Anno Paolino

Anno Paolino

INTRODUZIONE

Fratelli e sorelle,

Figli carissimi,

in questi primi dieci anni del Terzo millennio la Chiesa che è in Italia si è impegnata in maniera più consapevole e più motivata a "comunicare il Vangelo in un mondo che cambia". È stata sicuramente una scelta illuminata. Il Convegno ecclesiale di Verona ha richiamato la nostra attenzione e responsabilità sul dovere di essere "testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo". Una scelta, anche questa, che potremmo dire "profetica". Annunciare il Vangelo, testimoniare il Risorto, ridare speranza all’uomo, sono urgenze impellenti. Trascurarle significa tradire l’uomo, defraudarlo di beni di cui ha un bisogno vitale ed irrinunciabile. Per questo, dopo un attento ascolto del Consiglio presbiterale diocesano e di quello pastorale, ho deciso di proporvi un cammino sulle orme dell’Apostolo Paolo.

Perché proprio San Paolo?

• Perché S. Paolo è l’apostolo per antonomasia, è l’evangelizzatore infaticabile, è il maestro e il modello impareggiabile di quanti vogliono essere "collaboratori di Dio" per la costruzione del Regno.

• Perché la nostra Città di Siracusa ha avuto il privilegio di accogliere l’apostolo delle genti mentre veniva tradotto in catene a Roma, secondo la testimonianza inconfutabile del suo discepolo Luca, il quale nel libro degli Atti degli Apostoli scrive: "Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni" (At 28,12).

• Perché nel 2007 ricorre il 1940° anniversario del martirio di S. Paolo, morto nel 67, secondo la datazione classica suggerita dagli Atti degli Apostoli.

• Perché il suo esempio e il suo insegnamento ci aiutano ad affrontare i problemi più scottanti del nostro tempo: quelli riguardanti l’uomo, la salvezza, il creato; quelli riguardanti la Chiesa, la famiglia, la società; i problemi dell’autorità e della libertà, della sofferenza e della santità, del laicato e dei consacrati…

• Perché Paolo è l’uomo delle sintesi più ardite: uomo d’azione e grande contemplativo; affascinante oratore e orante appassionato; acuto pensatore e abile organizzatore; uomo di governo e padre tenerissimo; esperto del soffrire e sempre colmo di gioia… Una vita, la sua, perfettamente unificata e totalmente donata.

• Non si può, però, affezionarsi a Paolo senza conoscerne la vita, senza leggerne le lettere, senza scoprirne la densità e profondità del pensiero. Questo è un lavoro che ciascuno deve fare da sé: non possiamo delegarlo ad altri. Ci si innamora di Paolo leggendo i suoi scritti, studiandoli, meditandoli senza fretta e senza la pretesa di capire tutto e subito. Bisogna chiedere allo Spirito che apra il nostro cuore e ci faccia intendere quelle parole, che sono "parole di vita". Solo la familiarità con la sua teologia, con la sua spiritualità, con la sua vita intensa e travagliata, ci permette di sperimentare il fascino che si sprigiona da questo gigante del Vangelo, da questo atleta di Dio. Come non ammirare il suo appassionato amore per Gesù, il suo desiderio ardente di vivere per lui, il suo inarrestabile andare per il mondo sospinto dalla carità, l’instancabile passione per la Chiesa, la straripante umanità nelle sue relazioni con le comunità e coi collaboratori?

Parte Prima

GUARDANDO A SAN PAOLO

In questa prima parte della mia lettera pastorale vorrei indugiare con voi su tre aspetti della personalità di S. Paolo:

a) L’uomo.

Paolo distingue in sé la fragilità dell’uomo e la potenza della grazia. Per la grazia afferma: "Tutto posso in Colui che mi dà la forza" (Fil 4,13); per la fragilità umana, invece, sa di essere un "vaso d’argilla" (2Cor 4,7). "Noi però possiamo dire che, anche come vaso, è stato uno dei più forti e migliori che siano esistiti nella storia. Entra nella categoria dei geni" (I. Leal). Ha il carattere del "leader". Emerge sui suoi compagni nel giudaismo (Gal 1,14), supera gli altri apostoli nel cristianesimo (1Cor 15,10). È arrivato per ultimo ed è diventato il primo. Mai pago delle sue conquiste, vive sempre proteso in avanti, verso il futuro, verso la meta che gli sta dinanzi (Fil 3,13). Quello che vive, lo vive intensamente: "Mi prodigherò – dice – volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime" (2Cor 12,15).

• Paolo non dovette avere un fisico eccellente. Lo ammette egli stesso (2Cor 10,1) e non nasconde le debolezze del suo corpo (Gal 4,13ss). E tuttavia, oltre al sistema nervoso saldo, dovette avere un corpo abbastanza robusto per sopportare la fatica di tanti viaggi a piedi, per affrontare i mille pericoli della sua esistenza; per resistere alla fame, alla sete, ai digiuni, al freddo, alla nudità; per sopportare flagellazioni, lapidazioni, naufragi… Si rilegga la pagina infuocata della 2Cor 11,23-27, dove egli, costretto a polemizzare per difendersi da quelli che lo denigrano, parla delle sue esperienze di vita, lasciandoci senza fiato…

• Intelligenza acuta, illuminata dalle "parole del Signore" e guidata dallo Spirito, Paolo è penetrato nel mistero dell’Antico Testamento; ha colto d’istinto la novità di Cristo, il significato della Sua vita e della Sua dottrina. Il rapporto tra fede e opere, tra grazia e legge, tra l’antico popolo e il nuovo popolo di Dio che abbraccia tutte le genti – solo per portare qualche esempio – è espresso da lui con chiarezza. Egli ha elaborato la teologia della Croce e la dottrina del Corpo mistico, della vita cristiana che nasce dall’essere sepolti con Lui nel Battesimo, si sviluppa nell’effusione dello Spirito filiale nei cuori, si esplica attraverso un’esistenza vissuta in Cristo, con Cristo, per Cristo: con Lui sepolto, con Lui risorto, con Lui asceso al cielo, il cristiano è per vocazione uno che permette a Cristo di portare nella Chiesa e nel mondo il Suo "troppo grande" amore. Egli è insieme un ragionatore sottile – e in questo ci mostra come usare il dono di Dio – e un contemplativo inabissato nel mistero. Asceta e mistico, ha edificato la sua esistenza e il suo ministero sulla salda roccia che è Cristo.

• Paolo si caratterizza anche per la forza di volontà. Ha un temperamento battagliero. Ama lo sforzo, la lotta, la veglia, la rinuncia, giacché – dice – "ogni atleta è temperante in tutto" (1Cor 9,25). Non ama le mollezze, che fiaccano il carattere e ottundono la mente, ma sottopone il suo corpo a severa disciplina, come il cavaliere sprona il cavallo perché corra: "Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù…" (1Cor 9, 26 sg). L’immagine del corridore, come quella del pugile o del soldato in veglia d’armi, lo entusiasma. È uno che sa quel che vuole e lo persegue con lucidità e determinazione. Volontà forte, o piuttosto volontà libera, la sua, perché fondata su convinzioni che gli danno un dominio sereno sulle vicende: volontà fondata sulla fede teologale, come vedremo.

• Questo suo modo di essere, però, non deve trarci in inganno, non ce lo deve far pensare come un tipo duro, arcigno, incapace di tenerezza. Paolo ha un grande cuore, grande come il mare. Questo gli ha fatto abbattere ogni barriera, ha fatto cadere i confini della sua nazione e gli ha fatto abbracciare tutti gli uomini come "uno solo in Cristo". Per lui "non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28). È sensibile, è delicato, ha un cuore di padre e di madre (cfr 1Ts 2,7.11). È capace di toccare e di fare vibrare nel modo giusto i sentimenti dei suoi interlocutori. Solo qualche esempio. La difesa dello schiavo Onesimo presso il padrone: quale delicatezza, quale finezza e insieme quale autorevolezza, quale capacità di portare sul piano soprannaturale Filemone perché riaccolga come fratello lo schiavo fuggitivo e convertito a Cristo! Con i Filippesi si strugge in sentimenti di affetto e gratitudine. Per la malattia di Epafrodito soffre come se fosse sua (cfr Fil 2,25-30). Un uomo, dunque, di eccezionale statura. Ci si sente onorati e confortati ad averlo come maestro di vita. È un privilegio appartenere con lui alla schiera dei discepoli di Cristo.

