La scuola Cattolica

La Scuola Cattolica

un servizio alla Chiesa e alla Società

Francesco Macrì

Premessa

La Chiesa fin dall'alto Medioevo ha dimostrato molto interesse alla scuola. Basta ricordare quelle istituite presso le sedi episcopali, le parrocchie, i conventi, oppure i seminari, gli istituti di teologia, le celebri università di Padova, Bologna, Roma, Napoli, Parigi, Lovanio, Oxford, ecc. Iniziative di altissimo valore umano e civile, considerate, anche, le difficili circostanze socio-economiche durante le quali sono state attivate, e i ritardi incolmabili con i quali si sono mossi gli Stati nazionali, soprattutto per quanto riguarda la scolarizzazione delle classi popolari e delle donne (si deve arrivare addirittura nella seconda metà del ‘900).

Questo breve richiamo storico dimostra quanto sia incomprensibile l'arrogante presunzione di chi, oggi, vestendo goffamente i panni della modernità, la giudica retrograda, oscurantista, ostile alla cultura, alla ricerca, alla scienza, e non vuole riconoscere alcun merito e alcuna legittimazione a questa sua attività di formazione di molte generazioni di giovani. Un paradosso, frutto di cieco e settario ideologismo anticlericale che censura la storia e costruisce, per proprio uso e consumo, logori fantasmi, come quello che la scuola in mano alla Chiesa sarebbe uno strumento di indottrinamento, di condizionamento politico, di omologazione culturale, di diffusione propagandistica del proprio credo religioso e non, come dovrebbe essere, di promozione umana, di sviluppo della libertà, di affermazione del pensiero critico.

Il famoso “Gravissimum educationis” (1965) del Vaticano II è considerato unanimamente da tutti gli analisti un punto di svolta di un rinnovato interesse della Chiesa contemporanea all'educazione e alla scuola; interesse sollecitato per un verso da una più attenta consapevolezza del problema diffusasi nella società civile a livello planetario (nell'occidente è visto come soddisfazione di un diritto umano, come strumento indispensabile per una cittadinanza piena e attiva e per un contenimento dell'urto della competitività internazionale; nel Terzo mondo come processo di alfabetizzazione delle masse per riscattarle da una condizione di subalternità politico-sociale e dalla povertà), per un altro dal più massiccio e penetrante impegno profuso dalle Congregazioni religiose nei diversi ambiti della pastorale giovanile. Sulla scia di questo documento, molti altri ne sono seguiti. Un segnale importante dell'accresciuta coscienza del mondo ecclesiale che il futuro dipende dall'educazione e che senza cittadini, capaci (cioè, “educati”) di governare con saggezza e responsabilità è illusorio immaginare la nascita di una società più giusta, più libera, più solidale, più umana.

Questo nostro CD intende contribuire a diffondere ulteriormente la convinzione che la scuola, oggi più che nel passato, è una risorsa strategica di promozione umana e civile, un crocevia ineludibile per intercettare i giovani e creare una comunicazione positiva tra le diverse generazioni, uno strumento privilegiato per consegnare il testimone di un passato di civiltà, un'occasione di dialogo e di confronto tra le diverse opzioni della vita, una finestra aperta sull'avvenire. Persegue questo obiettivo riportando alcuni significativi testi di G. Paolo II, della Congregazione per l'educazione cattolica, della Commissione Episcopale Italiana, di singoli Vescovi, che nel loro insieme costituiscono un'ampia antologia di un maturo sistema di pensiero su quello che dovrebbero essere gli obiettivi, le finalità, la funzione, la mission, la natura della scuola.

Anche semplicemente scorrendoli, ci si accorge che questi documenti ruotano intorno ad alcuni nuclei dominanti , divenuti ormai patrimonio condiviso da larga parte dell'opinione pubblica e fonte di ispirazione dello stesso progetto di riforma del sistema scolastico italiano: l'educazione come risorsa strategica per lo sviluppo dell'individuo e della società; l'istruzione e l'educazione come diritto umano soggettivo; la persona umana come prioritaria e centrale rispetto all'istituzione scolastica; la scuola come sistema inscindibilmente unitario di istruzione ed educazione; la scuola come comunità educante; il progetto educativo di istituto; l'educazione integrale della persona; la scuola come espressione della società civile (sussidiarietà); la libertà di scelta educativa della famiglia (parità); la legittimità giuridica e costituzionale della scuola cattolica; la scuola aperta al territorio; la qualità come riconoscimento effettivo del diritto di istruzione ed educazione degli studenti; la famiglia come titolare primo (non esclusivo) del diritto di istruzione dei figli.

La maggior parte dei documenti riportati hanno come oggetto esplicito e privilegiato la scuola cattolica perchè il pubblico, al quale il CD è diretto in prima battuta, appartiene ad essa. La scelta, in qualche misura “distorta”, perchè limitata e circoscritta al tema in questione (la scuola cattolica appunto), non deve tuttavia trarre in inganno facendo immaginare che la riflessione della Chiesa istituzionale si sia limitata esclusivamente ad essa ignorando la scuola statale. Non è affatto così. Entrambe vengono assunte in carico, su entrambe si matura una puntuale riflessione con indicazioni e approfondimenti di grande rilevanza culturale e pedagogica, su entrambe si auspica un più convinto coinvolgimento e sostegno delle forze politiche, governative e imprenditoriali, perchè ad entrambe si attribuisce un grande, importante, insostituibile compito: quello di educare. Che la scuola cattolica sia considerata dalla Chiesa alternativa, o peggio, contrapposta a quella statale non ha alcun riscontro documentale. È uno dei tanti luoghi comuni, mai dimostrati, utilizzati per fini polemici da certi mezzi di comunicazione di massa o da alcune lobby della politica e della cultura laica, solo per screditarla e metterla in cattiva luce di fronte agli occhi di chi nella scuola statale vive ed opera. Un'operazione sleale che contraddice tutto il passato della Chiesa che in tutte le latitudini e in tutti i tempi è stata una delle più importanti, se non la più importante, istituzione impegnata nelle più svariate attività di animazione culturale, senza preclusioni rispetto le appartenenze sociali e religiose dei soggettivi ai quali erano rivolte.

L'educazione, una utopia necessaria

Le trasformazioni che stiamo vivendo, così rapide e sconvolgenti; le tensioni e i conflitti, armati o di tipo sociale ed economico, che ogni giorno mietono le loro vittime; le tecnologie, sempre più potenti, più pervasive e sempre meno controllabili, che l'umanità si trova a disposizione; il degrado ambientale e lo sperpero delle risorse naturali, i processi inarrestabili dell'unificazione europea e della interdipendenza delle nazioni, la globalizzazione dei mercati e della finanza, la caduta delle ideologie e dei valori tradizionali, la crisi della famiglia, la frammentazione del tessuto sociale, la devianza giovanile, l'avvento delle società multietniche, multirazziali, multireligiose, le manipolazioni genetiche, ecc., ci avvertono che il Pianeta Terra avrà un futuro solo se verrà riconosciuta la centralità della persona umana e se ci saranno uomini, capaci di dominare e guidare i processi della vita personale e sociale, nella direzione dello sviluppo umano pieno e solidale.

Si tratta di pensare alla formazione di una umanità nuova. Si tratta di capire che il futuro è legato alla scelta dell'educazione (1). Infatti nessuno nega l'urgenza e la necessità di profonde riforme di struttura delle nostre società (istituzionali, economiche, politiche...). Ma anche il meccanismo più sofisticato e più funzionale può incepparsi e degenerare, se non viene usato da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta tensione morale e con una forte passione per l'uomo e i suoi destini”

L'educazione è, oggi, come giustamente ha affermato Jacques Delors, l'utopia necessaria per imparare a vivere nel villaggio globale, per creare un mondo migliore nella direzione di uno sviluppo sostenibile, di una reciproca comprensione tra i popoli e un rinnovamento della democrazia e per insegnare a superare alcune forti tensioni esistenti tra il “ globale e il locale”, “l'universale e l'individuale”, la “tradizione e la modernità”, il “bisogno di competizione e la preoccupazione della solidarietà”, “l'espansione straordinaria delle conoscenze e la capacità di assimilarle”, “i valori trascendenti e quelli materiali”(2).

Una educazione che, per essere idonea ad assolvere questi compiti, prosegue Delors, deve basarsi su quattro pilastri : “imparare a conoscere”, “imparare a fare”, “imparare a vivere insieme”, “imparare ad essere” (3).

