità cristiane e a sostenere questo lavoro di rete che salvaguarda l’apporto specifico degli enti e dei soggetti interagenti favorendo nel contempo un valido servizio alla persona.

 

 
La formazione professionale iniziale

 

18. Nel contesto odierno le motivazioni e gli orientamenti suggeriti dall’Episcopato sono ancora più raccomandabili e in linea con una tradizione storica della formazione professionale di ispirazione cristiana che, attraverso molteplici esperienze promosse da Istituti religiosi maschili e femminili, ne ha saputo sperimentare concreti modelli di attuazione e validi riferimenti pedagogici. Oggi la formazione professionale, intesa non come un addestramento finalizzato esclusivamente all'insegnamento di abilità manuali, ma come un principio educativo di formazione globale fondato sull'esperienza reale e sulla riflessione in ordine alla prassi, può essere pensata anche nell'età dello sviluppo come una specifica ed esaustiva proposta formativa che può rispondere agli standard e alle esigenze dell’istruzione obbligatoria giustamente richieste per il ciclo secondario.

Si tratta però di una sfida impegnativa perché condizionata da alcune questioni cruciali:

- l’assegnazione di risorse per una competenza che riguarda sotto diversi aspetti la responsabilità congiunta del Ministero dell’istruzione, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e delle Regioni a fronte di un impegno dei Centri di rispondere pienamente alle richieste dell’accreditamento;

- l’orientamento educativo dopo la scuola media inferiore allo scopo di superare il pregiudizio di tante famiglie che valuta la formazione professionale come un percorso integrativo o riabilitativo;

- l’adeguata informazione indirizzata alle autorità competenti (ma anche all’opinione pubblica ecclesiale e civile) circa il cammino di qualificazione effettuato negli ultimi anni dai centri di formazione aderenti a FORMA e confluito nell’attivazione di trienni sperimentali tuttora vigenti, ma vincolati da finanziamenti regionali (là dove si erogano) sempre meno consistenti e adeguati anche di fronte alle crescenti richieste delle famiglie.

Oggi, nella coscienza delle nostre comunità ecclesiali e della società civile, va maggiormente diffusa la consapevolezza delle qualità e delle caratteristiche del servizio offerto dai centri di formazione professionale.


 

CONCLUSIONE

Cercare il bene comune nell’interesse dei giovani e delle famiglie


19. L’idea di fondo sottostante l’intero processo riformatore dell’ultimo decennio risiede nel trinomio autonomia – pluralismo – società civile. Si tratta di un disegno di modernizzazione e di innovazione che mira a superare l’attuale rottura tra le “tre culture” (accademica, tecnico-scientifica e operativa), al recupero dell’apprendimento implicito (informale), al successo formativo per tutti, all’aumento di produttività, al coinvolgimento pieno della comunità locale nell’opera educativa. Dopo tanti tentativi e interruzioni, il processo riformatore così delineato nel corso degli ultimi dieci anni – e non un’“altra riforma” che finirebbe per consumare definitivamente le energie ancora vitali nel sistema – merita di essere considerato come il terreno adeguato sul quale unire le energie positive per dare una risposta ai problemi che investono l’educazione.

Lanciamo l’appello perché sul disegno complessivo di riforma si trovi un terreno utile a un’intesa che vada oltre gli schieramenti ideologici e si ponga l’obiettivo di un sistema educativo veramente di qualità. Si tratta di dare vita ad una riforma in continua trasformazione, capace di sviluppare i valori della tradizione e di accogliere le sollecitazioni che vengono dalla scuola, dal sistema produttivo e dalla società civile. Da qui si può partire per un patto bipartisan che coinvolga l’intera comunità su pochi ma veramente condivisi principi ispiratori di fondo.

 

20. Nel cammino della Chiesa italiana impegnata a rinnovarsi nella linea di una più incisiva comunicazione della fede, ciò che è all’orizzonte dell’impegno missionario che ci viene richiesto è il mondo stesso, lo spazio della vita ordinaria della gente, in cui immettere la potenza di novità insita nel Vangelo, per riscattare il tempo e lo spazio dai ripiegamenti e dalle amputazioni a cui oggi soggiacciono. Ma anche la cultura, il lavoro, l’economia, la produzione scientifica e tecnologica vanno alimentati dalla fede cristiana in quanto coinvolgono radicalmente l’uomo, tanto nella sua consistenza biologica quanto nella sua vocazione sociale e nella sua dignità trascendente.

Anche il campo delle politiche educative dell’istruzione e della formazione attende il contributo essenziale dei cattolici italiani, singoli e associati. Questa frontiera dell’evangelizzazione richiede l’intelligenza di una fede che nasce dalla conversione missionaria delle Chiese particolari. La presenza del Signore che accompagna ogni cristiano e tutta la Chiesa, ispiri il lavoro missionario delle diocesi e delle regioni. A rendere fruttuoso il cammino si confida possa contribuire il presente sussidio.

 

 

 

Roma, 26 luglio 2006

Memoria dei santi Gioacchino e Anna.

 


 

[1] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, 29 giugno 2001, n. 44.

[2] Cfr. Gaudium et spes, n. 25.

[3] Cfr. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn.164-196.

[4] Card. C. Ruini, Prolusione alla 56° Assemblea Generale della CEI (Roma, 15 maggio 2006).

[5] Cfr. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn.238-242.

[6] Ufficio nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro, Linee orientative sulla formazione professionale, Roma, 20 novembre 1986, in Notiziario UNPSL 3/1986, pp.21-28 (Enchiridion CEI, 4, pp. 201-209).

[7] Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, Documento pastorale La scuola cattolica oggi in Italia, Roma, 25 agosto 1983, n° 56, in Notiziario CEI, 1983, pp.131-170.

[8] Cfr. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn.185-188.