b) L’apostolo

Ha lavorato indefessamente, senza mai risparmiarsi. Ha camminato per una media di 30 chilometri al giorno. Ha faticato più di tutti gli altri (1Cor 15,10). Nella lettera ai Romani può scrivere: "Da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del Vangelo di Cristo" (Rm 15,19). Il suo impegno era di evangelizzare ove Cristo non era ancora conosciuto (Rm 15,20). Voleva che il Vangelo facesse la sua corsa per il mondo. Portare all’uomo il lieto annuncio non era per lui un vanto, ma un dovere: "Guai a me – diceva – se non predicassi il Vangelo" (1Cor 9,16). Sapeva bene che il Vangelo "è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Sapeva bene che l’uomo non può fare a meno di questa luce dall’alto e perciò lo predicava con coraggio (At 9,27) e non si è "mai sottratto a ciò che poteva essere utile al fine di predicarlo" (At 20,20) e di far conoscere a tutto il mondo l’inesauribile ricchezza della grazia che salva. Camminò senza sosta, parlò giorno e notte (cfr At 20,3-12) per dare a tutti la lieta notizia che Cristo ha vinto il peccato e la morte e ha fatto risplendere sull’uomo la vita e l’immortalità" (2Tim 1,10). A Damasco rischiò la vita per il Vangelo (2Cor 11,32 ss). Per difenderlo e diffonderlo intraprese viaggi, affrontò difficoltà, patì indicibili sofferenze, colse ogni occasione favorevole. Tutto gli faceva da pulpito: una casa, una barca, una sinagoga, una piazza. Proclamò, con evangelica "parrhesia", la Parola a Damasco, a Gerusalemme, ad Antiochia, ad Atene, a Corinto, ad Efeso, a Tarsis, a Malta, a Siracusa, a Roma. Niente e nessuno poteva imbavagliarlo. Scrisse lettere, inviò delegati speciali, fece visite personali. Disponeva certamente di tre lingue: il greco, l’aramaico e l’ebraico, e forse anche il latino, in quanto cittadino romano (cfr At 22,25). E quando l’inarrestabile evangelizzatore veniva fermato attraverso la carcerazione, la fede incrollabile, la consapevolezza che l’evangelizzazione non è opera umana ma divina, che l’uomo non ne è il protagonista, ma il servitore e lo strumento, gli faceva affermare con umile e serena fierezza, con sottile ironia, se si vuole: "la Parola di Dio non è incatenata" (2Tm 2,9) ed Essa si fa strada da sola. La Parola egli la annunciò con franchezza e coraggio: ai giudei e ai pagani, agli uomini e alle donne, ai re e ai principi, persino al suo carceriere. Parlò nel Sinedrio, davanti al procuratore Felice, dinanzi al re Agrippa. A tutti, ma specialmente ai poveri, gridò con forza che Dio è Padre e "vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). Nulla poté bloccare la sua corsa di generoso atleta di Cristo: né le offese personali, né gli insuccessi apostolici; né le insidie né i tradimenti; né le trappole che gli venivano tese né gli attacchi fisici con cui gli avversari cercavano di farlo fuori. E tuttavia Paolo non era un superuomo. Ce lo sentiamo vicino mentre confessa timori e paure, timidezza e angoscia. Basti leggere la seconda lettera ai Corinzi. L’apostolo si sente schiacciato dai problemi da affrontare e in certi momenti sembra che anche la sua speranza vacilli (2Cor 1,8-9). Ma anche da quelle tribolazioni egli seppe trarre profitto, "per imparare – dice – a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui" (2Cor 1,9-10). Proprio in queste situazioni in cui l’uomo è torchiato e la fede passa attraverso il crogiuolo che la verifica e la purifica, Paolo sperimentò l’ignominia del Crocifisso ed elaborò la teologia della Croce e della risurrezione, che sono capitoli fondamentali della sua predicazione e del messaggio della salvezza.

Il confronto umile e onesto con l’Apostolo ci fa arrossire: vediamo più chiaramente la nostra piccolezza, la nostra pigrizia, il calcolo, la vita comoda, la preoccupazione per il denaro e la carriera... E tuttavia ci sprona e ci dà slancio. Paolo ci ripete quello che scrisse a Timoteo: "Non vergognarti … della testimonianza da rendere al Signore Nostro … ma soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio" (2Tim 1,8). E offre anche a noi, come al discepolo diletto, il segreto della sua eroica fedeltà: "So infatti a chi ho creduto" (2Tm. 1,12). Senza una fede così forte è impossibile spendersi e consumarsi per una causa come egli ha fatto.

c) Il Santo

La santità di Paolo è un fatto solare, evidente: Paolo si impone per l’integrità della vita, per la fedeltà della condotta, per la luminosità della testimonianza, che ci parla, ci interpella, ci attira e ci incoraggia. E ci spinge a scrutare le dinamiche, a individuare le sorgenti di tanta energia spirituale.

Paolo, nella sua persona e nella sua vicenda, è quasi un paradigma per la nostra vita di cristiani. È un modello o una forma a cui fare riferimento. Lui stesso, del resto, ci esorta: "Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1Cor 11,1).

È impossibile delineare in modo completo la santità di Paolo. Proviamo a trovare alcune linee: quelle, di preferenza, che ci possono essere utili per la nostra crescita nella santità.

1. In Cristo Gesù

La santità di Paolo è Cristo.

L’incontro di Damasco ha cambiato radicalmente la sua vita: ne ha ribaltato i criteri di giudizio, ne ha capovolto la scala dei valori.

"Sono stato afferrato da Cristo", scrive (Fil 3,12). E non intende parlare di un modo qualunque di essere raggiunto, in seguito al quale i comportamenti cambiano. Egli è stato trasformato, come affermerà di ogni cristiano nella Lettera ai Romani. Si è trattato di una morte a ciò che era e di un vivere nuovo in Cristo (cfr Rm 6,3 ss). "Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).

Questo ha fatto sì che ora Cristo è tutto per lui: la sua vita, il suo Signore, il suo modello, il suo giudice, il suo rimuneratore, la sua gloria eterna. Cristo è diventato per lui, da parte di Dio, "sapienza, giustizia, santificazione e redenzione", cosicché tutta la sua consistenza e tutto il suo vanto è in Cristo, e in Cristo Crocifisso: egli non vuole sapere altro (cfr 1 Cor 1,23.30.31;2,1).

Paolo è pieno di Cristo: della sua grandezza, del suo amore, del suo sacrificio: "Mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Lo chiama, con indicibile trasporto, "mio Signore" e dice che per lui ha lasciato perdere tutto ciò di cui poteva vantarsi e lo considera "spazzatura" di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo, suo Signore (cfr Fil 3,7 ss).

Prima si appoggiava sulla sua propria giustizia derivante dall’osservanza della legge, adesso si appoggia solo sulla giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede in Cristo. Paolo ormai conta su Cristo, vive in Cristo, ha fiducia in Cristo; vuole conquistare Cristo, corrispondere alla misura del dono di Cristo. Vuole portare nel mondo il buon profumo di Cristo (cfr 2Cor 2,14 ss). Dio e Cristo lo hanno scelto, lo hanno chiamato, gli hanno affidato il Vangelo. Paolo vuole esserne il servo fedele.

2. Servo di Dio in Cristo

Saulo, il fariseo formato alla scuola di Gamaliele, ha vissuto un rapporto intensissimo, di zelo, di obbedienza, di fedeltà, con il Dio unico, Creatore, Salvatore del Suo popolo. Si gloriava di essere il servitore fedele e tale si professava.

Prima di incontrare Cristo sulla via di Damasco il suo servizio era improntato a zelo aspro e violento. Ma quando "Colui che lo scelse fin dal seno di sua madre si compiacque di rivelare a lui Suo Figlio perché lo annunziasse ai pagani" (Gal 1,15), Paolo ha riversato in Cristo tutto il suo impeto di amore e di dedizione di servo di Jhwh. Come cristiano Paolo è il "servo di Gesù Cristo". E il suo servizio diventa dedizione umile e incondizionata della sua vita e della sua persona a Cristo e, in Cristo, a Dio. La sua obbedienza a Dio è fondata e modellata su quella del Servo Gesù, della cui esistenza Paolo contempla e ricalca la coerenza: "Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, non fu sì e no, ma in Lui c’è stato il sì… Attraverso Lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria" (2Cor 1,19-20), "Chiamato ad essere apostolo di Cristo per volontà di Dio" (1Cor 1,1), egli concepisce e vive tutta la sua vita come risposta continua alla volontà di Dio e del Maestro, che ne ha voluto fare uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli d’Israele (cfr At 9,15). La domanda che ha fatto una volta a Damasco – "Che debbo fare, Signore?" (At 22,10) – diventa il suo atteggiamento costante. L’idea della "vocazione", cioè della vita come rapporto, è per lui colonna portante. Di qui la sua dedizione incondizionata; di qui la sua fedeltà a tutta prova; di qui il suo spendere tutte le energie e tutta la vita nel predicare il Vangelo.

3. Apostolo di Cristo

La vita non ha altro senso per lui. Vive per annunziare agli uomini la lieta notizia, "per il progresso e la gioia" dei fedeli (cfr Fil 1,25). Solo questo può trattenerlo ancora sulla terra: diversamente il suo intimo desiderio sarebbe di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (cfr Fil 1,23). La carità di Cristo gli urge dentro (2Cor. 5,14) e gli impedisce di risparmiarsi. Egli si prodiga come costretto dalla carità. E fa quello che ha fatto Cristo: si consuma per i suoi (cfr 2Cor 12,15). Come Cristo, non afferma se stesso, non cerca la sua gloria, non porta avanti i suoi progetti: ha di mira solo la gloria di Dio; e si lascia guidare dallo Spirito. Quello dell’apostolato di Paolo è un capitolo inesauribile, su cui meditare, pregare e con cui confrontarsi. Dovremmo ammirarne la ricchezza, guardarne l’evoluzione, i tentativi di inculturazione, l’originalità e insieme la fedeltà alla Tradizione degli Apostoli; la franchezza nell’affermare la verità e insieme la preoccupazione di essere unito con gli altri Apostoli (cfr Gal 2,2 ss), la preoccupazione dell’unità fra le Chiese e nelle Chiese.