Ma la vastità e complessità di questi compiti presuppone che la tematica educativa assuma il posto centrale nella vita e nelle scelte della società civile e politica, e, con essa, la scuola che dell'educazione rappresenta lo spazio comunitario più organico e più intenzionale” (4). Una scuola, la cui organizzazione e strutturazione non è affatto, come qualcuno erroneamente potrebbe credere, “neutra”, “ininfluente ” rispetto ai valori, alle finalità che vuole comunicare, promuovere e conseguire. Parafrasando un celebre titolo di un libro del semiologo canadese Mc Luhan, “Il medium è il massaggio” (5), in cui si dimostra che gli effetti dei mass media non sono solo rapportabili ai “contenuti” trasmessi, ma anche alla “natura” dei media stessi, si può attendibilmente affermare che anche la scuola educa non solo con i contenuti e valori esplicitamente veicolati e comunicati attraverso le discipline scolastiche, i suoi curriculi, le sue attività integrative, ma anche, e forse ancor di più, attraverso le sue specifiche modalità di organizzazione, strutturazione. Attraverso, cioè, l'attivazione di un particolare “ambiente umano” che nella scuola viene realizzato, per cui ognuno è “ conosciuto”, “riconosciuto”, “apprezzato” , per quello che realmente è, e per quello che positivamente ed attivamente, al di là delle sue proprie capacità e abilità intellettuali, contribuisce, “insieme” agli altri, a creare e produrre per il bene complessivo.

Una scuola, perciò, che voglia essere luogo di educazione dovrebbe adoprarsi perchè i vari “soggetti” interagiscano, comunichino, dialoghino non solo occasionalmente, o per semplici e fredde ragioni professionali, ma perché considerate “persone”, ontologicamente “aperte” all'incontro reciproco, “titolari” di diritti e doveri , e in quanto tali, tutti responsabilmente concorrenti (cum currere = correre insieme), con il proprio originale contributo personale, considerato importante ed indispensabile, al conseguimento degli obiettivi generali comuni. Ma è questo aspetto, che modifica geneticamente la natura della scuola, e la trasforma da scuola-istituzione, determinata e definita da ordinamenti giuridici e normativi, da rapporti economici e sindacali, a scuola-comunità , vivificata dallo spirito della “comunionalità”, e che le permette di incidere positivamente sul processo educativo non solo dei giovani, ma anche dei docenti e dei genitori, tutti coinvolti da un unico progetto condiviso.

Intuizioni e pratiche di questo tipo, che privilegiassero o, comunque evidenziassero, questo aspetto “relazionale” ed “interpersonale” come “precondizione” indispensabile per qualunque efficace discorso educativo, non sono mancate nella storia dell'educazione cattolica e della scuola cattolica; basterebbe citare alcuni grandi fondatori di Congregazioni scolastiche maschili e femminili. Ma spesso, purtroppo, queste intuizioni e pratiche, fortemente profetiche specie per alcuni contesti storici, si sono perdute o diluite nel tempo, per il tipico processo di sclerotizzazione delle istituzioni, di riduzione a formalizzazioni giuridiche estrinseche di alcuni valori e contenuti umani o per cause contingenti di contesto, come l'affermarsi di culture autoritarie: Fascismo, Franchismo, Nazismo, Comunismo, o anche per semplice incapacità e inerzia dei singoli dirigenti scolastici di turno.

Se quanto fin qui affermato è vero o, comunque, molto attendibile, che, cioè, la stessa efficienza ed efficacia educativa della scuola sono messe in discussione dalla sua “modalità” organizzativa, strutturale, gestionale, esso diventa un problema di riflessione irrinunciabile per chi ha fatto dell'insegnamento e dell'educazione non solo una scelta professionale, ma anche una scelta di vita, una vocazione specifica nella Chiesa. Per queste ragioni, una scuola che si definisce “cattolica”, più di ogni altra, è chiamata a riconsiderare se stessa sotto questo profilo e ad esprimere un serio giudizio di autovalutazione, ed eventualmente di riconversione.

La scuola cattolica come comunità educante

La definizione di “comunità educante” è una delle acquisizioni fondamentali della nuova progettualità educativo-scolastica della scuola cattolica. È la caratteristica che, insieme alla fondazione ed ispirazione cristiana, come ricorda la dichiarazione conciliare “Gravissimun educationis” , la specifica e la identifica come scuola cattolica. “La scuola cattolica al pari delle altre scuole, persegue le finalità culturali e la formazione umana dei giovani. Ma suo elemento caratteristico è di dar vita a un ambiente comunitario scolastico , permeato dallo spirito evangelico di libertà e di carità” (6).

Il processo educativo, infatti, pur essendo un fatto individuale, nel senso che appartiene al singolo soggetto, non avviene mai in “solitudine” ; nasce e si sviluppa “nella comunità” .

L'affermazione della “Gravissimum Educationis” è particolarmente feconda di conseguenze educative, tanto che il documento della Congregazione per l'Educazione Cattolica, “La dimensione religiosa dell'educazione nella scuola cattolica” , vede in ciò una “svolta decisiva nella storia della scuola, il passaggio dalla scuola-istituzione alla scuola-comunità”.(7) In altre parole, individua in questa caratteristica, la ragione dello spostamento dell'attenzione dal sistema giuridico-istituzionale, in quanto “aspetto formale” pur utile e necessario, alle “persone” che lo costituiscono, lo giustificano e lo legittimano.

Questo mutamento di prospettiva comporta necessariamente la trasformazione dell'impianto educativo gerarchico, autoritario, impositivo, statico ad uno, viceversa, conviviale, democratico, dinamico, vitale, prodotto dalla circolarità e confluenza della “attività” di più “soggetti” , liberi, creativi ed autonomi; il passaggio dalla definizione di obiettivi esternamente stabiliti e calati dall'alto alla individuazione di bisogni individuali, continuamente emergenti, da esplorare e soddisfare; da un programma ed un codice giuridico da rispettare e a cui obbedire ad un processo educativo da attivare ed animare nella comunione e nella corresponsabilizzazione di tutti.

Su questo cambiamento di prospettiva, come ricorda il Documento ecclesiale sopra citato, ha influito in modo determinante la nuova autocomprensione della Chiesa, come “popolo di Dio” , nata dal Concilio, oltre che naturalmente dal diffondersi, anche nel mondo cattolico, di una cultura sociologica, giuridica, politica “militante”, specie nel periodo della contestazione globale giovanile (1968), che ha coinvolto tutto il mondo occidentale e che evidenziava, con estrema forza e incisività, i diritti soggettivi e, primi fra questi, quelli della libertà, della iniziativa, della creatività, della partecipazione, della responsabilità e corresponsabilità.

Ecco perché, più oltre, sempre lo stesso Documento afferma che “la comunità scolastica nel suo insieme, con diversità di ruoli, ma convergenza di fini , riveste le caratteristiche della comunità cristiana, essendo luogo permeato di carità”; e, ancora: ”la scuola cattolica... possiede tutti gli elementi che le consentono di essere riconosciuta non solo come un mezzo privilegiato per rendere presente la Chiesa nella società, ma anche come vero e proprio soggetto ecclesiale”. (8)

In questa prospettiva , quella ecclesiologica , il termine comunità educante si arricchisce naturalmente di significati e di risonanze che superano il semplice livello “sociologico e democratico” di promozione della autonomia delle persone per attingere a veri e propri valori “ministeriali e vocazionali”.

“La scuola cattolica”, altro documento della Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica (1977), citando un pensiero di Paolo VI (Allocuzione al IX Congresso dell'OIEC, in Osservatore Romano, 9 giugno 1974), può perciò dire: “le scuole cattoliche devono presentarsi come luoghi di incontro di coloro che vogliono testimoniare i valori cristiani in tutta l'educazione. La scuola cattolica... deve costituirsi in comunità , finalizzata alla trasmissione di valori di vita. Il suo progetto... tende all'adesione di Cristo, misura di tutti i valori, nella fede. Ma la fede viene assimilata soprattutto nel contatto con persone che ne vivono quotidianamente la realtà: la fede cristiana, infatti, nasce e cresce in seno ad una comunità”.(9)

La dimensione comunitaria della scuola cattolica è, dunque, esigita non solo dalla natura dell'uomo e dalla natura del processo educativo , come per ogni altra scuola, ma dalla natura stessa della fede . Di questa elementare dottrina religiosa che costituisce l'asse della metafisica esistenziale cristiana (Paolo VI, Valore dell'oblazione nella vita, 1970), la comunità scolastica fa il paradigma della sua azione educativa”.(10)

Questi concetti vengono ripresi e ulteriormente precisati dal documento della CEI, “La scuola cattolica, oggi, in Italia” (1983): ”la comunità educante, costituita da tutti coloro che in qualche modo partecipano alla vita della scuola cattolica, è il concetto propulsore e responsabile di tutta l'esperienza educativa e culturale, in un dialogo aperto e continuo con la comunità ecclesiale di cui è, e deve sentirsi, parte viva. Quest'affermazione si giustifica anzitutto per il fatto che la scuola cattolica è un'autentica esperienza ecclesiale - anche se rimanda alla piena esperienza della chiesa locale - e di questa esperienza deve manifestare i segni e i modi di vita nella comunione”. (11)

Potremmo dire sinteticamente e senza forzature, che la scuola cattolica è tale se è una comunità educante, ed è una comunità educante se riesce ad essere una piccola “chiesa”. Questa particolare comunità educante, che è la scuola cattolica, è soggetta anch'essa a tutti quei dinamismi personali e relazionali che fondano qualsiasi autentica realtà comunitaria. (12)

Il primo di questi risiede nel riconoscimento dell'altro come interlocutore di un patto di condivisione e di corresponsabilità, anche se le funzioni che la comunità dovrà assolvere comportano necessariamente una organizzazione specificata in ruoli diversificati. Una comunità esiste se le singole persone che la compongono sono “riconosciute” come tali, nella pienezza dei loro diritti e dei loro doveri, delle loro qualità e dei loro bisogni.