Potremmo guardare i temi della predicazione.

Sapienza – stoltezza, forza – debolezza, gloria – ignominia, vittoria – sconfitta, sono presenti nella vita dell’apostolo e nella sua predicazione. E non tenta di risolvere le antinomie: esse debbono esistere sempre nella vita del cristiano perché manifestano la verità di Cristo Uomo-Dio. Il tesoro deve essere contenuto in vasi di creta, perché sia chiaro che viene da Dio (cfr 2Cor 4,7). Paolo – come il cristiano in genere – deve imparare a farsi bastare la grazia, credendo che la Potenza del Signore si manifesta nella debolezza (cfr 2Cor 12,9). Anche il metodo di predicazione, dopo l’esperienza di Atene, ne è segnato. Egli è consapevole della sua dignità e autorevolezza di ministro di Cristo, attraverso il quale Dio riconcilia a Sé il mondo. Ne usa per il bene dei suoi cristiani, che chiama santi perché tali sono per la vita in Cristo, malgrado le tante infedeltà. Richiama all’occorrenza la sua autorità di Apostolo. Eppure non è attraverso l’imponenza e l’imposizione che cerca di fare breccia: "Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione" (1Cor 2,3).

I Corinti dicono esplicitamente di lui che di lontano, quando scrive, è animoso, le sue lettere sono dure e forti; ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa (cfr 2Cor 10,10).

L’apostolo non se ne turba. Sa che per lui è un dovere annunziare il Vangelo, non un vanto (cfr 1Cor 9,16), perché sta solo svolgendo un incarico che gli è stato affidato. L’unica cosa che conta è che sia trovato fedele (1Cor 4,1 ss). Non tocca a lui valutare i risultati. Non si aspetta una ricompensa: la sua ricompensa, semmai, è di annunziare gratuitamente il Vangelo. La sua fiducia non è riposta nella sublimità dei discorsi (1Cor 2,1 ss). La Parola della Croce si impone da sé. A Dio piace salvare con la stoltezza della predicazione. Lui stesso fa sviluppare e crescere il seme gettato dagli Apostoli (1Cor 3,5-9).

4. Crocifisso con Cristo

"D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi, di fatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo" (Gal 6,17): è questa l’origine autentica della sua autorevolezza. Il suo desiderio più vivo è stato quello di partecipare alle sofferenze di Cristo, diventandogli conforme nella morte (Fil 3,10); è stato quello di portare a compimento ciò che mancava nella sua carne alla piena conformità con il Crocifisso (cfr Col 1,24). I suoi desideri furono appagati. La sua santità è maturata nel crogiuolo della sofferenza.

La sofferenza è il prezzo della coerenza e della fedeltà alla vocazione e Paolo ha pagato questo prezzo costantemente e con abbondanza: prove, lacrime, insidie, difficoltà di ogni genere, rotture e abbandoni dolorosi…: "È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio" (At 14,22). Poiché soffriva con questa consapevolezza, la prospettiva cambiava totalmente: le pene e le lotte, le delusioni e le amarezze continuarono ad accompagnare il suo cammino, ma egli sovrabbondava di gioia in ogni tribolazione; anche in carcere, innalzava inni e salmi di lode al Signore (persino nel cuore della notte: [At 16,25 ss]). Non si ripiegava né si deprimeva; affermava: "Chi ci separerà … dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati" (Rm 8,35-37).

"È proprio di un valoroso atleta essere bersagliato di colpi e vincere" (S. Ignazio d’Antiochia).

5. Vita di preghiera in Cristo

Su quanto abbiamo detto fino ad ora possiamo fare delle brevi sottolineature, così da evidenziare alcuni aspetti della santità di Paolo.

La santità di Paolo è Cristo, si è detto. La santità di Paolo è la preghiera; è l’intera vita vissuta come risposta a Dio in Cristo. Paolo ha la consapevolezza di essere stato messo a parte della Vita e del Dialogo del Figlio con il Padre (Cfr Rm 8,14 ss). Sa che da sé non ha alcuna "sufficienza", ma che essa gli viene da Dio (cfr 2Cor 3,5); a Lui la chiede, da Lui l’aspetta. Paolo è anche sommerso dalla grandezza di Dio, dai suoi disegni, dalle sue opere. Si effonde in inni di abissale profondità teologica, nei quali adora, benedice, ringrazia, loda il Signore. Si pensi a Romani 11, Efesini 1, Filippesi 2, Colossesi 1, ecc... Paolo prega costantemente per le comunità cristiane, sapendo appunto che l’apostolo pianta ed irriga, ma che è Dio che fa crescere (1Cor 3,6). Se in esse trova motivi di gioia, ringrazia Dio. Ed esorta le stesse comunità ad essere concordi nella preghiera, a pregare con Salmi, inni e cantici spirituali (cfr Col 3,16). Chiede che anche le comunità preghino per lui, per il suo ministero, per i suoi collaboratori.

6. Le virtù teologali

Ma l’intera vita di Paolo, vissuta come continua risposta a Dio in Cristo, è preghiera. Si articola nelle virtù teologali.

Paolo parla spesso della vita secondo la carne opponendola alla vita secondo lo Spirito. Parla di una vita psichica caratterizzata da reazioni psicologiche ed emotive, anche da pensieri chiusi in un orizzonte naturale, e di una vita nello Spirito. "Noi – dice con fierezza – abbiamo il pensiero di Cristo" (1Cor 2,16).

Le virtù teologali sono pilastro portante della spiritualità di Paolo.

La fede lo faceva vivere in cielo anche se stava ancora sulla terra. In realtà "la nostra patria è nei cieli" (Fil 3,20); qui siamo pellegrini verso la città futura, la città eterna (cfr Eb 13,14). Paolo vive immerso nell’eterno; il tempo è per lui via all’eternità: "Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore", "camminiamo nella fede e non ancora in visione" (2Cor 5,6-7). Per lui il Paradiso è "essere sempre con il Signore" e l’inferno è la definitiva irreparabile separazione da Lui (cfr 1Ts 4,17).

Innamorato di Cristo, Paolo viveva costantemente proteso verso di Lui, anelava all’eternità ed era, perciò, un uomo di speranza. Reagiva con forza davanti a quelli che non credevano nella risurrezione. Diceva: "se … noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,19); siccome, invece, saremo risuscitati, "la nostra fatica non è vana nel Signore" (1Cor 15,58). Egli stesso, parlando del suo faticoso servizio al Vangelo afferma: "Noi … ci affatichiamo e lottiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini" (1Tm 4,9).

La fede e la speranza di Paolo fioriscono in un amore smisurato. La carità non gli dà tregua, lo fa vivere per Colui che per lui è morto e risorto. La santità della sua vita non è altro che la logica conseguenza di questo amore incontenibile. Paolo è l’innamorato di Cristo. Per lui vivere è Cristo e morire un guadagno (cfr Fil 1,21). Si sentiva interiormente lacerato: "da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo" (Fil 1,23), dall’altra la necessità di restare in vita per predicare il Vangelo, del quale era "araldo, apostolo e maestro" (2Tm 1,11). Sorretto da questo amore sconfinato ha potuto reggere esperienze di segno opposto, quali le terribili tribolazioni da una parte e dall’altra le visioni e rivelazioni del Signore, per cui "fu rapito fino al terzo cielo … in paradiso e udì parole indicibili" (cfr 2Cor 12,3-4). Solo una fede viva, una speranza ardente e un amore operoso possono spiegare una vita così travagliata e insieme così entusiasta. È evidente in lui quale sorgente di energia sia la carità di Cristo, che cosa un uomo posseduto da Cristo possa operare. Perfino alzarsi e riprendere la sua avventura quando i suoi lapidatori si sono allontanati credendolo morto (cfr At 14,19).

7. L’umiltà di Cristo

La dirittura e la coerenza teologale di Paolo si esprimono e risaltano con chiarezza nei comportamenti dell’apostolo, già in gran parte notati.

Paolo è l’uomo della verità. Per questo non può non essere umile, perché l’umiltà è verità.

La sua esistenza cristiana ha inizio con una rivelazione che lo atterra: "Io sono Gesù che tu perseguiti". Il Signore della gloria gi fa sperimentare la Potenza divina per la quale è il Vivente, e gli fa sperimentare la "debolezza" per la quale fu "crocifisso", identificandosi con i cristiani che Paolo perseguita e coprendolo così di confusione. Egli si definirà sempre "il primo dei peccatori" (1Tm 1,15), addirittura "un aborto" (1Cor 15,8), il più bisognoso di salvezza, un "nulla" (Fil 4,13). Eppure, dopo che a Cristo, è a lui che il cristianesimo deve di più, sia per il pensiero sia per la vita. Si sentì definire "una peste di uomo" (At 24,5).

Al contrario ci fu chi lo ritenne un dio (cfr At 14,11), ma egli non perdette mai la testa per questo. Non ebbe complessi di superiorità né di inferiorità.

Paolo non ignora di essere un vaso di elezione, non ignora la sua autorità di apostolo. Riconosce però l’origine della Grazia donatagli e non se ne appropria, non se ne gonfia: se ne serve per il servizio del Vangelo.