Dire comunità è, dunque, dire “persone”, unite da un bene comune da raggiungere, da un'opera comune da compiere, da un tutto sociale da creare. Elemento fondamentale della comunità è la “comunicazione” , che svolge un ruolo di circolazione informativa tra i membri della comunità e, al tempo stesso, consente il loro incontro esistenziale. È nella comunicazione che l'altro è riconosciuto come eguale e pur distinto, come un tu che garantisce la persistenza stessa dell'io.

Nella comunità educante della scuola cattolica, è stato giustamente detto, il volto dell'altro non è mai anonimo , ma ha i tratti del volto stesso di Cristo. Perciò la interrelazione che si stabilirà tra i vari membri sarà quella animata dallo “spirito evangelico di libertà e carità” : libertà, come disponibilità all'altro, come accoglienza, riconoscimento e condivisione; carità, come fondamentale solidarietà e vincolo consustanziale. Se volessimo parafrasare un pensiero di Giovanni Paolo II (Sollecitudo rei socialis, 1987, n.37), dovremmo dire che realmente l'interdipendenza nell'ambito della comunità educante, non deve essere assunta solo come dato di fatto, ma come vera e propria categoria morale e che la correlativa risposta è la solidarietà , quale “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti”.

Queste premesse consentono di dire che il costituirsi di una scuola in comunità educante fa interagire inscindibilmente le due realtà , quella istituzionale e quella comunitaria, in modo che entrambe si garantiscano a vicenda con un proprio statuto di autenticità e siano in funzione e completamento l'una dell'altra.

L'istituzione è il “luogo” e il “supporto” concreto del servizio, del progetto, della profezia della comunità; rappresenta la continuità e la stabilità non solo di norme, ma anche di scopi; la comunità include l'aspetto istituzionale e le sue necessarie determinazioni formali, giuridiche, economiche, lo supera, perfeziona, per collocarlo su un piano di più intensa e ricca umanità, e in una prospettiva di fede, ne dilata infinitamente le dimensioni e il valore, secondo la misura di Cristo e della sua Chiesa. La comunità educante diventa concretamente luogo di “socializzazione” perchè aiuta ad acquisire le norme e i comportamenti eticamente e culturalmente rilevanti, favorendo una progressiva e critica partecipazione. Attraverso, cioè, l'esperienza dei valori vissuti dagli adulti, il giovane attiva in sè un processo di identificazione in essi, di incorporazione e, quindi, di crescita personale.

Efficacia educativa della comunità educante

  Così configurata la comunità educante acquista i connotati di un vero e proprio “mondo vitale” mediante la tramatura di relazioni genuine e premurose, caratterizzate da amicizia, rispetto, conoscenza. Il documento sulla “Dimensione religiosa dell'educazione nella scuola cattolica” arriva a parlare pateticamente di scuola-casa : “molti alunni frequentano la scuola cattolica dall'infanzia alla maturità. È giusto che sentano la scuola come estensione della loro casa. È doveroso che la scuola-casa possegga alcune di quelle caratteristiche che rendono gradevole la vita di un felice ambiente familiare” . La sottolineatura naturalmente non siriferisce tanto alle strutture materiali della scuola, quanto al suo ambiente umanamente e spiritualmente ricco, improntato a “libertà e carità evangelica” (13).

Alla luce di tutto questo sarebbe gravemente riduttivo se la comunità educativa della scuola cattolica venisse intesa come un semplice ed originale stile organizzativo , una accattivante caratteristica pubblicitaria per sostenere la concorrenza della scuola statale, una semplice modalità per adeguarsi ad una certa cultura egualitarista e giovanilista di moda. Essa per i valori sopra accennati che esprime ed incarna, per la forza irresistibile che essi suscitano, è un valido e quanto mai sicuro ed efficace strumento educativo. La recente ricerca psico-pedagogica e sociologica (14), confermando intuizioni antiche, ha rivelato che i valori si trasmettono più per “contatto” che per insegnamento cattedratico, più per “testimonianza” vissuta che per proclamazione verbale. La comunità è, dunque, l'albero di trasmissione dei valori della vita: “la fede viene assimilata soprattutto nel contatto con persone che ne vivono quotidianamente la realtà”. Infatti, nella comunità “prima ancora di averne chiara nozione, l'alunno può fare esperienza della propria dignità” (15)

È chiaro che il successo di tale comunità viene assicurato dall'adesione e dalla partecipazione di tutti al progetto educativo di cui essa si dota e dalla collaborazione responsabile alla sua attuazione, “sentite quale dovere di coscienza da tutti i membri della comunità” (16) e soprattutto dalla rilevamza, fascino e significatività dei valori che essa esprime, idonei a suscitare interesse ed identificazione nei giovani.

Ma gli effetti positivi della scuola, costituita in comunità-educante non si riducono solo al versante educativo. Ce ne sono molti altri, non affatto trascurabili, e che concorrono anch'esse a realizzare il compito e le finalità di una vera scuola.. Migliorano di molto i risultati scolastici (17); i docenti, i genitori, gli allievi, sentendosi parte viva della scuola, e non una appendice passiva, danno tutta la loro disponibilità per migliorare i processi di innovazione, sperimentazione, ottimizzazione dei servizi, per moltiplicare iniziative ed attività integrative ed extrascolastiche, per stabilire e potenziare rapporti con il territorio, per richiamare l'attenzione e la disponibilità, anche economico-finanziarie, di Enti, Associazioni, Industrie, banche, Fondazioni. Tutto questo perché si sentono direttamente coinvolti nella scuola, si identificano con essa, la sentono propria ed importante. Essa non è una cosa estranea alla loro vita, una parentesi passeggera di una esperienza pur interessante; è la loro “casa” dove trovano sicurezza e protezione, ascolto, consiglio, conforto, sostegno, anche oltre gli anni di frequenza scolastica. In questo modo la scuola va oltre se stessa e dilata la sua influenza educativa nel tempo e nello spazio, non solo sul fronte dei giovani, ma anche degli adulti dell'intero territorio in cui è inserita.

E questo non è una cosa da poco conto perché concorre a ridefinire e a valorizzare la sua funzione e il suo ruolo nella società moderna. Ruolo e funzione che, oggi, non le derivano tanto dalle sue possibilità di trasmettere conoscenze, perché molte e più potenti sono le agenzie di informazione e di conoscenza nella società della multimedialità, quanto piuttosto dal fatto che essa può offrire uno spazio di relazionalità significativa tra gli uomini, un tessuto di rapporti amorevoli tra soggetti di differenti generazioni, una platea di confronto di dialogo di verifica critica dei vari problemi che la vita avanza, un sostegno ed un aiuto per coloro che sono più in difficoltà a scoprire le ragioni del senso e della verità.