Si può dire che la sua umiltà consista nel non fare mai riferimento a se stesso e nel vivere per Dio e per Cristo. Come Cristo, sa abbassarsi, considera i fratelli superiori a se stesso, non si appropria delle prerogative di apostolo, si fa servo di tutti, si fa tutto a tutti, si adatta ad ogni interlocutore. L’umiltà è anche carità.

In quanto la sua umiltà è verità e dipendenza da Dio, le debolezze, gli insuccessi, non sono per lui motivo di confusione o di ritirata. Sa che a lui spetta solo compiere il ministero affidatogli. È il segreto della sua serenità e della sua inarrestabile fiducia e operosità.

8. Rettitudine e magnanimità

L’essere centrato in Cristo gli dà limpidità di scopi e purezza d’intenzione. Egli non cerca il consenso né il plauso degli uomini. Non è preoccupato di piacere ad alcuno, vuole solo piacere a Cristo: "È forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini non sarei più servitore di Cristo" (Gal 1,10). La coscienza di essere stato scelto e inviato lo rende fedele e inflessibile.

Nel suo cuore non albergano gelosia e invidia. La sua libertà interiore e la sua nobiltà di cuore lo fanno superiore a tutte le rivalità e contese. Non assume atteggiamenti vittimistici, non si perde in meschine rivendicazioni, ma con cuore grande afferma: "Che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene" (Fil 1,18). Tale è la statura che all’uomo sa dare la Grazia!

Nulla poté mai smorzare lo slancio di questo atleta di Cristo. Nulla poté mai spegnere il fuoco che gli ardeva nel petto: lapidato e lasciato mezzo morto, flagellato, tradito, calunniato, abbandonato… continuò sempre a spendersi con rinnovato ardore, fino alla fine, quando, giunto ormai al traguardo, poté dire: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno" (2Tm 4,7 ss). E allora egli finalmente sarà sempre con il suo Signore, che ha fedelmente servito e amato.

Parte Seconda

IN DOCILE ASCOLTO

DELL’INSEGNAMENTO DI SAN PAOLO

Da quanto abbiamo meditato nella prima parte emerge con evidenza che S. Paolo è dono grandissimo fatto da Dio alla Chiesa: è la stella polare della vita del cristiano e del lavoro di ogni evangelizzatore. Egli ci guida col suo esempio e ci istruisce con la sua dottrina. Sono tanti oggi i problemi che mettono alla prova la fede e la fedeltà della comunità ecclesiale. Sono molteplici le situazioni che, per la loro complessità, interpellano la speranza e la maturità dei credenti. Non sto nemmeno ad enumerarli. Sono noti a tutti e ognuno amerebbe aggiungervene qualcuno che più gli interessa o lo fa soffrire. Per questa prima parte dell’anno ne affronterò solo uno, ripromettendomi – con la grazia di Dio – di affrontarne altri a scadenze ben precise.

IL MIO SOGNO

Il tema – che è anche un problema – su cui vogliamo impegnarci è quello che potrei definire "il mio sogno": formare una comunità cristiana viva e vitale, una comunità matura, vivace, operosa e testimoniante. È un sogno, che può subito cominciare ad essere realtà, se alla preghiera del Vescovo si unisce la preghiera del Presbiterio, dei Consacrati, di tutto il Popolo di Dio. Impegnarci vuol dire tante cose: riflettere, pregare, dialogare, lavorare… E Paolo ci fa da maestro e ci incoraggia con la sua personale esperienza.

Ci lasciamo guidare dalla Lettera agli Efesini, che gli studiosi considerano proveniente dalla "tradizione paolina" e non scritta direttamente da Paolo. Questo però nulla toglie al valore della lettera, che è comunque "canonica", cioè divinamente ispirata e proveniente dalla cerchia dei discepoli di Paolo. In essa l’autore affronta, al cap. 4°, il tema della maturità della fede. Non voleva essere – come anche le lettere di Paolo – un trattato di teologia, ma voleva sostenere il cammino, spesso faticoso, dei cristiani, offrendo motivazioni teologiche profonde.

Cercherò di trarre da essa alcune indicazioni di fondo.

A) LA MATURITÀ ECCLESIALE

Cominciamo col dire che una Chiesa matura è anzitutto una Chiesa unita (cfr Ef 4,3).

L’unità è il desiderio ardente di Cristo che, alla vigilia della sua Passione, pregava il Padre perché tutti fossero una cosa sola (Gv 17) ed è morto "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52). Gesù chiese che nei Suoi discepoli si riflettesse la Sua unità con il Padre, affinché, attraverso questa visibile testimonianza della Chiesa, il mondo potesse credere nel Figlio e potesse credere di essere amato.

Nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo, parlando della Chiesa come di un corpo formato da molte membra, fa comprendere quanto la mancanza di unità e di armonia sia contro la natura stessa della vita cristiana e quanto, al contrario, le sia connaturale l’unità.

L’unità è la meta della perfezione cristiana: comunione con la Trinità, che realizza la comunione fra di noi e che diventa corporea nella Comunione Eucaristica (cfr Benedetto XI a Ratisbona). L’unità è il primo modo di comportarsi in maniera degna della propria vocazione (Ef 4,1). L’unità è parte costitutiva di una Chiesa matura: le lacerazioni, le divisioni, le beghe, le invidie, le gelosie sono segno di immaturità e tolgono forza e credibilità ad una comunità ecclesiale. Paolo reagiva con forza davanti a queste situazioni: accusava i Corinzi di infantilismo (cfr 1Cor 3,1 ss), li apostrofava con durezza: "Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi?" (1Cor 1,13).

L’unità è insieme dono dello Spirito e compito dell’uomo. In quanto dono va implorato con umiltà, accolto con gratitudine e conservato con diligenza (cfr Ef 4,3); in quanto compito va realizzato con fiducioso e fervoroso impegno.

Occorre però non dimenticare che non si fa unità senza l’amore per la verità e senza la virtù dell’umiltà. Non si fa unità senza quella maturità che ci rende capaci di ricevere e anche di donare. In definitiva, non si fa unità finché non si impara ad amare.

A livello comunitario, la maturità si misura dalla capacità di coniugare la diversità con la pluralità, di tenere il giusto equilibrio tra ciò che è comune (cfr Ef 4,4-6) e ciò che è individuale (cfr Ef 4,7 ss). È il Signore risorto, infatti, che "diede alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri…" (Ef 4,11 ss). Una comunità matura sa riconoscere le priorità e ordinare la propria vita attorno a ciò che è veramente essenziale e vitale: cioè la Parola di Dio e la vita spirituale che da essa sgorga. Quando Ef 4,11 parla di apostoli, profeti, evangelizzatori, pastori, maestri, sta parlando di servizi della Parola. I ministeri menzionati, infatti, riguardano la trasmissione del Vangelo, sono a servizio della vita che sgorga dal Vangelo. Emerge, dunque, la centralità della Parola e la sua forza unificante.

Paolo dice che i ministeri sono dati affinché i credenti giungano alla maturità, alla perfezione ("allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" [Ef 4,13]); dunque non per tenerli in uno stato di inferiorità e di dipendenza. L’esercizio adulto dell’autorità consiste nella capacità di far crescere l’altro ("auctoritas", infatti, viene da "augere" = far crescere).

• Una Chiesa adulta è quella in cui le persone contano più delle strutture. Il Risorto dona alla sua Chiesa persone, non strutture. Comunità matura non va confusa con comunità efficiente, ben organizzata, ma è una comunità in cui l’altro è riconosciuto come persona. Oggi viviamo in una cultura dell’efficientismo, che mitizza la produzione; secondo questa mentalità l’uomo vale per quello che fa, per quello che produce e non per quello che è. Ne deriva l’emarginazione degli esseri "improduttivi": handicappati, anziani, malati … La comunità ecclesiale deve vivere, testimoniare e diffondere una cultura contro-corrente.

• Comunità matura è quella che si comprende come un corpo, dove tutte le membra hanno una loro specifica funzione, non come una macchina dove i pezzi sono intercambiabili; come un corpo, dove tutte le membra, anche le più umili o nascoste, sono importanti, non come un’azienda, in cui quel che conta è la funzionalità e l’efficienza.

• Comunità matura è quella in cui le diverse componenti ecclesiali sanno collaborare con grande senso di responsabilità. Non ci sono i battitori liberi, i navigatori solitari. Non si cerca di primeggiare, se non nell’amore; non si entra in concorrenza, se non nel fare il bene; non si fanno confronti, non si stilano classifiche di merito; non ci si permette di agire senza o contro l’altro, ma insieme con l’altro e accanto all’altro. "Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’, né la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie" (1Cor 12,20-22). Una comunità matura sa riconoscere l’importanza delle membra deboli, come sono i poveri e i malati, e sa valorizzarne la presenza. Il debole è sacramento dell’amore salvifico di Dio, manifestato dalla debolezza e dall’impotenza del Crocifisso.

• Una comunità matura tende a suscitare la responsabilità di tutti e di ciascuno. Paolo dice che "a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo" (Ef 4,7). Quindi ogni membro della comunità, ogni battezzato, e non solo qualcuno, deve mettere il dono ricevuto a servizio degli altri, naturalmente nel rispetto delle possibilità e dei limiti (cfr Ef 4,16). La capacità di divenire soggetti di servizio verso gli altri è segno di maturità. La persona veramente matura è quella che ripudia non solo il clericalismo autoritario, ma anche la pigrizia della delega e della deresponsabilizzazione. I ministeri di servizio della Parola e di edificazione comunitaria mirano a educare il cristiano affinché egli prenda in mano la propria vita cristiana ed eserciti con dedizione la propria ministerialità "per l’utilità comune" (1Cor 12,7). E qui va ricordato che ogni gesto fatto con amore e gratuità è capace di costruire la comunità, è preziosa diaconia che edifica il corpo di Cristo. Ogni gesto e ogni parola del credente possono edificare o distruggere la comunità, perché ogni gesto e ogni parola sono una testimonianza pro o contro Cristo. Perciò Paolo raccomanda quegli atteggiamenti dell’amore che edificano l’unità: l’umiltà, la mitezza, la pazienza, la sopportazione reciproca (Ef. 4,2).

Amare è una fatica. Paolo lo sa bene e lo dice nella 1a lettera ai Tessalonicesi dove parla – secondo l’originale greco – della "fatica dell’amore" (1Ts 1,3). Amare è un impegno gravoso che richiede fedeltà e perseveranza, capacità di attendere e di comprendere, di perdonare e di ricominciare sempre daccapo, perché chi non spera più nell’altro ha già cessato di amarlo.

• Una comunità matura è quella in cui si possa vivere secondo la verità nella carità (cfr Ef 4,15). Un aspetto della vita secondo la verità è quello della verità della parola. Dire la verità. Non sempre questo è facile: diffidenze, preconcetti, servilismi, volontà di compiacere, paura di dispiacere, calcoli, ipocrisie, imbrigliano la "parrhesia" evangelica, inibiscono quella franchezza che porta a dire la verità senza timori riverenziali... Nello stesso tempo però la maturità ci fa dire la verità con amore, senza sbatterla in faccia, con delicatezza, senza umiliare. Quando si ama non si brandisce la verità come un’arma contro qualcuno, ma la si offre come servizio alla sua crescita e alla sua pienezza. La verità dev’essere una luce che fa vedere, non un bagliore che acceca.

• Comunità matura è quella in cui ogni credente è seriamente impegnato in un cammino di perfezione: "finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto" (Ef 4,13). Questa è la meta. A questo servono la Parola e i ministeri: a farci raggiungere "la statura di Cristo" (ivi). Paolo lo dice esplicitamente nella 1a lettera ai Tessalonicesi: "Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione" (Ef 4,3). Senza l’impegno di farci santi, "di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle e le associazioni più fiorenti" (P.O. 6). Vuol dire che non ci siamo comportati "in maniera degna della vocazione ricevuta" (Ef 4,1), che non abbiamo deposto "l’uomo vecchio … l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici" (Ef 4,22), che siamo rimasti vittima dell’inganno degli uomini (Ef 4,14) e non abbiamo realizzato il progetto di Dio, che dall’eternità "ci ha scelti … per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità" (Ef 1,4).

Questo discorso riguarda ogni cristiano, ma in particolare noi, i ministri ordinati. Non possiamo fare queste considerazioni senza sentirci chiamati direttamente in causa, impegnati nel cammino di perfezione, nella "misura alta della santità", nell’identificazione a Cristo, nella vita di preghiera, nel servizio pastorale per aiutare i fedeli nella crescita spirituale. Sta qui il senso della nostra vocazione e missione. Siamo preti per questo. Per questo il Signore ci ha scelti, chiamati e consacrati; per "preparargli un popolo ben disposto" (Lc 1,17), per amare la Chiesa come Lui l’ha amata, ed "Egli ha dato se stesso per lei, per renderla santa" (Ef 5,25 ss).

Il nostro sogno, il nostro assillo quotidiano non può essere che questo: far comparire davanti al Signore la sua Chiesa "tutta gloriosa, senza macchia né ruga… ma santa e immacolata" (Ef 5,27). Quando confrontiamo l’altezza dell’ideale con la situazione reale, ci sentiamo assaliti da un senso di scoramento. Ci sembra di essere degli ingenui, di vivere nella stratosfera, di essere degli illusi o degli sprovveduti che lottano coi mulini a vento, mentre il mondo continua spavaldamente a dispiegarci davanti tutta la sua potenza e arroganza.

Assomigliamo al piccolo Davide che con una fionda e cinque ciottoli va incontro a Golia armato fino ai denti. Talora avvertiamo drammaticamente la nostra radicale inadeguatezza. Il mondo è decisamente più attrezzato e più forte, e noi ci sentiamo sconfitti in partenza.

E tuttavia anche a noi, così deboli e disarmati, è promessa la vittoria: "Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo" (Gv 16,33). Lo vinceremo anche noi se crederemo fermamente (cfr 1Gv 5,4), se pregheremo incessantemente (cfr 1Ts 5,17), se rivestiremo "l’armatura di Dio" (Ef 6,10 ss), se poniamo la nostra speranza nel Dio vivente (cfr 1Tm 4,10), se tenderemo con gioia alla perfezione (cfr 2Cor 13,11).

• La maturità ecclesiale si fonda sulla conoscenza di Cristo e sulla fede in Cristo (Ef. 4,13): in Cristo la Chiesa trova la sua unità e la sua maturità.

Conoscere Cristo: questa è la nostra vocazione, il nostro anelito profondo e la nostra pienezza. Paolo ci augura di "conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza" (Ef 3,19). Questo vuol dire che non si tratta di una semplice acquisizione intellettuale, ma di una conoscenza religiosa, mistica, penetrata di amore. Non basta lo studio della Parola rivelata o della teologia che la medita e la penetra, ma occorre la preghiera di una mente umile, di un cuore accogliente, di una volontà docile. Condotto in clima di fede e di preghiera e fecondato dalla grazia dello Spirito, lo studio rischiara la mente, riscalda il cuore, dinamizza la volontà, orienta la libertà, porta all’"invaghimento del cuore" (Giovanni Paolo II). È la teologia fatta in ginocchio, la teologia dei santi, che sono i veri conoscitori di Dio e gli amici di Cristo.

Conoscere Cristo vuol dire soprattutto fare esperienza del suo Amore; vuol dire essere amati e sapere di esserlo. Vuol dire inabissarsi in quest’amore ineffabile, senza mai poterne raggiungere le profondità. Si tratta ancora una volta di contemplazione più che di raziocinio; di adorazione più che di investigazione. Si tratta di aprirsi all’azione misteriosa dello Spirito di sapienza e di intelletto, che illumina la mente e fa vibrare le corde del cuore.

A questo punto comprendiamo come Paolo, riferendosi alla sua esperienza, possa parlare di "sublimità della conoscenza di Cristo" (Fil 3,8) e comprendiamo pure che la fede non è una serie di verità da credere, ma è consegnare la propria vita a Cristo, che "ci ha amato e ha dato se stesso per noi" (cfr Gal 2,20). Credere è sapersi amati e sentirsi amati; e da questa consapevolezza derivano un nuovo modo di pensare e di vivere. La fede è sostanzialmente credere all’Amore (cfr 1Gv 4,16).

Conoscenza di Cristo e fede in Cristo sono due punti nodali per la maturità e la vitalità di una parrocchia e di una diocesi. Il vescovo e gli altri ministri ordinati ci sentiamo seriamente interpellati. Il Concilio ha scritto: "Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti se non sono volte a educare gli uomini alla maturità cristiana" (P.O. 6). È un giudizio severo, ma incontestabile. È più facile – e più gratificante, almeno immediatamente – fare feste, processioni, pellegrinaggi e gite, anziché predicare il Vangelo, far conoscere Cristo, offrire una seria catechesi e degli itinerari di fede e di vita spirituale. La prima serie di iniziative incontra più facilmente il favore della gente, che spesso cerca evasioni, compensazioni e divertimento; si organizza senza troppa fatica un pellegrinaggio o una gita, ma – avverte il Concilio – "saranno di ben poca utilità"!

La missione del ministro ordinato è "educare gli uomini alla maturità cristiana", educare i cristiani a vivere la pienezza della libertà per mezzo della fede e della carità. Questo è il progetto cristiano che ha guidato Paolo nella sua attività pastorale, questo anche il progetto dei ministri ordinati e di ogni operatore pastorale. Non si tratta, allora, di lavoro organizzativo – che pure occorre – ma di relazione con Cristo, di vita in Cristo. Ora, come Paolo ci dice nella lettera ai Galati, tale libertà dev’essere attuata per mezzo della carità, che rende attiva e dinamica la fede, in attesa della giustizia completa, che è la meta escatologica (Ef 5,5-6). Una comunità matura, in definitiva, è una comunità "missionaria". La stessa Lettera agli Efesini, dalla quale ci siamo lasciati guidare, ci dice: "i gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo" (Ef 3,6). Dobbiamo anzitutto chiederci: quali sono i "gentili", oggi? Non sono soltanto i popoli lontani che non hanno conosciuto il Vangelo, ma sono anche tutti gli uomini vicini a noi che hanno ripudiato il Vangelo o che lo hanno smarrito strada facendo. Verso tutti gli uomini senza Vangelo e senza speranza si deve protendere l’ansia missionaria di una comunità cristiana matura. La maturità si rivela e si accresce con l’impegno missionario. "La fede si rafforza donandola" (Redemptoris Missio, 2).