Questa sua nuova funzione e questi suoi nuovi compiti non le riducono lo spazio di attività, anzi glielo moltiplicano a dismisura, e ne fanno di essa una istituzione non solo necessaria, ma insostituibile, contravvenendo quelle teorie che, due decenni fa, ne volevano decretare la sua morte (18). Di essa, nonostante certi fenomeni di disaffezione, ne hanno bisogno soprattutto i giovani. Tutte le inchieste sulla condizione giovanile che sono state fatte, in questi ultimi anni, in Italia evidenziano la verità di quanto appena detto (19). La solitudine che essi avvertono e soffrono nelle anonime aree metropolitane, e spesso nella stessa loro famiglia, pretendono di poterla superare nella scuola che intendono e vogliono come spazio aperto e attento ai loro problemi e turbamenti. Per molti di loro essa rimane, infatti, l'unico punto di riferimento, l'unico ambito di protezione e di sicurezza, l'unico momento di confronto e di ricerca dei valori essenziali per la vita, la vera platea di autentica socializzazione. Ma, appunto per questo, la scuola, specie quella cattolica, non può trascinarsi nella riproposizione di modelli inattuali ed inefficaci di fronte ai nuovi problemi, non può essere soltanto fredda e formalistica istituzione , dove si assolutizzano i processi cognitivi e i rapporti gerarchici ed autoritativi a danno di quelli relazionali, amicali, conviviali. L'educazione ai valori, l'educazione alla vita sono operazioni non di pura ed astratta trasmissione di conoscenza, ma di esperienza e di assimilazione esistenziale, che può avvenire solo in un circuito di testimonianza e di amore, come è appunto la comunità educante. Questa connotazione, che è la comunità educante, anche se certamente non facile da governare, è un obiettivo che non può essere trascurato o peggio aprioristicamente rifiutato. È qui che si gioca per intero la vera originalità ed identità della scuola cattolica, la linea di demarcazione tra la scuola di qualità e di eccellenza e la scuola mediocre ed inattuale, tra la scuola che avrà certamente la garanzia di un futuro e quella destinata inesorabilmente a chiudere la sua esperienza perché “insignificante” e muta. Riuscire a realizzare questo aspetto è riuscire a mantenere viva la profezia dei grandi fondatori delle scuole cattoliche, in una società in cui le relazioni umane sono generalmente costruite sulla finzione o peggio sulla competitività e la prevaricazione; è riuscire ad “annunciare la buona notizia (vangelo) che la “comunione di vita ed azione” tra gli uomini è possibile nonostante le forti spinte corporative ed individualiste della attuale società del benessere e dell'opulenza, dell'interesse egoistico e della incomunicabilità.

I soggetti della comunità educante

Abbiano finora parlato di comunità educante; ma essa rischia di diventare una pura e semplice astrazione mentale o una semplice velleitaria aspirazione se il discorso non poggia concretamente sulle persone che la costituiscono. Essa è tale se i suoi diversi componenti, pur nella necessaria distinzione dei ruoli e delle competenze, sono riconosciuti come “ soggetti attivi ”, legati da un vincolo di corresponsabilità e di riconoscimento reciproco, nel perseguimento di obiettivi comuni e condivisi. Il suo modello costitutivo e funzionale, perciò, non può essere centralistico, verticistico, gerarchico. Questo non significa però che essa si debba scomporre e destrutturare in un “aggregato” indistinto, confuso, dove tutti fanno e possono fare tutto, dove tutti interferiscono autonomamente e arbitrariamente senza rispettare una definita e vincolante linea programmatica comune, dove sono soppresse le linee di demarcazione tra compiti, competenze, responsabilità, ruoli di ognuno. Se così fosse verrebbero meno le condizioni previe per ogni possibile funzionalità ed operatività e si creerebbero le premesse di un disagio diffuso che porterebbero necessariamente a forti conflittualità e al fallimento della scuola, in quanto necessariamente “società organizzata”.

Questo pericolo, che pure incombe come eventualità, e che in taluni casi, la scuola cattolica e molto di più la scuola statale italiane, lo hanno sperimementato amaramente, va scongiurato. Ma esso si è potuto verificare perché, o per ragioni politiche e sindacali (scuola statale), o per superficialità e bonomia (scuola cattolica), non sono stati definiti e rispettati alcuni punti invalicabili : che cioè la gestione comunitaria non annulla, né può annullare, la diversità dei ruoli, delle competenze, delle responsabilità, delle professionalità; che i diversi soggetti devono interagire tra di loro, non sovrapporsi; devono convergere non elidersi o divaricarsi; devono collaborare dialetticamente non contrapporsi e prevaricarsi; devono perseguire il bene comune non il proprio interesse individuale; devono tendere ad una sintesi di prospettive e sensibilità diverse, non all'autarchia di un solo punto di vista, imposto in maniera autoritaria o ricattatoria. Anche in una comunità educante i diversi soggetti, portatori di diritti e doveri diversi, non sono interscambiabili o omologabili, nè riconducibili ad un grigio ed uniforme appiattimento della loro diversità; come pure non va abolita l'autorevolezza ma l'autoritarismo.

La loro diversità è il problema , la sfida, spesso difficile da gestire, ma anche la opportunità , la ricchezza, il futuro della scuola.

Ma chi sono questi soggetti che costituiscono la comunità educante? Sono i Gestori, i Presidi, i Docenti, i Genitori, gli Alunni, il personale amministrativo ed ausiliario.

** Gestori . Generalmente le scuole cattoliche hanno come gestore le Congregazioni Religiose, portatrici di un particolare carisma, di una storia e prassi educativa, in taluni casi plurisecolare. Esse sono localmente rappresentate dalla “Comunità Religiosa”, la quale deve, o dovrebbe avere, un suo specifico progetto educativo. Un progetto educativo non definito una volta per tutte, non blindato all'apporto positivo degli altri soggetti, che di anno in anno si succedono nella scuola, che si propone all'opinione pubblica con la sua specificità ed originalità, con la sua proposta di servizio. Un progetto che col mutare delle circostanze storiche e culturali, dovrà necessariamente subire variazioni ed integrazioni, ma che non deve, in questo processo di necessaria storicizzazione ed incarnazione, perdere lo spirito originario che lo ha suscitata ed animato. La profezia del fondatore della Congregazione deve in esso perpetuarsi pur riattualizzandosi ed aggiornandosi. Esso è la memoria del passato e della tradizione che varca la soglia della speranza e della novità. È il carisma che qualifica la scuola come “cattolica”, ma anche come “una” delle diverse scuole cattoliche possibili. È un tratto fisionomico che non può essere perduto perché altrimenti verrebbe meno una identità e diversità che fa ricca la Chiesa. Ma nello stesso tempo non può nenache rendersi impermeabile alle nuove istanze che provengono dal mondo ribollente dei giovani.

** Presidi e docenti . “Nella comunità educante della scuola cattolica acquistano un particolare rilievo coloro che sono responsabili diretti della gestione dell'istituto e della sua organizzazione e programmazione culturale, didattica ed educativa. Ad essi è domandato, come fedeltà ad una specifica vocazione e ad una scelta di servizio, l'impegno a vivere e a far crescere le competenze e gli atteggiamenti richiesti dal loro compito, attraverso un cammino serio di formazione permanente, e cioè:

  • la “scelta di fede” , che orientando ed alimentando tutto il servizio professionale, diventa testimonianza cristiana e vocazionale, e fa di ogni educatore, un evangelizzatore (20);
  • la “disponibilità al ruolo educativo” , secondo l'identità e il progetto propri della scuola cattolica, accompagnata dal possesso delle competenze relative all'interazione educativa e alla comunicazione interpersonale, da cui viene sostenuta la dimensione comunitaria della scuola;
  • la “competenza professionale” , di tipo culturale, didattico ed organizzativo, all'interno della quale acquista, oggi, particolare importanza la capacità di programmazione, personale e collegiale, in quanto essa è riconosciuta come un modulo importante per gestire ed innovare i processi scolastici.

È compito di tutti gli operatori scolastici, conformemente ai rispettivi carismi e vocazioni, l'animazione cristiana ed ecclesiale dei rapporti educativi. In particolare spetta alla comunità religiosa, ove sia presente nella scuola cattolica, il compito di calare all'interno del progetto educativo l'originalità del carisma dell'istituto religioso e l'esperienza acquisita nella tradizione del servizio.

Ma questo impegno appartiene pure ai Presidi e ai Docenti “laici” perché in una chiara prospettiva di servizio ecclesiale e civile, è necessario che verifichino la possibilità e l'opportunità di offrire alla scuola cattolica la propria opera e la propria competenza. La presenza dei laici nella scuola cattolica esprime pienamente una vocazione all'impegno educativo e rende più piena e visibile la complementarità ecclesiale della comunità educante”. (21)

** Alunni . Tutti i documenti ecclesiali non temono di riconoscere ai giovani il loro giusto protagonismo nell'ambito della scuola. Anzi lo considerano non solo opportuno ma necessario al fine di raggiungere gli obiettivi educativi che la scuola si deve proporre. Un protagonismo non marginale, non tollerato, non subito, ma promosso ed aperto a tutte le espressioni compatibili con la scuola; un protagonismo, anzi, che non si chiude dentro la scuola, ma attraverso l'associazionismo cerca di interagire con il più vasto mondo dei giovani e della società esterna.