Il compito è arduo, ma esaltante. Comporterà fatica e logorio anche fisico, ma sarà bello al tramonto della vita, alla fine della corsa, poter dire anche noi con Paolo: "Ho servito il Signore con tutta umiltà… Non mi sono mai risparmiato" (cfr At 20,19 ss). E non siamo soli, poiché il Signore "opera insieme con noi e conferma la parola con i prodigi che l’accompagnano" (cfr Mc 16,20).

B) LA MATURITÀ FAMILIARE

Dalla comunità diocesana alla comunità familiare il passo è breve ed è logico. La famiglia, infatti, è il nucleo e la cellula fondamentale della società e della Chiesa. Occuparsene è uno dei problemi pastorali più urgenti.

Il problema di fondo è, certamente, la maturità della coppia. La solidità e la stabilità della famiglia dipende dalla qualità del rapporto tra i coniugi. Se questi sono approdati al matrimonio dopo un serio discernimento e con una scelta ponderata, il matrimonio è come una casa costruita sulla roccia: non crolla anche quando infuria la tempesta.

Ma che cosa vuol dire "costruire sulla roccia"? Vuol dire tante cose.

1) Anzitutto, distinguere tra innamoramento e amore. L’innamoramento non sempre è amore vero, perché è un miscuglio di sogni, di fantasia, di idealizzazione dell’altro, di egoismo, di semplice attrazione fisica… L’Amore vero è voglia di aiutare l’altro a "costruirsi". Ogni persona, infatti, per quanto dotata di intelligenza e di volontà, resta sempre un essere mai completo e mai concluso. È come un seme che tende a diventare pianta. È come un bambino che tende a diventare adulto. Un matrimonio riuscito – e dunque costruito sulla roccia – sta in cima a cinque gradini.

• Il primo è l’attrazione fisica: senza di essa il matrimonio è a rischio, solo con essa è già fallito in partenza. Purtroppo tanti giovani iniziano il loro rapporto travolti dalla passione fisica, senza un vero sentimento di amicizia e di amore. In breve tempo bruciano le tappe e, così facendo, bruciano se stessi.

• Il secondo gradino è l’innamoramento. Ci si sposa da innamorati e si deve continuare a vivere il matrimonio da innamorati. Nel libro del matrimonio però l’innamoramento è solo l’introduzione. Il cuore del libro è costituito da un amore dettato, oltre che dal sentimento, dalla ragione e dalla volontà.

• Ma l’amore – ecco il terzo gradino – è un cammino mai finito, un’arte mai completamente acquisita. Esso chiede la disponibilità a rinunciare e la generosità di sacrificarsi per l’altro.

• Il quarto gradino è l’amicizia, che Paul Evdokimov definisce "l’incontro di due confidenze, di due donazioni, di due accoglienze".

• Il quinto gradino è la consonanza totale, cioè l’intesa piena a livello di personalità, di cultura, di ideali, di fede e di religiosità. Senza questa consonanza, specie sul piano della formazione religiosa e morale, nasceranno presto conflitti e tensioni che renderanno assai sofferta e persino impossibile la convivenza.

2) In secondo luogo, "costruire sulla roccia" il proprio matrimonio vuol dire realizzare le cinque fondamentali caratteristiche:

• La totalità, cioè il dono di sé, corpo e anima, senza riserve. Comunione di vita, fusione di corpi, compenetrazione reciproca a tutti i livelli.

• La gratuità, cioè il dono che esclude ogni forma di calcolo, di tornaconto e di possessività.

• La definitività, cioè il dono di sé per sempre, senza scadenze, senza riserve e senza reticenze. Il dono che va oltre la volubilità delle persone e oltre la precarietà delle situazioni. Il dono che include l’indissolubilità ed esclude l’infedeltà. Il dono che fa dire all’altro: "Tu non puoi morire" (G. Marcel).

• La fecondità, cioè l’apertura alla vita, la disponibilità a procreare e ad accogliere il dono della vita, frutto dell’amore, senza rinchiudersi nel piacere egoistico che fa inaridire l’amore.

• L’esclusività, per cui la persona amata è unica, irripetibile, insostituibile, giacché intercambiabili sono le merci e non le persone!

3) In terzo luogo, "costruire sulla roccia" vuol dire non dimenticare mai che il matrimonio è un’avventura: meravigliosa e insieme rischiosa. È un’avventura perché ognuno dei coniugi ha la propria personalità, il proprio codice genetico, il proprio passato, le proprie idee, i propri sogni… e unire le due identità per la realizzazione di un unico progetto di vita è bello, ma non è sempre facile. È un’avventura a rischio perché si compie sotto il regime del peccato. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, "ogni uomo fa l’esperienza del male, attorno a sé e in sé. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l’uomo e la donna. Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dall’istinto di possesso, dall’infedeltà e dai contrasti che possono portare anche all’odio e alla rottura dell’unione. Le loro relazioni sono distorte da accuse reciproche; la loro mutua attrattiva, dono del Creatore, si cambia in rapporto di dominio e di puro istinto; la vocazione degli sposi ad essere fecondi, a moltiplicarsi, è gravata dai dolori del parto e dalle fatiche del lavoro" (nn 1606-1607).

4) Infine, "costruire sulla roccia" vuol dire guardare costantemente all’insuperabile dignità e all’eccezionale bellezza del sacramento. Esso è segno dell’amore sponsale di Dio per l’umanità e segno efficace dell’amore nuziale di Cristo per la Chiesa. Paolo – o meglio la tradizione paolina – nella lettera agli Efesini parla di questo "grande mistero" (cfr Ef 5,23-32) per cui l’amore e l’unità di due creature umane manifestano il mistero dell’Assoluto, da cui attingono dignità, fedeltà e fecondità. Da Cristo i coniugi imparano che cosa vuol dire amare. L’amore di Cristo per la Chiesa diventa modello ideale all’amore reciproco dell’uomo e della donna. Da lui ricevono luce e forza per i momenti di disorientamento affettivo, quando la crisi del "non sento più nulla" e la stanchezza della lotta fanno insorgere il bisogno di "voltar pagina", di "liberarsi" da un laccio che si ritiene insopportabile. Da Cristo, amore sempre fedele, imparano la pazienza, il perdono, la capacità di riscoprirsi e di riaccogliersi, la disponibilità a ridare fiducia per sé e per i figli.

Il compito fondamentale ed irrinunciabile dei genitori nei confronti dei figli è quello di educarli, farli crescere, portarli alla maturità. Nessuno può sostituirli, può solo affiancarli. Educarli vuol dire non solo provvedere al loro nutrimento, al loro vestito e alla loro istruzione, ma anche dare loro il senso della vita e consegnare loro valori e ideali. Vuol dire aiutarli a coltivare il senso della libertà e della responsabilità, facendoli vivere non in un ambiente ovattato, ma capace di far da palestra per la grande avventura della vita.

Educare non è facile. Non lo è mai stato. Ma oggi le difficoltà si sono moltiplicate, perché i giovani hanno molti maestri, e non tutti buoni. Inoltre si è passati da uno stile educativo autoritario che imponeva e svalutava, ad un altro all’insegna del lassismo senza regole, senza confini, senza autorità; ad un terzo stile educativo conciliante, dove i genitori evitano di scontrarsi coi figli, di polemizzare con loro. È diminuita, quindi, la conflittualità, ma è anche diminuita la responsabilizzazione dei figli in ordine ai doveri familiari. Ora, è vero – come dice S. Paolo – che bisogna "non esasperare i figli, perché non si scoraggino" (Col 3,21), ma è anche vero che bisogna insegnare loro ad "ubbidire ai genitori in tutto", perché "ciò è gradito al Signore" (Col 3,20). Cosa impossibile se i genitori litigano continuamente davanti ai figli, se usano i figli per riempire i vuoti di comunicazione tra di loro, o – peggio – per accusarsi a vicenda, mettendo i figli contro il padre o la madre. I figli cresceranno insicuri e sfiduciati nei confronti del matrimonio e domani non si stupiranno se anche la loro famiglia si disgregherà.

Educarli vuol dire certamente dare affetto e sostenerli, ma questo non significa riempirli solo di lodi senza mai far notare i difetti; altrimenti si riterranno perfetti e impeccabili, e perciò intoccabili.

Educarli vuol dire insegnare loro a pregare e ad amare, ma questo si può fare con efficacia anzitutto con l’esempio. In una società che registra una grande chiusura al Trascendente e che genera uomini e donne senza radici, senza legami e senza progetti, educare alla preghiera, all’amore e alla solidarietà non è lavoro né facile né breve.

L’educazione dei figli chiede una condotta esemplare, che è l’argomento più convincente. Chiede ai genitori di saper ricostruire continuamente la loro unione e dunque di sapersi sempre riconciliare: un fatto, questo, spesso difficile, ma obbligatorio. Sono tante, infatti, le cause delle crisi dei coniugi: le condizioni della vita moderna, lo scontro dei caratteri, gli eccessivi impegni di lavoro, la gelosia, i motivi di salute, i problemi economici, le infedeltà (vere o presunte), i lunghi silenzi, più irritanti e pericolosi di certi discorsi… In queste ed altre difficoltà importante è convincersi che nulla è mai perduto completamente e che si può sempre ricominciare, dialogando con lealtà e umiltà, senza la pretesa di avere sempre ragione e senza voler imporre il proprio punto di vista, scegliendo invece la via della mitezza e della discrezione, imparando a tacere, ad ascoltare e a chiedere perdono, cercando insieme nella preghiera l’aiuto di Dio, guardando a Cristo, che ama la Chiesa sua Sposa con un amore tenero, paziente e ricuperante, e accogliendo da Lui l’invito a farsi santi insieme coi figli. È quello che il Papa Benedetto XVI ha detto a Valencia: "Possano i figli sperimentare più i momenti di amore e di affetto dei genitori che non quelli della discordia o dell’indifferenza, perché l’amore tra il padre e la madre offre ai figli una grande sicurezza e insegna loro la bellezza dell’amore fedele e duraturo" (Luglio 2006).

C) LA MATURITÀ E I GIOVANI

Non si può parlare di maturità della famiglia senza pensare ai giovani, che danno ad essa senso e pienezza.

I giovani ci devono stare a cuore, perché sono vite in formazione, esistenze incamminate verso la maturità. Sono il futuro della società e la speranza della Chiesa. Danno calore e vivacità alla comunità umana, ma anche qualche preoccupazione. Non a caso si parla oggi di "adolescenze prolungate" e di "maturità mancate". Vuol dire che ci sono processi evolutivi ritardati o bloccati. Gli adulti e gli educatori siamo chiamati in causa.

La maturità è una realtà complessa, non facilmente definibile, a cui contribuiscono componenti diverse della persona e della società. Anche quelli che sono compiti strettamente personali – come l’educarsi alla libertà, all’amore e alla responsabilità – non si compiono senza il contributo decisivo della famiglia, della società e della Chiesa.

1. I giovani e la famiglia

Il compito fondamentale ed insostituibile nel processo di maturazione dei giovani è anzitutto quello della famiglia. In famiglia i giovani devono ricevere le certezze e i valori fondamentali: il senso della vita, gli ideali per cui vivere e spendersi; lì devono imparare ad amare, a pregare, a perdonare. La famiglia è palestra di tutte le virtù umane e cristiane: il senso del dovere, della fedeltà e della responsabilità. In famiglia i genitori consegnano ai figli il tesoro della fede, il patrimonio dei libri sacri, l’amore a Cristo e alla Chiesa. In famiglia i genitori educano i figli alla collaborazione e alla solidarietà; lì i giovani imparano che nella vita ci sono i diritti, ma anche i doveri e che il "tutto subito" non aiuta a crescere, perché in quel caso tutto diventa scontato e svalutato, e non abitua – come dicono i competenti – a "diluire la soddisfazione del bisogno". In famiglia i genitori aiutano i figli ad affrontare e superare le prove, memori che la prova superata accresce la stima e la coscienza di sé. Cosa importantissima in una società competitiva qual è quella in cui viviamo.

Una famiglia, dunque, dove sia chiaro che amare non è viziare, ma educare. Non possono attendersi nulla di buono quei genitori che fanno crescere i figli nella bambagia, che li difendono sempre e comunque, che cercano di risparmiare loro problemi e frustrazioni, che si rassegnano a far diventare la casa una sorta di albergo. I genitori maturi, invece, allenano i figli alla lotta e alla rinuncia. Non si riesce nella vita senza un minimo di consapevolezza e di disciplina. Ascoltiamo il grande apostolo ed atleta del cristianesimo: "Io – dice – corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato" (1Cor 9,26 ss).

Oggi, purtroppo, molti giovani vivono in un mondo da favole, dove tutto è facile e dovuto. E questo non favorisce la maturazione; questa – come l’educazione – richiede certo affettività e vicinanza, ma richiede anche fermezza, presa di responsabilità e fatica. Bisogna generarli di nuovo nel dolore (Gal 4,19). Altrimenti restano "come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina" (Ef 4,14).

2. Gli adulti e la maturità dei giovani

È facile, per noi adulti, lamentarci dei loro atteggiamenti e dei loro comportamenti, ma dovremmo anzitutto chiederci che cosa abbiamo loro dato. Abbiamo dato un modello di adulto che, pur con i suoi limiti, si sforza di essere autentico, coerente, impegnato e non centrato solo su futili bisogni, quali il guadagno, l’affermazione di sé a tutti i costi e la scarsa attenzione agli altri? Abbiamo saputo proporre ideali grandi, credendo in loro e aspettandoci il meglio da loro? Abbiamo il coraggio di investire su di loro, di formare nuove leve, di ascoltare i loro punti di vista (anche se talora ci sconcertano), accettando di cedere il posto e di non essere sempre al centro? Siamo disposti a dialogare con loro, ascoltando le loro ragioni e offrendo argomenti di ragione e non di autorità?

L’adulto dovrebbe essere colui che mostra la strada e che, pur avendo momenti di crisi, sa però di avere dei doni e dei compiti, una meta e una responsabilità.

All’adulto i giovani chiedono di essere più genitore e meno amico. Vogliono figure di adulti autorevoli, che aiutino nella crescita, mentre a volte incontrano adulti incerti e confusi, che disorientano e scoraggiano.

Servono adulti – genitori, sacerdoti, religiosi, educatori – che, pur dando radici, invitano a spiccare il volo e a volare alto, giacché siamo fatti per le vette.

Qui però sento di dover dire una parola di conforto a tanti genitori che fanno con i figli esperienze dolorose ed immeritate e a tanti educatori, il cui lavoro sembra solo sterile e frustrante.

Molte volte i genitori e gli educatori si trovano disarmati di fronte al difficile compito della formazione dei giovani e desolati davanti ad esiti, di cui non sempre sono colpevoli. Spesso sono troppo soli e la società rovina quello che con tanta fatica essi tentano di costruire. Occorre dare a tanti genitori, che soffrono per i figli, una parola di conforto e una speranza per il futuro. Sì, perché la fede è anche un dono che si può perdere e che si deve costantemente chiedere nella preghiera e cercare con amore. Al di là di ciò che si vede, il Salvatore è morto per questi figli e il Suo Sangue non è stato versato invano. Su questo i genitori possono e debbono sperare, così che la loro fede, la loro speranza e la loro preghiera sia il loro contributo efficacissimo per la salvezza dei figli.

Tutta la comunità civile ed ecclesiale deve sentirsi responsabile della crescita non solo fisica, ma anche spirituale dei giovani.

3. L’impegno della società civile

e della comunità ecclesiale

La società spesso offre modelli poveri dal punto di vista valoriale e incapaci di offrire esempi coerenti di vita. Purtroppo, però, sono quelli più facilmente accolti, anche perché proposti in modo ossessivo dai "media" con la loro potenza pervasiva e persuasiva.

Bisogna, dunque, che la comunità ecclesiale prenda coscienza della gravità della situazione e dell’urgenza di intervenire senza ulteriori indugi. La comunità ecclesiale deve inventare vie nuove e mezzi efficaci per la crescita sana e matura dei nostri giovani, attingendo alla creatività della carità. Occorre un lavoro di rete, in cui ognuno faccia bene la sua parte: famiglia, Chiesa, scuola, e altre agenzie educative che guidino il giovane verso quella maturità per cui "pensa e ragiona da adulto e non più da bambino" (cfr 1Cor 13,11). La comunità ecclesiale, in particolare, non può non trepidare per questa gioventù che sale, ma che spesso cammina senza meta e senza bussola, vittima dei pessimi insegnamenti dei "cattivi maestri", che inoculano nel cuore veleno, allontanando dalla Chiesa e suscitando diffidenza o indifferenza.

I giovani sono assetati di verità e di senso, di amore e di autenticità, ma hanno bisogno di chi dedichi loro del tempo, di chi li sostenga nella loro faticosa – e talora tormentata – ricerca, di chi sappia rischiare e pazientare con loro, dando fiducia, proponendo mete significative e affidando loro compiti di responsabilità.

Agli operatori di pastorale, forse, è chiesto di modificare gli orari e le abitudini, perché i giovani alle nove di sera non trovino chiuse le porte della parrocchia e spalancate tutte le altre. Ai sacerdoti è chiesta maggiore disponibilità per i colloqui, per il sacramento della riconciliazione, per l’accompagnamento spirituale. Urge metterli a contatto con la Bibbia e con l’Eucarestia, educarli alla meditazione e alla preghiera e al servizio di Cristo nella Chiesa, nei poveri e nei malati. C’è da ridestare in loro l’attenzione alla vita della città, ai problemi del Paese, al servizio civile e politico.

C’è, infine, da armarsi di un’infinita pazienza di fronte alle immancabili sofferenze e delusioni, ma sappiamo che "chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo" (Sal 126,5) e perciò "non stanchiamoci di fare il bene; se, infatti, non desistiamo, a suo tempo mieteremo" (Gal 6,9).