Una finestra, questo riconoscimento di protagonismo, di vera novità rispetto al passato, allorchè era generalmente prevalente una cultura impositiva, dall'alto verso il basso, secondo la quale l'alunno era un oggetto da plasmare, da conformare ad un modello esterno; oppure che riconosceva sì di dover dare ascolto ai giovani, ma attraverso modalità, venate spesso da paternalismo e moralismo, perché di fatto escludevano che essi potessero assumere il rischio dell'esercizio della loro libertà, che potessero esprimere giudizi, valutazioni, impegni, “formalizzati” in atti decisionali degli organismi rappresentativi di gestione della scuola (Organi Collegiali di Governo della Scuola).

Nel documento “Per la scuola” i Vescovi italiani scrivono parole chiare ed impegnative al riguardo: “ Consideriamo i giovani come primi interlocutori perché li consideriamo protagonisti centrali e non i destinatari o gli “utenti della scuola (22); e ancora: “Gli alunni sono i protagonisti primari del cammino culturale e formativo proposto nella scuola cattolica, e quindi devono partecipare all'elaborazione e all'attuazione di tale cammino, nelle forme rese progressivamente possibili dal maturare dell'età, Bisogna perciò individuare “forme” e “spazi” anche nuovi, che rendono la loro partecipazione “reale”, “coerente” con i criteri di comunione cui la scuola cattolica si ispira. Tra queste forme può rivelarsi particolarmente significativa la presenza degli studenti negli organismi di partecipazione; presenza che, oltre che essere espressione diretta delle esigenze giovanili, costituisce una “reale ed attiva forma di assunzione di responsabilità nella gestione della scuola” (23).

Ma è opportuno precisare che i vari documenti ecclesiali che trattano espressamente questo problema dei giovani e della loro collocazione nell'ambito della scuola, si sforzano di precisare bene i termini del problema per prevenire errori assai gravi ai fini di una corretta educazione. Il ruolo che i giovani devono assumere non deve essere quello contestativo o rivendicativo;a loro voce, anche se critica e graffiante, non deve avere i toni della contrapposizione e dello scontro generazionale, dell'attivismo sindacalista o politico, ma della collaborazione e della ricerca sincera del bene comune.

“In tale rapporto di condivisione della vita scolastica, agli alunni, è chiesto anzitutto di verificare e rendere progressivamente sempre più autentiche le motivazioni della loro presenza nella scuola cattolica, Questo impegno comporta una disponibilità seria e sincera verso la proposta educativa e culturale che viene loro rivolta: anche se il punto di partenza e lo svolgimento del loro cammino potranno comprensibilmente rivelarsi non privi di tensioni e problemi. La scuola da parte sua dovrà rispettare l'originalità, la fatica e talora anche le momentanee difficoltà di assimilazione personale di questi itinerari di crescita e di orientamento secondo il criterio di gradualità precedentemente indicato, nello stesso tempo però dovrà verificare e richiedere la lealtà nel rapporto educativo e nel confronto con la proposta culturale e l'impegno ad affrontare e risolvere seriamente i problemi personali.” (24)

** Genitori. La presenza, il ruolo e la funzione dei genitori nella scuola italiana hanno presentato, e tuttora presentano, diverse difficoltà per essere ricomposti in maniera equilibrata nel contesto della comunità educante. Una lunga e ingiustificata tradizione li ha sempre tenuti al di là delle porte di ingresso, attribuendo spropositatamente compiti diritti e doveri ai Presidi e ai Docenti. Si può dire che in qualche modo sono stati “espropriati” del loro diritto naturale, nonostante il riconoscimento del testo costituzionale, di essere i primi educatori dei propri figli. Questo purtroppo si è verificato, e ancora si verifica, anche in molte scuole cattoliche. Come giustificazione a volte vengono addotti argomenti, parzialmente veri ed oggettivi, ma inaccettabili, quali l'atteggiamento diffuso di delega di molti genitori, il pericolo di una loro eccessiva invadenza in ambiti non loro propri della gestione della scuola, la loro incapacità e impreparazione di fronte ai nuovi problemi dei giovani nella attuale società, ecc. Tutte cose anche, vere, ma che la scuola cattolica dovrebbe eventualmente prendere come pretesto in più per far accedere i genitori nella complessa operazione educativa della scuola e corresponsabilizzarli più di quanto loro, forse vorrebbero.

Anche su questo problema i vescovi italiani nel documento già citato sono chiarissimi e non offrono spazi di ambiguità “Anche nella scuola cattolica i genitori rimangono i primi responsabili dell'educazione dei figli, rifiutando ogni tentazione di delega educativa e sono a pieno titolo membri della comunità educante. La loro responsabilità e il loro compito si articolano in alcune direzioni ben precise (25):

** “Anzitutto i genitori sono tenuti a rendere autentiche le motivazioni in base alle quali operano la scelta della scuola cattolica. A questo proposito non è sufficiente la ricerca di un ambiente rassicurante, protetto, culturalmente ed educativamente ricco; i genitori devono comprendere che la scuola cattolica ha una sua identità ed un suo progetto, che qualificano la sua proposta culturale e pedagogica e non ammette una presenza indiscriminata e non consapevole. Questo comporta che essi devono conoscere e condividere, con interiore disponibilità, ciò che la scuola cattolica propone, anche per evitare pericolose fratture tra l'intervento educativo della scuola e quello della famiglia” (26);

** “I genitori sono chiamati anche a collaborare alla realizzazione del progetto educativo, secondo la competenza che è loro propria e che si definisce prevalentemente nel precisare gli obiettivi educativi cui la scuola tende. In particolare essi potranno arricchire questo progetto rendendo vivo ed esplicito il clima familiare che deve caratterizzare la comunità educante (27);

** “I genitori, infine, essendo contemporaneamente membri della comunità ecclesiale e civile, rappresentano il ponte più naturale tra la scuola cattolica e la realtà circostante (28).

Sarebbe interessante riportare, a conclusione di questo paragrafo alcuni brani di discorsi del Papa, Giovanni Paolo II. Purtroppo non c'è lo spazio e il tempo sufficienti. ma invito tutti ad andare a rileggere questi brani e a verificare la loro attuazione nella propria scuola.

Linee guida per un progetto educativo

Una scuola cattolica, una comunità educante si giustificano se hanno un progetto educativo da realizzare. E questo assolve i suoi compiti se tiene presenti le finalità imprenscindibili della scuola cattolica. Tutto il nostro discorso precedente non avrebbe senso se venisse meno la presenza del progetto educativo. Esso è la ragion d'essere della scuola cattolica, il suo identificatore, l'indicatore della sua qualità ed eccellenza, della sua originalità e diversità. Perciò un problema di grande rilievo sul quale concentrare ogni sforzo teoretico e pratico perché il risultato perseguito sia di grande profilo e realisticamente raggiungibile.

È opportuno, prima di entrare nel merito del problema, fare una premessa , di per sé ovvia, per evitare due possibili ed opposti errori: “laicizzare” la scuola cattolica, a danno di una sana “cattolicità” o “clericalizzarla” a danno di una sua sana “laicità”. Per esplicitare questa affermazione utilizziamo un testo molto noto di un documento ecclesiale: “Per comprendere in profondità quale sia la missione specifica della scuola cattolica è opportuno richiamarsi al concetto di “scuola”, precisando che se non è “scuola” e della scuola non riproduce gli elementi caratterizzanti, non può essere scuola “cattolica”. (29)

Perciò essa deve essere “luogo di formazione integrale attraverso l'assimilazione sistematica e critica della cultura. La scuola è, infatti, luogo privilegiato di promozione integrale mediante l'incontro vivo e vitale con il patrimonio culturale.

Ciò implica che tale incontro avvenga nella scuola sotto forma di elaborazione , cioè di confronto e di inserimento dei valori perenni nel contesto attuale: la cultura, infatti, per essere educativa, deve innestarsi nelle problematiche del tempo in cui si svolge la vita del giovane. La scuola deve stimolare l'alunno all' esercizio dell'intelligenza , sollecitando il dinamismo della elucidazione e della scoperta intellettuale ed esplicitando il senso delle esperienze e delle certezze vissute . Una scuola che non assolva questo compito e che, al contrario, offra delle elaborazioni prefabbricate, diventa per ciò stesso ostacolo alla sviluppo della personalità degli alunni.

Da quanto finora precisato emerge la necessità che la scuola metta a confronto il proprio programma formativo, i contenuti e i metodi con la visione della realtà a cui si ispira e dalla quale tutto nella scuola dipenda.