Parte Terza

IN CAMMINO CON SAN PAOLO

In questa terza ed ultima parte della mia lettera suggerisco rapidamente alcune piste di lavoro sia personale sia comunitario. Se vogliamo andare in profondità e consentire a S. Paolo (e alla tradizione paolina) di guidare la nostra riflessione, di accompagnare il nostro cammino, di illuminare con la sua dottrina e con la sua esperienza di vita i nostri problemi, sono possibili diverse iniziative e modalità di approccio. Ne indico alcune.

a) Cominciare col leggere, studiare e meditare – soprattutto a livello personale – le lettere che gli studiosi chiamano "protopaoline", in quanto direttamente assegnate all’Apostolo: la 1a Tessalonicesi, le due ai Corinzi, la Lettera ai Galati, quella ai Filippesi, la Lettera ai Romani, che è il capolavoro teologico, e quella a Filemone.

Passare quindi agli scritti "deuteropaolini", così chiamati perché posti sotto il nome e l’autorità dell’Apostolo, ma provenienti da suoi discepoli e da quella che è stata chiamata "la tradizione paolina".

Sono: la 2a Tessalonicesi, le lettere ai Colossesi e agli Efesini, le lettere pastorali (due a Timoteo e una a Tito).

Esterna al "corpus" paolino, con una sua radicale autonomia, ma con alcuni rimandi all’orizzonte paolino, rimane la lettera agli Ebrei, un vero monumento teologico e letterario.

Dedicarvi alcuni anni per conoscere i contenuti dottrinali, le preoccupazioni pastorali, le indicazioni spirituali sarebbe davvero un nutrimento spirituale straordinariamente ricco. E non mancano i sussidi opportuni.

b) Un altro modo di accostarsi alle lettere di Paolo – un modo che sul piano concreto forse suscita più interesse – è quello di interrogare Paolo su problemi e argomenti che egli dovette affrontare con le comunità a cui scriveva: la legge e la fede, la libertà e la grazia, il matrimonio e la verginità, la risurrezione dei corpi e l’escatologia, il mistero di Cristo, l’opera dello Spirito, Maria e la Chiesa ecc ...

Mentre il primo era uno studio sistematico, questo è uno studio tematico, che non è meno impegnativo né meno fecondo. Potrebbe essere il cibo sostanzioso che i parroci offrono ai loro fedeli nei periodi di Avvento, Quaresima e Pentecoste.

c) Si può anche scegliere di lasciarsi nutrire per un anno o più da una sola lettera, facendola diventare oggetto di studio esegetico, di meditazione quotidiana, di contemplazione adorante … Quello che conta è che in quest’ "anno paolino", l’apostolo sia il maestro che ci guida e il testimone che ci incoraggia.

d) La Città di Siracusa e la Chiesa siracusana, che hanno avuto il privilegio di accogliere il più grande missionario cristiano e di ricevere la sua predicazione, devono trarre ispirazione per vivere meglio il momento storico presente, lasciandosi stimolare e guidare nell’edificazione del bene comune. È bene che anche la comunità civile venga coinvolta in questo "anno paolino". Le Istituzioni civili, come pure le associazioni culturali della Città, oltre alle Scuole statali di ogni ordine e grado, possono ricevere ispirazione e stimolo dal fatto che l’evangelizzazione, di cui San Paolo è il massimo campione, genera un profondo rinnovamento sociale e una grande promozione umana. Si potrebbero organizzare, in ambito civile, varie iniziative, come convegni, conferenze, spettacoli, concerti, rappresentazioni sacre, ecc… su alcuni aspetti delle tematiche paoline, specialmente sui temi che portano un fondamentale messaggio sociale per il mondo d’oggi. E verificare personalmente come e in che misura ci impegniamo a tradurre nel nostro comportamento l’insegnamento di Paolo.

CONCLUSIONE

Il generoso e intelligente impegno dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e dei laici impegnati, le opportune proposte degli Uffici Diocesani, il solido contributo del nostro Istituto di Scienze Religiose "San Metodio", la Scuola della Parola, il Cammino di preghiera, il confronto, il dialogo e la collaborazione con la comunità civile, con metodologie e approcci diversi, renderanno un ottimo servizio alla celebrazione reale e non formale dell’anno dedicato al grande apostolo e maestro delle genti.

E su tutto questo invoco di cuore l’intercessione di San Marciano, nostro primo vescovo, di Santa Lucia, nostra Patrona, e di San Paolo, nostro modello di santità, e con affetto di fratello e di padre Vi benedico tutti nel nome del Signore.

Siracusa, 6 novembre 2006

Anniversario della visita di

Papa Giovanni Palo II

Litanie in onore di San Paolo Apostolo

Signore pietà

Cristo pietà

Signore pietà

Cristo ascoltaci

Cristo esaudiscici

Padre del Cielo, che sei Dio Abbi pietà di noi

Figlio, Redentore del mondo, che sei Dio

Spirito Santo, che sei Dio

Santa Trinità Unico Dio

Santa Maria, Regina degli Apostoli Prega per noi

Santa Maria, radice del nuovo popolo di Dio

Santa Maria, Vergine delle Lacrime

San Paolo, chiamato dal Padre

San Paolo, eletto apostolo dal Figlio

San Paolo, inviato alle genti dallo Spirito Santo

San Paolo, atterrato da Gesù sulla via di Damasco

San Paolo, afferrato da Cristo Risorto

San Paolo, ricolmo della Grazia Divina

San Paolo, accolto e istruito da Anania

San Paolo, illuminato dalla fede

San Paolo, ammaestrato nel deserto dallo Spirito

San Paolo, amico degli Apostoli

San Paolo, apostolo delle genti

San Paolo, nostro modello di santità

San Paolo, maestro di preghiera

San Paolo, infaticabile evangelizzatore

San Paolo, costruttore di unità

San Paolo, fedele amico di Cristo

San Paolo, innamorato di Cristo

San Paolo, vivente per Cristo

San Paolo, crocifisso con Cristo

San Paolo, adoratore del mistero Eucaristico

San Paolo, cantore della Carità di Dio

San Paolo, annunciatore del Dio ignoto

San Paolo, colonna portante della Chiesa

San Paolo, fortezza contro gli attacchi del demonio

San Paolo, potente intercessore presso Dio

San Paolo, maestro di vita cristiana

San Paolo, armato della spada della Parola

San Paolo, modello di amore verso i fratelli

San Paolo, custode dell’amore familiare

San Paolo, modello per le scelte dei giovani

San Paolo, forte nella debolezza

San Paolo, prigioniero di Cristo

San Paolo, lieto nelle persecuzioni

San Paolo, guida sicura tra le tempeste

San Paolo, approdato a Siracusa

San Paolo, evangelizzatore di Siracusa

San Paolo, martire di Cristo a Roma

Agnello di Dio ... Agnello di Dio ... Agnello di Dio ...

Per me vivere è Cristo e morire un guadagno

La mia gloria è la Croce di Gesù Cristo

Preghiamo

O Padre, che hai illuminato tutte le genti con la parola dell’apostolo Paolo, fedele discepolo del tuo Figlio, concedi anche a noi, che ci affidiamo alla sua protezione, di camminare sempre verso di te e di essere con la forza dello Spirito Santo testimoni della tua verità.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen!

 

PREGHIERA A SAN PAOLO

O glorioso Apostolo S. Paolo, prescelto dalla divina Provvidenza alla protezione di

questa città che con ardente Fede da tempo antico ti acclama Patrono, dal trono della tua gloria rivolgi a noi il tuo sguardo amoroso, accoglici tutti sotto il tuo potente patrocinio e difendici dai castighi della giustizia divina.

Richiama alla luce della verità tanti nostri fratelli che vivono nell’errore, converti i

peccatori, consiglia i dubbiosi, rinfranca i

deboli, incoraggia i timidi, conferma nella

grazia i giusti.

Ottieni ai sacerdoti lo zelo, alle anime

consacrate l’amore a Cristo, agli sposi la fedeltà, ai figli l’ubbidienza, a tutti lo spirito di Fede che ci rende accetti a Dio e meritevoli della vita eterna, a me, anche se peccatore, la grazia urgente di cui ho bisogno…

Ti chiedo, infine, ottienimi che un giorno possa incontrarti, beato, nel cielo.

Padre nostro… Ave Maria... Gloria al Padre…

Preghiera composta

da S. E. Rev.ma Mons. Giovanni Blandini

vescovo di Noto, il 25 ottobre 1907

Tutti i diritti riservati Basilica S. Paolo Apostolo - Palazzolo A. (SR)

INDICE

INTRODUZIONE

PERCHÉ PROPRIO SAN PAOLO?

PARTE PRIMA

GUARDANDO A SAN PAOLO

A) L’UOMO.

B) L’APOSTOLO

C) IL SANTO

1. In Cristo Gesù

2. Servo di Dio in Cristo

3. Apostolo di Cristo

4. Crocifisso con Cristo

5. Vita di preghiera in Cristo

6. Le virtù teologali

7. L’umiltà di Cristo

8. Rettitudine e magnanimità

PARTE SECONDA

IN DOCILE ASCOLTO DELL’INSEGNAMENTO DI S. PAOLO

IL MIO SOGNO 29

A) LA MATURITÀ ECCLESIALE

B) LA MATURITÀ FAMILIARE

C) LA MATURITÀ E I GIOVANI

1. I giovani e la famiglia

2. Gli adulti e la maturità dei giovani

3. L’impegno della società civile e della comunità ecclesiale

PARTE TERZA

IN CAMMINO CON SAN PAOLO

CONCLUSIONE

LITANIE IN ONORE DI SAN PAOLO

PREGHIERA A SAN PAOLO