Il riferimento implicito o esplicito a una determinata concezione di vita (Weltanschauung) è infatti ineludibile, in quanto rientra nella dinamica di ogni scelta. Per questo è decisivo che ogni membro della comunità scolastica tenga presente tale visione della realtà, sia pure a diversi gradi di consapevolezza, se non altro per conferire unità all'insegnamento. Ogni visione della vita si fonda, infatti, su una determinata scelta di valori in cui si crede e che conferisce ai docenti autorità per educare. Non va dimenticato che nella scuola si istruisce per educare , cioè per costruire l'uomo dal di dentro, per liberarlo dai condizionamenti che potrebbero impedirgli di vivere pienamente da uomo. Per questo la scuola deve partire da un progetto educativo intenzionalmente rivolto alla promozione totale della persona.

È compito formale della scuola, in quanto istituzione educativa, rilevare la dimensione etica e religiosa della cultura , proprio allo scopo di attivare il dinamismo spirituale del soggetto e aiutarlo a raggiungere la libertà etica che presuppone e perfeziona quella psicologica. Ma non si dà libertà etica se non con il confronto dei valori assoluti dai quali dipende il senso e il valore della vita dell'uomo.

Se si ascoltano le esigenze più profonde di una società caratterizzata dallo sviluppo scientifico e tecnologico emerge con evidenza la necessità che la scuola sia realmente educativa , in grado cioè di formare personalità forti e responsabili, capaci di scelte libere e giuste. Così configurata,la scuola non indica soltanto una scelta di valori culturali , ma anche una scelta di valori di vita . Per questo essa deve costituirsi come comunità educante nella quale i valori sono mediati da rapporti interpersonali autentic i tra i diversi membri che la compongono e dall'adesione non solo individuale ma comunitaria alla visione della realtà a cui la scuola si ispira. (30)

Quanto fin qui detto sono caratteristiche della scuola cattolica in quanto “scuola”; ma è necessario precisare ciò che la specifica come “cattolica”. Essa è tale se si riferisce esplicitamente alla vera concezione cristiana della realtà, di cui Gesù cristo è il centro, il fondamento, il fine.

Nel progetto educativo della scuola cattolica il Cristo è il fondamento: egli rivela e promuove il senso nuovo dell'esistenza e la trasforma abilitando l'uomo a vivere in maniera divina, cioè a pensare, volere agire secondo il Vangelo, facendo delle beatitudini la norma di vita. È proprio nel riferimento esplicito e condiviso da tutti i membri della comunità scolastica - sia pure in grado diverso - alla visione cristiana, che la scuola è “cattolica” perché i principi evangelici diventano in essa norme educative, motivazioni interiori e insieme mete finali. (31)

La scuola cattolica in tal modo è consapevole di impegnarsi a promuovere l'uomo integrale, perché nel Cristo, l'Uomo perfetto, tutti i valori umani trovano la loro realizzazione piena e, quindi, la loro unità. Qui sta il carattere cattolico specificamente suo e si radica il suo dovere di coltivare i valori umani nel rispetto della loro legittima autonomia , in fedeltà alla peculiare missione di porsi a servizio di tutti gli uomini. Gesù Cristo, infatti, eleva e nobilita l'uomo, valorizza la sua esistenza, costituisce il paradigma e l'esempio di vita proposto dalla scuola cattolica ai giovani. (32)

“Se dunque essa come ogni altra scuola è finalizzata alla comunicazione critica e sistematica della cultura in ordine alla formazione integrale della persona, persegue tale fine nella visione cristiana della realtà mediante la quale la cultura umana acquista il suo posto privilegiato nella vocazione integrale dell'uomo (Gaudium et spes, 57). tenuto conto che l'uomo storico è l'uomo redento da Cristo, la scuola cattolica mira a formare il cristiano nelle virtù che lo specificano e lo abilitano a vivere la vita nuova nel Cristo consentendogli di collaborare in fedeltà all'edificazione del regno di Dio” (33). Queste premesse permettono di indicare i compiti espliciti della scuola cattolica che si polarizzano nella sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita. (34).

Per concludere. Una scuola cattolica che voglia essere pienamente scuola non può non avere un esplicito e formalizzato progetto educativo, che si riferisca ai valori ispiratori generali, quelli evangelici, a definiti metodi, obiettivi, finalità, a contestualizzazioni storiche che lo rendono attuale e rispondente ai diversificati e modificabili bisogni educativi. Un progetto, cioè, non astorico, ma incarnato nel tempo e nello spazio ; un progetto non uguale sempre a se stesso, utilizzabile per tutte le stagioni, ma individualizzato e personalizato secondo la varietà, originalità e diversità dei singoli uomini e dei loro contesti socio-culturali in cui nascono e vivono, un progetto non sfuggente di fronte alle grandi tematiche e sfide della società post-moderna e del pensiero “debole” e “unidimensionale”.

Esso si pone come progettualità globale che dà una consistenza più limpida e decisa alla funzione educativa della scuola... Non vanno ignorate le difficoltà alle quali va incontro questa elaborazione progettuale. Viviamo, infatti, in un pluralismo culturale, povero di evidenze condivise, caratterizzato dalla convivenza passiva di diversi orientamenti e talora dalla pretesa della “neutralità” della scuola circa i valori. Su questa progettualità molte sono le conquiste delle scienze moderne dell'educazione; i Vescovi italiani invitano tutti gli operatori della scuola a rimotivarle secondo l'originalità cristiana e propongono alcuni nuclei che considerano prioritari. Innanzitutto il riferimento a un'idea di scuola per la persona e di scuola delle persone , cioè a uno spazio relazionale , nel quale alcuni soggetti personali concorrono alla costruzione di identità personali libere e consapevoli, tramite una proposta culturale seria e ricca di significati validi e condivisi (35).

** Scuola e persona. È senzaltro un fatto positivo che negli ultimi anni la scuola sia vista meno come un obbligo da assolvere e sempre più come la doverosa risposta della società e delle sue istituzioni al diritto all'educazione e all'istruzione delle persone.

Tale mutamento di prospettiva mette al centro la persona , e chiede alla scuola di rendere sempre più flessibili e adeguati i propri percorsi e le proprie strutture, così da rispondere all'originalità e alla varietà delle situazioni personali ed ambientali. Ciò risulta particolarmente importante là dove l'esistenza di svantaggi psicofisici o culturali rende difficile l'inserimento scolastico o domanda integrazioni e recuperi in vista del raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Crediamo che la scuola possa adempiere al suo servizio alla persona anzitutto ponendosi come spazio intenzionale di comunicazione interpersonale . L'educazione, infatti, come scrive Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie - “è una comunicazione vitale, che non solo costruisce un rapporto profondo tra educatore ed educando, ma li fa partecipi entrambi alla verità e all'amore, traguardo finale a cui è chiamato ogni uomo (Lettera alle Famiglie n. 16).

La comunicazione sarà tanto più costruttiva quanto più saprà abbracciare - nei modi culturali propri della scuola - tutte le dimensioni della persona , sottolinenandone le attese più profonde ed esplicitando quei significati che facilmente vengono trascurati dalla mentalità corrente: la ricerca della verità, la comprensione dell'identità e dignità propria delle persone, l'educazione alla responsabilità e alla solidarietà, il senso religioso (36)

** Scuola e comunità . Molti sono i segni di una preoccupante crisi di appartenenza che i giovani manifestano nei confronti del mondo adulto e delle sue istituzioni sociali e politiche. Le conseguenze di tale sradicamento sono l'autoemarginazione e la solitudine , alle quali si tenta di sfuggire identificandosi con gruppi fortemente caratterizzati (magari per la violenza ideologica e comportamentale), oppure disperdendosi nei riti di massa, propri di molta parte del mondo giovanile (la discoteca, il tifo sportivo...).

Ora se è naturale che i giovani esprimano una soluzione di continuità rispetto a ciò che li ha preceduti, diventa invece preoccupante pensare che il distacco possa dipendere dal non sentirsi coinvolti in una comunità di persone che permette di vivere la condivisione e la partecipazione di cui ciascuno ha bisogno. Per questo sembra necessario creare le condizioni - anche nella scuola - per una nuova ed efficace formazione alla cittadinanza , cioè alla relazione interpersonale di reciprocità, che va fondata e vissuta nel rispetto dei diritti e dei doveri, nell'accoglienza e nella solidarietà e anche nella sobrietà circa l'uso dei beni, per garantire giuste condizioni di vita per tutti, per oggi e per domani. È dunque compito della scuola contribuire alla crescita di tale nuova cittadinanza, offrendo l'immagine e l'esperienza di una comunità di persone , dove nel rispetto della diversità di ruoli e di competenze, i giovani possono imparare a vivere concretamente i processi della partecipazione (P. Freire, L'educazione come pratica della libertà), della democrazia , della responsabilità personale nel lavoro, dell'attenzione agli altri, soprattutto se meno meno dotato o con più problemi. In tale modo la scuola potrà costruirsi anche come comunità educante, attorno a valori progettuali condivisi e in dialogo con la società civile.

C'è anzi una sfida culturale e morale che, oggi, travaglia molti Paesi almeno dell'Occidente e interpella pure la scuola: è l'impegno a dar vita ad una cultura e ad un ordinamento socio-politico che sappiano salvaguardare contemporaneamente i valori propri delle identità locali e l'aperturta solidale al più vasto ambito nazionale, europeo e mondiale (37).

** Scuola e cultura. Tutti noi ci troviamo oggi sgomenti da una molteplicità confusa e spesso contraddittoria di messaggi, diversi per contenuto e provenienza. È un mondo frastornante nel quale è difficile, se non impossibile, orientarsi e trovare qualche criterio di selezione ed ordine. Di fatto ne vediamo le conseguenze, particolarmente pesanti nei bambini e nei giovani: uno stato diffuso di disorientamento che conduce allo scetticismo e al relativismo , o una adesione qualunquista a idee che sono frutto di esperienze occasionali o della comunicazione anonima del cosiddetto ‘tempo libero', o magari del tempo bruciato nel pendolarismo quotidiano. In questa situazione si può dire che compito della scuola è offrire un sapere per la vita , e questo in due direzioni.

  • la prima consiste nell'offerta di strumenti che permettano ai giovani di interpretare ed ordinare criticamente i molteplici messaggi ricevuti in vario modo. Ciò comporta da parte della scuola, l'impegno di predisporre percorsi di conoscenza e di valutazione dei linguaggi e dei quadri di riferimento, che caratterizzano la fitta rete della comunicazione.
  • la seconda è la paziente e continuativa introduzione nel mondo dei significati umani (personali e collettivi) che sono stati e sono continuamente intuiti, comunicati e custoditi nella letteratura e nell'arte, nella ricerca scientifica e filosofica, nell'esperienza spirituale e religiosa. Da questo orizzonte di valori della persona, i giovani potranno trarre i criteri per una valutazione sapienziale e morale dei messaggi e delle esperienze.

Un sapere per la vita è dunque il possesso di strumenti mentali, di informazioni corrette e di riferimenti ideali, che rende possibile il distacco critico e l'autonomia personale, senza dei quali non ci sono libertà e responsabilità.” (38)

Dalla teoria alla prassi: lentezze e resistenze

Il documento di lavoro del recente Convegno ecclesiale su “La presenza della scuola cattolica in Italia” (1991), affrontando il tema della comunità educante ne rileva una serie di conseguenze ineludibili sul piano sia educativo che gestionale e culturale. “Il cammino della verità diventa in una scuola cattolica cammino della libertà e della carità ed ha l'esigenza di realizzarsi come comunità educante, intuizione ricchissima che sul piano educativo significa il rifiuto della delega educativa, firmata ai ruoli docenti o direttivi, e il conseguimento invece di tutti nell'opera di trasmissione del senso della vita. Sul piano gestionale comporta il superamento della privatizzazione dell'istituzione verso una gestione sociale che riflette e promuove i dinamismi di condivisione e di corresponsabilità, riportando la scuola cattolica alla comunità cristiana. Infine, sul piano culturale, è affermazione della scuola cattolica a produrre cultura facendosi carico della sua istituzionalizzazione scolastica, dando vita cioè ad una esperienza in cui si riesce a progettare e realizzare più educatività nella scuola e più scolarità nell'educazione. (39)

Molti nell'ambito della scuola cattolica riconoscono teoricamente che essa debba essere una comunità educante; e a questo concetto riescono anche ad entusiasmarsi partecipando al dibattito. Succede, spesso, però, che questo discorso rimanga solo teorico e impedito a tradursi nella realtà attraverso forme che lo oggettivizzino e lo sostanzino: quali la progettualità educativa partecipata, la responsabilizzazione e il coinvolgimento dei soggetti educativi, la struttura organizzativa allargata, la trasparenza amministrativa, la sintonizzazione con la comunità più grande che è la chiesa e la società, il collegamento in rete con le altre scuole cattoliche. In altre parole, una comunità educante che viene concepita più come argomento di dibattito ideologico ed astratto da salotto che non come nuovo e rivoluzionario paradigma culturale per modificare la tradizionale organizzazione della scuola, che rimane nella sostanza delle cose ancora di tipo verticistico, paternalistico, impositivo, autoritario. Ancorate a questi vecchi principi, purtroppo, sono molte ancora le scuole cattoliche, anche se i Documenti Ecclesiali sulla scuola, la FIDAE e altre Organizzazione hanno ripreso ripetutamente questi problemi. Sono stati, infatti, attivati convegni, pubblicazioni, riviste finalizzati a promuovere una cultura nuova: quella della comunità educante. A titolo esemplificativo possiamo riassumere ad alcune affermazioni le ragioni di queste lentezze e resistenze , verificatesi in molte scuole:

** uno scarto culturale tra le novità in atto nel mondo della scuola e i dirigenti delle scuole cattoliche, impreparati ad avvertire e ad apprezzare queste novità che avanzano nella chiesa, nella società civile e nella coscienza della gente;

** una formazione culturale pregressa, sostanzialmente costruita su un modello verticistico, paternalistico, in taluni casi autoritario e non democratico,in cui il soggetto dell'educazione non è riconosciuto come tale, ma come “oggetto” di manipolazione e sempre in posizione di dipendenza e subalternità;

** una superata concezione dell'educazione, concepita come azione “solitaria” di qualcuno, anzichè come esperienza comunitaria ed interattiva, secondo la ben nota massima di P. Freire: “nessuno educa nessuno, neppure se stesso; gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo”;

** il timore che la condivisione allargata della responsabilità educativa possa diventare una minaccia per la propria autonomia didattica, economica, e per la salvaguardia della propria identità culturale;

** la scarsa conoscenza delle moderne tecniche gestionali di attività complesse, specialmente quelle relative alla gestione “risorse umane”, tutte orientate a modelli reticolari di competenze e non più piramidali;

** un insufficiente riconoscimento della responsabilità dei genitori e degli allievi, come primi titolari del diritto alla propria istruzione ed educazione e solo sussidiariamente di competenza dello stato e della scuola;

** una eccessiva pretesa e arroganza culturale di considerare se stessi come gli unici e migliori educatori con l'esclusione ingiustificata di possibili apporti educativi di altri;

** un inconscio sentimento di insicurezza di fronte alla molteplicità dei soggetti, percepiti non in maniera amichevole, ma come potenziale minaccia di sé e del proprio ambiente.

La organizzazione e gestione collegiale della scuola, e più ancora la scuola come comunità, è una forma più alta e più efficace rispetto a quella tradizionale, di tipo istituzionale ed autoritativo, ma presuppone maggiore dedizione, professionalità nei gestori, nei presidi e nei docenti perchè c'è da raggiungere un equilibrio superiore, più complesso, più dinamico, più fluido tra le molte componenti della scuola, portatrici di istanze, bisogni, diritti, diacronicamente e sincronicamente sempre diversi. Diversità che non è facilmente prevedibile e conciliabile, e, quindi, permanentemente problematica. Ma l'alternativa a questa difficoltà è la morte della scuola cattolica, perchè la renderebbe di basso profilo, la porterebbe a dirigerla con metodi, oggi, inaccettabili per la cresciuta coscienza civile dei propri diritti da parte della gente e per gli inevitabili raffronti con la scuola pubblica di stato, che in Italia, come in tutta Europa, sotto la pressione delle grandi riforme in atto, si sta muovendo rapidamente non solo verso la democratizzazione organizzativa, ma verso un livello di alta qualità ed eccellenza.

Se la scuola cattolica non sarà capace di realizzare compiutamente la “comunità educante”, è a mio avviso, in contraddizione con se stessa , con i grandi valori cristiani a cui essa si ispira e di cui dovrebbe essere “testimonianza e profezia”, con la concezione della dignità della persona, della famiglia (titolari del diritto dell'istruzione ed educazione), con i valori invalicabili della libertà e carità, di cui la convivialità, la familiarità, l'amicizia, la relazionalità, l'alterità, ecc., sono una espressione); è in contraddizione con le grandi esperienze educative e scolastiche cattoliche che hanno segnato positivamente tutto il mondo (Calasanzio, La Salle , Don Bosco, Mazzarello, ecc.); è in contraddizione con la storia che, pur tra mille incertezze e scacchi, si sta muovendo nella direzione della solidarietà e convivialità, della democrazia e del pluralismo. E questa sua eventuale contraddizione non può essere, perciò, che l'inizio della sua decadenza e della sua inutilità storica, in quanto priva di una originalità essenziale, che la distingue dalle altre scuole e la legittima come necessaria ed insostituibile.

Le persone consacrate nella scuola

Un'altra questione, sulla quale ritornano con frequenza alcuni documenti, è quella relativa alle persone consacrate, impegnate nell'ambito della scuola. Non poteva essere diversamente anche per una ragione di natura storica. La quasi totalità delle scuole cattoliche, infatti, dal Medioevo fino a qualche decennio fa, è stata espressione prevalente, se non addirittura esclusiva, delle Congregazioni religiose. Un patrimonio incalcolabile di opere, di cultura, di esperienza educativa che ha prodotto risultati grandissimi per quantità e qualità, e teorizzato originali metodi pedagogici di altissimo livello scientifico.

In particolare, la Congregazione per l'Educazione Cattolica, quasi come prosieguo ideale e completamento di una precedente riflessione sulla presenza del laico cattolico nella scuola (40), ha pubblicato nel 2002 un articolato documento, intitolato “Le persone consacrate e la loro missione nella scuola(41), nel quale riassume quanto di meglio si è andato ad accumulare sull'argomento e traccia un profilo di questa figura, che oggi acquista una rinnovata importanza di fronte alle grandi sfide della postmodernità, della secolarizzazione, della multiculturalità. Smentendo un'opinione, diffusasi in certi ambienti ecclesiali dopo gli anni settanta, riconosce una rigorosa coerenza, quasi una connaturalità, tra la vocazione religiosa e la sua realizzazione nella scuola: “Il profilo delle persone consacrate fa emergere con chiarezza quanto l'impegno educativo nella scuola sia confacente alla natura della vita consacrata” (42).

Questa considerazione, per la verità non è nuova perchè altre volte erano stati espressi solennemente giudizi analoghi. Ma averla riaffermata con un documento specifico, ampiamente argomentato, contribuisce a chiarire un pericoloso equivoco e a scongiurare una eventuale “fuga” da un ambito pastorale assai importante. L'identità del religioso, il portato della sua umanità e della sua esperienza, la sua scelta radicale per i valori che contano, il suo riferimento esplicito all'Assoluto, la dimensione conviviale del suo vivere in comunità diventa per i giovani un forte e affascinante richiamo alla qualità della vita, un “segno”, una “profezia” di una pacificata condizione umana in un mondo lacerato da odi e divisioni e, perciò, è una giustificazione più che plausibile perchè questa presenza continui ad esserci e ad operare.

Sull'onda di questi pensieri, il documento citato ritorna a più riprese con l'obiettivo esplicito di sgomberare il campo da ogni residuo pregiudizio che possa mettere in forse l'importanza per un religioso di vivere la sua vocazione in una scuola: “Le sfide del mondo postmoderno danno nuove motivazioni alla missione delle persone consacrate chiamate a vivere i consigli evangelici e a portare l'umanesimo delle beatitudini nel campo dell'educazione e della scuola”. La loro è una “missione ecclesiale di importanza vitale in quanto educando collaborano alla evangelizzazione”, “realizzano la propria vocazione e la propria scelta di vita”, “compiono un cammino di santità, soddisfano un'esigenza di giustizia e di solidarietà verso i giovani più poveri e minacciati da varie forme di devianza e di rischio”. I religiosi, in base alla propria specifica forma di vita cristiana, “portano nella scuola l'esperienza del rapporto con Dio, radicato nella preghiera, nell'eucaristia”; “in ragione dei consigli evangelici costituiscono la memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù”; “manifestano una esplicita visione antropologica nell'orizzonte di un umanesimo plenario” (43).

Parole chiare e inequivocabili che avvalorano l'opzione pastorale nell'ambito scolastico e incoraggiano chi, costretto ogni giorno a scontrarsi con difficoltà di natura organizzativa, gestionale, economica, subisce le tentazioni e le lusinghe di voltare le spalle e percorrere nuovi e più facili sentieri. Parole che fanno eco a quelle, altrettanto chiare e inequivocabili, pronunciate solennemente da Giovanni Paolo II, il 23 novembre 1991, ai rappresentanti delle scuole cattoliche, riuniti nella Piazza di S. Pietro: “Io vi invito ad avere coraggio, a ritenere che il dialogo tra fede e cultura, che voi impostate ed attuate nella scuola, ha in sé i germi decisivi che potranno sostenere lo sforzo della nuova evangelizzazione della Chiesa. La Chiesa si aspetta molto dalla scuola cattolica per la sua stessa missione in un mondo, in cui la sfida culturale è la prima, la più provocante e gravida di effetti. Tocca a voi di ripensare il vostro compito, sapendo che la scuola cristianamente assunta è e rimane luogo di autentica vocazione religiosa, di testimonianza missionaria e di cammino di grande santità”.

Conclusione

Volendo riassumere quanto emerge dalla lettura dei documenti ecclesiali ai quali questo CD fa riferimento, si può affermare che, oggi più di ieri, la scuola cattolica ha una sua grande e originale funzione da svolgere, una sua piena validità e legittimazione. Ma ad alcune condizioni , pur nella diversità della loro declinazione: che abbia una chiara e definita identità (sia pienamente “scuola” e scuola “cattolica”), collochi la persona umana al centro del suo progetto educativo, svolga un servizio di qualità e di eccellenza, privilegi i giovani poveri e marginali, abbia un'organizzazione comunitaria in cui tutti siano riconosciuti (anche se con ruoli, competenze, responsabilità diversi) come soggetti attivi, non abbia finalità di lucro, si ponga in atteggiamento di ricerca e di dialogo costruttivo con le sfide della postmodernità, contribuisca a creare una società più libera, più giusta, più umana.

Per un credente, un religioso operare nella scuola nella scuola cattolica (ma lo stesso discorso vale anche per la scuola pubblica) non è una “divagazione” rispetto ad altre opzioni pur importanti e legittime, non è un “depotenziare” lo slancio della propria fede e della propria carità per una scelta di scarso significato. Tutt'altro. È nella scuola, sempre che essa operi come dovrebbe, che si aiutano le persone a raggiungere la misura della propria umanità; è nella scuola che si possono prevenire le gravi e drammatiche contraddizioni delle nostre società che ogni giorno si denunciano nei discorsi e nei giornali; è nella scuola che si aiuta l'intelligenza ad aprirsi alla verità e al mistero della vita; è nella scuola che è più facile far incontrare gli uni gli altri pur nella diversità di opinione, razza, etnia; è nella scuola che a tutti vengono dati gli strumenti per affrontare e vivere il proprio futuro di uomo, cittadino, lavoratore.

Non è affatto retorica celebrativa affermare che scegliere la scuola cattolica come campo di lavoro (l'evangelica “vigna” del Signore) è una più che sicura garanzia per assolvere la propria vocazione di uomo e di credente, una più che dignitosa modalità esistenziale per assecondare le più nobili aspirazioni della propria coscienza, per percorrere il difficile sentiero della propria santificazione, per testimoniare la speranza alla quale il cristiano è chiamato. Perchè fare questa scelta significa contribuire ad umanizzare il mondo, partecipare come piccolo maestro alla stessa missione profetica e salvifica del grande ed unico Maestro.

Note

  1. E. Cresson, Insegnare e apprendere. Verso la società cognitiva, Bruxelles, 1995; E. Cresson, Crescita, competitività, occupazione, Bruxelles, 1994; Commissione Europea, la dimensione Europea dell'istruzione, 1994; Commissione Europea, Apprendre dans la société de l'information, Bruxelles, 1996; J. Delors, Accomplir l'Europe par l'education et la formation, Bruxelles, 1997; Commissione Europea, Libro verde: Istruzione, formazione e ricerca,, Bruxelles, 1996; Commissione Europea, Agenda 2000, Bruxelles, 1998; G. Acone, Declino dell'educazione e tramonto d'epoca, La Scuola , Brescia, 1994; G. Vico, L'educazione frammentata, Brescia, 1996
  2. J. Delors, Nell'educazione un tesoro, UNESCO, 1996
  3. Jacques Delors, ibidem
  4. CEI, Per la scuola. Lettera agli studenti, ai genitori, alle comunità educanti, n. 2
  5. Marshal Mc Luhan, Il medium è il massaggio, Milano, 1968; Gli strumenti del comunicare, Milano, 1968
  6. Vaticano II, Gravissimum Educationis, n. 8
  7. Congregazione per l'Educazione Cattolica, La dimensione religiosa della educazione nella scuola cattolica, n.31
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